mercoledì 28 luglio 2010

Le fogne a cielo aperto di Kabul asciugate dal sole

Almeno una cosa accomuna i notabili di Kabul che abitano nelle ville lussuose del quartiere di Wazir Akbar Khan, con le larghe frange della popolazione che vive miseramente sulle colline affacciate sull’omonimo lungo fiume, ammasso di case costruite col fango, legna e paglia. Che si giri nel quartiere dei ricchi, in cui vivono Warlords, come contractors stranieri e ministri, che pagano anche fino 10mila dollari al mese per un appartamento di cinque stanze, o tra i vicoletti e le scalinate polverose che si arrampicano sulle tra le casette dei morti di fame, si respirano gli stessi colibatteri, trasportati dalla brezza che, pur nella calura estiva, comuqnue spira a duemila metri. In questa stagion dell’anno, il sole asciuga le fogne di Kabul, tutte a cielo aperto. Vapori che ti riempoiono naso e polmoni. Anche la spazzatura non conosce distinzioni di classe nella capitale afgana. 
A due passi dal Supermarket della seconda traversa della strada numero dodici di Wazir Akbar Khan, in cui si trovano dal caffé Lavazza ai Ferrero Rocher taroccati prodotti dalla britannica Sun Mark Ltd per il mercato afghano, (si chiamano Royalty Classic ma tutto è uguale ai cioccolatini dell’Ambasciatore, forma, carta dorata e scatola trasparente), le capre brucano tra una distesa di sacchetti della spazzatura sventrati e puzzolenti. Raccogliere la spazzatura più di un paio di volte l’anno per bruciarla del resto non serve, dato che non esiste un depuratore, né inceneritori. Verso il lungofiume, l’olezzo arriva dal bacino idrico, alternativa, all’occorrenza, ai bagni pubblici, inadeguati alle esigenze della popolazione e senza accesso per disabili, salvo rare eccezioni. 
Kabul conta oggi tra i quattro e i cinque milioni di abitanti. Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, la città potrebbe affollarsi di nove milioni di persone entro il 2050. Le fogne a cielo aperto sono retaggio di una tradizione centenaria, un tempo utile a fornire concime per terreni agricoli dell’arido territorio della regione. Ma oggi i proprietari delle terre agricole circostanti per i quali gli escrementi erano una risorsa, tendono a vendere, mentre la pressione edilizia aumenta. Le fogne di Kabul sono quindi solo un pericolo per la salute pubblica. Recentemente è stata commissionata la costruzione di un impianto per il trattamento di rifiuti alla società degli Emirati Arabi Uniti Metito, che però riuscirà a servire i bisogni di appena 6000 persone. Tra quest’anno e il 2010 anche Usaid ha impegnato 60 milioni di dollari per la gestione dei rifiuti e ripulitura delle fogne. Il progetto prevede la rimozione di 80mila metri cubi di rifiuti solidi.
L’aria inquinata dai colibatteri a Kabul, interessa da vicino anche la comunità internazionale che la popola per lavoro. Gli stranieri, come americani ed europei, che precauzioni igienche tipo non bere acqua del rubinetto, non acquistare cibo per strada o mangiare insalata nei ristoranti, non possono evitare certo l’inalazione dei colibatteri, con le inevitabili e poco piacevoli conseguenze del caso.
Questa situazione di grave danno ambientale si complica ulteriormente, se si pensa che nel giro di 50 anni la città necessiterà di una quantità d’acqua sei volte superiore a quella che consuma attualmente, secondo un rapporto pubblicato a dicembre del 2009 dallo US Geological Survey. E dire che gli abitanti di Kabul sono già abituati a lesinare sull’acqua. Ne usano infatti appena 40 litri al giorno in media. Molto meno di altre città asiatiche. Ma la domanda è inevitabilmente destinata ad aumentare, dato la prevista crescita della popolazione.
A causa del climate change, aumentano contemporaneamente anche le temperature nel territorio montuoso della capitale afghana. Le riserve idriche di Kabul sono a secco. Il livello dei pozzi, quelli ancora non collassati dalla pressione demografica in crescita, è pericolosamente basso. E dato che la neve si scioglie prima del solito a causa dell’aumento delle temperature, non ne resta abbastanza per alimentare il bacino del fiume Kabul in estate.
Questa situazione genererà inevitabilmente competizione per lo sfruttamento di risorse idriche. Un fenomeno destinato ad aggravarsi, che coinvolgerà comunità urbane e rurali. Non solo a Kabul e dintorni, ma nell’intero paese. Lo dice un rapporto pubblicato di recente dall’Organizzazione internazionale non governativa Oxfam. L’acqua sarà la insomma la causa di nuove guerra che si sommeranno a quella in corso. 
“Una situazione cronica di conflitto che ha interessato il paese per trent’anni, ha depauperato le risorse idriche e le ha contaminate. Le dispute sulle risorse, l’acqua in particolare, genererenno un conflitto anche più grave di quello attuale” ha dichiarato Ashley Jackson capo della sezione Strategie e Advocacy in Afghanistan.


di  Francesca Marretta 

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