sabato 17 luglio 2010

L'odissea degli eritrei: prima catturati e torturati, poi liberati e abbandonati nelle mani della criminalità

PALERMO - Sono anni che gli imprenditori politici della sicurezza, i vari “ministri della paura” che si susseguono nel tempo, ci parlano dei loro “successi storici” nello sconfiggere il crimine organizzato, arrogandosi meriti che nella maggior parte dei casi sono da attribuire alle forze di polizia ed alla magistratura, piuttosto che ai vari pacchetti sicurezza approvati a cadenza periodica, in nome di “emergenze” che si scoprono soprattutto nei periodi elettorali o nelle fasi di maggiore scontro politico.

Anche i successi contro l'immigrazione “illegale” vengono considerati come il frutto delle norme sempre più restrittive in materia di contrasto dell'immigrazione irregolare. Un contrasto che molto spesso si risolve con la negazione dell'accesso al territorio a danno di potenziali rifugiati e con i respingimenti sommari, come è confermato dalle testimonianze e dai video diffusi in questi ultimi giorni, dopo la deportazione degli eritrei dal centro di detenzione di Misurata al carcere militare di Brak, nel deserto libico. Adesso che la situazione sembra sbloccata, con la loro liberazione, frutto della grande mobilitazione mediatica che si è riusciti a promuovere, occorre garantire a coloro che lo richiedono un rapido accesso alla procedura di asilo. Siccome la Libia afferma che gli eritrei non sono richiedenti asilo, ma solo “ospiti temporanei” per tre mesi, occorre realizzare subito il “resettlement” (reinsediamento) degli eritrei che si trovano in quel paese, e degli altri potenziali richiedenti asilo che si trovano nella loro stessa situazione, verso paesi firmatari della Convenzione di Ginevra, che garantiscano il riconoscimento effettivo del diritto di asilo. Gli eritrei adesso liberati da Gheddafi vanno sottratti alle organizzazioni criminali che speculano sui disperati tentativi di raggiungere l'Europa. Occorre fornire loro documenti di viaggio ed accesso libero alle sedi delle organizzazioni umanitarie a vario titolo presenti in Libia ( come l'ACNUR e l'OIM) che possono, e devono, assicurarne il reinsediamento in un paese europeo. 

L'Unione Europea deve darsi carico dell'accoglienza di alcune centinaia di persone che da anni sono vittime di abusi, effetto collaterale delle scelte di chiusura dei governi europei e delle politiche di sbarramento praticate dall'agenzia comunitaria per il controllo delle frontiere esterne FRONTEX. 

L'Italia, da questo punto di vista ha responsabilità particolari, essendo il paese che, proprio nei confronti degli eritrei “liberati” a Misurata e a Brak, ha praticato, nell'estate dello scorso anno, respingimenti collettivi, vietati da tutte le Convenzioni internazionali, per eliminare gli “sbarchi” in Sicilia, e a Lampedusa in particolare. Una pratica che dal 2009 ha ridotto drasticamente le richieste di protezione internazionale, ma che non ha bloccato gli sbarchi, accrescendo i poteri ed i profitti delle organizzazioni criminali, che si sono presto riorganizzate, mutando metodi e rotte delle traversate, e ramificandosi sempre di più sui territori, fino al punto di controllare anche la successiva movimentazione e l'avviamento al lavoro di quanti vengono fatti sbarcare sul territorio italiano.

Merita la massima attenzione, malgrado la censura quasi totale, il recente sbarco di eritrei a Porto Palo di Capo Passero, lo scorso 11 luglio, nel quale sono stati arrestati come scafisti quattro sedicenti libici, mentre la maggior parte dei migranti sarebbe riuscita a darsi alla fuga. Come riferisce la stampa, “il Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina, composto da polizia, carabinieri, guardia di finanza e guardia costiera, ha intercettato subito dopo lo sbarco 24 persone” che si ritiene siano partite “da una zona nei pressi di Bengasi”. Le rotte dalla Libia quindi si spostano ad oriente. Altre decine di migranti, tra i quali donne e bambini, sono stati bloccati nei giorni successivi, e quindi trasferiti nel centro di accoglienza di Salina Grande, nei pressi di Trapani, mentre la maggior parte dei loro compagni sembrerebbe fuggita nella clandestinità. Quasi certamente verso un altro pese europeo per evitare l'applicazione del regolamento Dublino che blocca il richiedente asilo nel primo paese di ingresso nell'Unione Europea. 

L'abbandono delle politiche di accoglienza dei richiedenti asilo ha reso l'Italia un paese da evitare per chi fugge da guerre e persecuzioni, un luogo solo di transito, verso altri stati dell'Unione Europea che non abbandonano sulla strada i richiedenti asilo ed i rifugiati, come succede regolarmente in Italia, a Roma, a Piazzale Ostiense, come a Palermo, con i rifugiati sudanesi lasciati senza acqua in un centro sociale come il Laboratorio Zeta, perennemente esposto al rischio di sgombero, anche se da anni il Comune se ne avvale per tamponare le tante emergenze derivanti dall'assenza di un sistema pubblico di accoglienza. Ed anche i sudanesi del Laboratorio Zeta di Palermo, durante l'estate, sono costretti ad andare in giro per la Sicilia a farsi sfruttare come braccianti agricoli per qualche euro l'ora. Non basta neppure il riconoscimento del diritto di asilo in Italia per evitare sfruttamento ed esclusione. E quando occorre rinnovare i documenti ci pensano le questure a mantenere per anni i migranti in una situazione di incertezza e di precarietà, anticamera delle forme più gravi di sfruttamento. 

Ma è soprattutto la mancata adozione, da parte del governo, del decreto flussi per lavoro per il 2010, e le limitate possibilità di ingresso accordate ai migranti stagionali nelle regioni meridionali, anche per la impossibilità di censire la domanda di manodopera in agricoltura, effetto delle politiche clientelari a favore dei braccianti agricoli italiani, che sta rendendo un grosso favore alla criminalità organizzata. La introduzione del reato di immigrazione e di soggiorno “clandestino”, e le decisioni restrittive in materia di regolarizzazioni, adottate da molte prefetture, malgrado gli interventi di sospensiva della giustizia amministrativa, stanno aumentando in misura esponenziale il numero dei migranti irregolari, e ovunque si registra una crescita del numero degli immigrati nelle carceri, oltre che una recrudescenza delle organizzazioni criminali a partecipazione mista, italiani ed immigrati. Ed era appunto una organizzazione criminale “mista”, composta da italiani e stranieri, che gestiva da mesi gli arrivi di migranti, in prevalenza maghrebini, nei pressi di Agrigento, sulle coste di Palma di Montechiaro, mentre Maroni annunciava la fine degli sbarchi. 

Evidentemente la rotta di Lampedusa è ormai troppo controllata, anche Malta sembrerebbe avere concluso accordi di respingimento con la Libia, e dunque la Sicilia sta tornando lentamente ad essere luogo di sbarco con modalità e rotte diverse. Altro che “successi storici” contro l'immigrazione clandestina. Soltanto negli ultimi giorni si è appreso di uno sbarco di alcune centinaia di migranti proprio a pochi chilometri da Agrigento, e di un vero e proprio “centro di smistamento”, ubicato in un casolare che i trafficanti avrebbero gestito anche in altre occasioni per favorire l'ingresso irregolare di altre centinaia di persone. 

Ancora ieri tre migranti sono stati fermati ieri nei pressi di Palma di Montechiaro e come gli altri 106 bloccati pochi giorni fa durante l'operazione di polizia denominata "Ultima spiaggia", sono stati trasferiti nel tendone della Protezione civile di Porto Empedocle, “per essere identificati e sottoposti a controlli sanitari”. Mentre le carceri ed i CIE sono ormai stracolmi, una struttura di accoglienza rischia di diventare, almeno per qualche giorno, un centro di detenzione, e probabilmente seguiranno altre espulsioni ed altra detenzione, se i paesi di provenienza non saranno solleciti ad effettuare i riconoscimenti. Per chi non sarà rimpatriato, ancora una volta, il destino certo si chiama clandestinità ed esclusione, con il rischio perenne del carcere. Un rischio che i datori di lavoro “in nero” ed i caporali sanno sfruttare a loro vantaggio. Comunque, rimane provato che gli sbarchi in Sicilia non sono mai cessati, mentre i percorsi di ingresso sono diventati più “clandestini”, con un ruolo crescente della criminalità organizzata, italiana e straniera. 

Non sappiamo se la ripresa degli sbarchi in Sicilia sia un fatto casuale o una conseguenza del blocco delle trattative tra l'Unione Europea e la Libia, dopo la Risoluzione del Parlamento Europeo del 17 giugno scorso che denunciava gravi violazioni dei diritti umani in quel paese. Così come gli sbarchi provenienti dai paesi del Maghreb potrebbero segnalare (o essere conseguenza di) tensioni irrisolte, nelle trattative per la rinegoziazione degli accordi tra l'Italia la Tunisia, l'Algeria, ed il Marocco. Accordi che dovrebbero consentire un maggior numero di rimpatri, secondo le recenti indicazioni del ministro dell'interno, e per questa ragione stanno scoppiando gravi rivolte in tutti i CIE italiani, dal famigerato Vulpitta di Trapani al centro di via Brunelleschi a Torino. Rivolte, atti di autolesionismo, tentativi di fuga e conseguenti pestaggi coperti da un vero e proprio segreto militare.

Dopo il precedente dell'accordo “miliardario” tra Berlusconi e Gheddafi tutti i regimi nordafricani hanno compreso che è possibile rialzare il prezzo della loro “collaborazione” con gli stati europei, nelle pratiche di riammissione e di respingimento dei migranti, richiedenti asilo compresi. Tutto ha un prezzo, anche la vita di uomini, donne, bambini, in fuga da guerre, malattie e devastazioni ambientali. La chiamano “esternalizzazione” dei controlli di frontiera e “cooperazione euromediterranea”. Ma gli aiuti alla cooperazione sono bloccati, mentre si finanziano soltanto gli apparati militari, i campi di detenzione e le politiche di espulsione, come i voli charter “congiunti” di rimpatrio. 

Di certo le organizzazioni criminali, anche dopo questi accordi bilaterali di riammissione, estendono sempre più il loro controllo sui migranti, respinti, scacciati, sottomessi, ridotti al lavoro servile o sfruttati, e nel caso delle donne sempre più spesso vittima di abusi domestici e di prostituzione forzata. Una discriminazione sistematica, che talvolta si colora di razzismo, ma che, anche nel meridione ed in Sicilia, si estende anche verso i nuovi cittadini europei come i rumeni ed i bulgari. Da Rosarno a Cassibile, i nuovi caporali sono sempre più spesso immigrati, mentre nelle grandi città le organizzazioni criminali locali si dividono il territorio con le mafie straniere, dal traffico della droga al mercato della prostituzione. Ad ogni pacchetto sicurezza, all'inasprimento delle pene per i reati connessi all'immigrazione irregolare, segue un aumento del numero di migranti soggetti ai poteri delle organizzazioni criminali, non certo maggiore sicurezza per i cittadini.

Per battere questa estensione della criminalità organizzata, da sempre capace di rapportarsi alle varie mafie straniere, occorre perseguire una politica ed una prassi amministrativa orientata verso la legalizzazione ed il rispetto dei valori fondamentali della persona affermati dalla Costituzione italiana, a partire dal diritto di asilo. 
Chiediamo con forza una regolarizzazione permanente. Bisogna sottrarre il destino di centinaia di migliaia di persone al giogo delle organizzazioni criminali, che oggi spesso si presentano come gli unici soggetti in grado di garantire reddito e sopravvivenza, e magari anche documenti falsi. Alle vittime della prostituzione e dello sfruttamento lavorativo va riconosciuto un permesso di soggiorno per protezione sociale. Per il contrasto dell'immigrazione irregolare non bastano le retate e le carceri. Per ogni canale di ingresso illegale che si chiude, se ne apre immediatamente un altro. E sarà così fino a quando prevarrà il proibizionismo delle migrazioni.


Ripetiamo, ancora una volta, che vanno previste forme di ingresso legale, anche per ricerca di lavoro, che vanno aumentati i tempi e le occasioni per ricercare una nuova occupazione, per gli immigrati che perdono un lavoro, che va riconosciuto il diritto di ingresso in Italia a coloro che avrebbero diritto all'asilo o ad un altro regime di protezione internazionale. Anche per evitare che qualcuno degli eritrei liberati adesso dai libici sia costretto ad affidarsi a scafisti senza scrupoli. Una scommessa che in tanti, negli anni passati, hanno pagato con la vita.

Palermo, per il 19 luglio, giorno della memoria della strage di Via D'Amelio


di Fulvio Vassallo Paleologo - Università di Palermo

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