venerdì 30 luglio 2010

L'impresa secondo Marchionne e il mondo dell’informazione globalizzata

Bisogna riconoscere a Marchionne e a tutta la direzione della Fiat di avvalersi di sapienti opinion maker dell’informazione che conoscono a menadito il mondo dell’informazione globalizzata….e deviante!
Tutta la gestione pubblica dell’intera querelle del recente caso/Fiat è contrassegnata da un abile gestione delle notizie (..e delle possibili reazioni) la quale è attenta alla necessaria diluizione ed edulcorazione delle varie polpette avvelenate che stanno sconvolgendo, non solo il gruppo automobilistico, ma l’intero panorama politico, economico e sociale. La stessa prassi dei vari incontri istituzionali e con i vertici dei sindacati collaborazionisti che si stanno stancamente svolgendo è solo una ipocrita formalità la quale non incide, in alcun modo, sulla vera sostanza delle decisioni della Fiat e sugli obiettivi antioperai di questa fase.

Anzi queste riunioni, come quella svolta mercoledì 28 Luglio a Torino, servono a sancire – di fatto – la volontà padronale anche utilizzando la totale subalternità dei sindacati collaborazionisti e il balbettio di una Cgil la quale appare come un pugile suonato. Una vera e propria indicazione di linea di condotta che la Fiat indica all’insieme dei padroni e delle forze che afferiscono al capitalismo tricolore.

Da tempo, almeno dai mesi degli accordi con la Chrysler e con la General Motors, Marchionne ha deciso di effettuare un poderoso passaggio ristrutturativo il quale coinvolge non solo la struttura tecnica e produttiva degli stabilimenti,  nel quadro della guerra internazionale dell’auto, ma permea pesantemente il complesso delle relazioni sindacali.
Questa volta il manager della Fiat punta alla determinazione di una nuova e più sofisticata soglia di comando politico sulla forza lavoro con il dichiarato obiettivo di svalorizzarla al massimo livello possibile. Un combinato disposto autoritario tra accresciute esigenze di produttività e di competitività accompagnato da una condizione di passivizzazione e di inanità dei lavoratori verso qualsivoglia rivendicazione salariale e normativa.
E’ evidente anche a borghesi illuminati, come Eugenio Scalfari, che con la NewCo a Pomigliano d’Arco – assieme all’imposizione di un complesso di regole e limitazioni in tutti gli stabilimenti del gruppo, in Italia e non solo - la Fiat vuole assicurarsi quei margini necessari per far lievitare le sue prestazioni nell’ambito dell’accentuata competizione nel mercato mondiale. Un mercato il quale – al di là degli exploit di questo o quel marchio o considerando, anche, i possibili aumenti di vendite nei paesi asiatici (Cina ed India in primis..) – è destinato ad una prossima saturazione.
Si tratta – dunque – di una battaglia a tutto campo sul proscenio internazionale che la Fiat intende condurre calpestando, alla bisogna, ogni formalismo giuridico che possa richiamare la vigenza del vecchio compromesso sociale capitale/lavoro frutto di una fase politica oramai collocata alle nostre spalle.
Alla luce di questo tipo di condizione oggettiva l’onere di una adeguata opposizione alla Fiat non può ricadere sui compagni e sui lavoratori di Pomigliano d’Arco o su quelli dell’intero gruppo Fiat. La partita in atto chiama ben altri coefficienti politici e materiali.
Lo scontro che si approssima – anzi che è già iniziato – sollecita una presa di parola e una conseguente pratica conflittuale che attiene all’insieme dei segmenti del vecchio e del nuovo proletariato poiché gli effetti concreti saranno avvertiti, sia pure con accentuazioni differenziate, nelle fabbriche, nei posti di lavoro, nell’insieme del mercato del lavoro e nella totalità della società.
A poco serviranno i balbettii critici verso solo quello o quel particolare aspetto marcatamente più odioso del progetto della Fiat e a poco serviranno le opposizioni blande che non mettono in discussione il complesso delle politiche di compatibilità capitalistiche e di accettazione dei superiori interessi dell’Azienda/Italia.
Non è più tempo di posizioni aventiniane come quella della Fiom che in occasione del Referendum dello scorso 22 Giugno a Pomigliano scelse di non schierarsi pubblicamente per il NO lasciando al solo Sindacalismo di Base il peso politico e organizzativo di una battaglia impari contro un vasto ed articolato schieramento antioperaio.
Ma – soprattutto – è tramontata la fase in cui la Cgil poteva consentirsi di alzare, demagogicamente, la voce ai tavoli di trattativa romani e poi, sul piano aziendale e territoriale, firmare, avallare e cogestire le peggiori schifezze ai danni dei lavoratori e dei restanti elementi di unità politica e materiale della classe.
Il procedere delle dinamiche della crisi capitalistica, ben più di ogni alchimia politicista, si sta incaricando di far decantare le posizioni ambigue verso una coerente opposizione di classe che dovrà iniziare ad enuclearsi dopo la catastrofe (teorica, politica, elettorale ed organizzativa) di una “sinistra” ammaliata dalle sirene del pensiero unico del capitale.
Tale percorso non si delineerà – purtroppo - con modalità lineari o per semplice e progressivo accumulo di forze sociali e disponibili al conflitto. Troppe sono state le lacerazioni e le modificazioni della composizione di classe e dei valori identitari che hanno segnato il periodo fordista dell’accumulazione capitalistica. Per cui non sarà possibile rieditare, tale e quale, forme, metodi e comportamenti del passato ciclo di lotte operaie e popolari.
Un dato – però – resta, per quanto ci riguarda, indiscutibile e non per vezzo, presuntamente, ideologico: senza l’ancoraggio ad un programma ed una organizzazione autonoma ed indipendente non si svilupperà nessuna probabile controffensiva sociale in grado di impattare con la determinazione e, soprattutto, con la nuova qualità dell’agire capitalistico!

di Michele Franco - Redazione di Contropiano
Fonte: Contropiano.org

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