martedì 31 agosto 2010

31 Agosto 2010, a L’Aquila gli sfollati sono ancora 56.298

A un anno dalla prima consegna delle casette provvisorie, a L’Aquila gli sfollati sono ancora 48.114, e poco più di 8 mila negli altri comuni del cratere. Hanno ricevuto una casa in 14.349, in 25 mila se la cavano da soli: lo Stato elargisce loro 300 euro al mese [ma a singhiozzo]
A poco meno di un anno dalla prima consegna delle casette provvisorie, a L’Aquila e nel cratere sono ancora un esercito gli assistiti dallo Stato. I dati più aggiornati, diffusi in questi ultimi giorni di agosto dalla Struttura per la gestione dell’emergenza, quella che ha di fatto sostituito la Protezione civile dallo scorso inverno, parla di 56.298 persone sfollate: 48.114 solo nel capoluogo, poco più di 8 mila negli altri comuni del cratere.

Marx continua ad avere ragione

Anche se non lo ha affermato esplicitamente, un articolo pubblicato la scorsa settimana in svariati siti web che si occupano di economia, inconfutabilmente conferma alcune delle principali asserzioni di Karl Marx inerenti al sistema capitalista.
Nell’ultimo secolo e mezzo, innumerevoli politici capitalisti e accademici hanno costruito intere carriere nel tentativo di provare che Marx e le sue opere fossero antiquate, ingannevoli e completamente erronee. In nessun luogo questo tentativo di screditare il Marxismo è stato cosi forte come negli Stati Uniti. 
Ad incorrere, in particolar modo nell’ira dei circoli borghesi, nel corso degli anni, è stata un’ affermazione di Marx nel I Volume del “Capitale”, la sua rivoluzionaria opera del 1867: ”Accumulare benessere in un polo equivale allo stesso tempo ad accumulare miseria…. nel polo opposto”.
In altre parole, piu’ il ricco diviene ricco –per questo suo arricchimento-i poveri diventano piu’ poveri”.

domenica 29 agosto 2010

ASPROMONTE: GARIBALDI MARCIAVA SU ROMA O VERSO I BALCANI?



L’interrogativo nasce dalle lettere del duca garibaldino
Si scoprono nuove testimonianze sul Risorgimento siciliano nelle tre lettere inedite, conservate nell’Archivio di stato di Palermo, scritte da un siciliano, nobile e garibaldino, fra il 1° e il 17 ottobre 1862 dal carcere di San Benigno (Genova) dov’era stato ristretto, con altri volontari, dopo la resa d’Aspromonte.
L’autore è Calogero Gabriele Colonna, duca di Cesarò e barone di Joppolo Giancaxio, il quale racconta all’amico Luigi De Brun, redattore del periodico palermitano “La favilla”, come andarono esattamente le cose in Aspromonte e un po’ accenna al clima politico e morale dei primissimi anni del travagliato percorso unitario.
Insomma, uno che non parla per sentito dire, ma per essersi trovato nel mezzo della tragica sparatoria dell’agosto 1862.
Com’era stato, a soli 19 anni, nell’aprile del 1860, fra i coraggiosi che, a Palermo, diedero vita alla sfortunata rivolta della Gangia e per questo condannato a morte, insieme al padre, da quel Borbone che oggi qualcuno rimpiange.
Tre lettere importanti che- come si evince dai brani seguenti- illuminano di una luce nuova i fatti d’Aspromonte e, al contempo, ci rendono la cronaca ragionata, palpitante del dramma consumatosi fra camice rosse e soldati regi, fra italiani combattenti per la stessa causa: l’Unità d’Italia.
I bersaglieri di Pallavicino avanzavano sempre; Menotti ordinò di correre loro incontro. Obbedimmo. Con le mani alzate in aria ci avvicinammo alle grida di “Viva l’Italia”, “Viva Vittorio Emanuele”, “Viva Garibaldi”, “Viva i fratelli Italiani”. I regi risposero col grido unanime di “Viva Garibaldi” e contemporaneamente ci circondarono, disarmarono alcuni, e ci dichiarano prigionieri…”

mercoledì 25 agosto 2010

Fiume Evros, confine tra Grecia e Turchia, l'ultima porta aperta per i migranti verso l'Europa

Il fiume Evros, al confine tra Grecia e Turchia è l'ultima porta aperta verso l'Unione Europea per i migranti e richiedenti asilo politico. Una strada rischiosa, segnata da decine di incidenti e vittime. Grecia e Ue, intanto, non riescono ad uscire dalla logica della crisi permanente. Reportage di Osservatorio balcani e caucaso.
“Abbiamo camminato per ore alla luce della luna, in silenzio. Ad ogni rumore, il cuore mi saltava in gola: la 'Jandarma' turca poteva arrivare ogni momento. Poi, finalmente, ho sentito in lontananza il rumore della corrente. Ci hanno fatto salire su vecchie imbarcazioni e abbiamo remato, finché la barca ha toccato l'altra riva. Sono saltato in acqua, mi sono aggrappato a un ramo e mi sono issato sulla terraferma. Non riuscivo ancora a crederci: ero in Europa”.

mercoledì 11 agosto 2010

Hugo Chávez e Juan Manuel Santos cancellano il piano Uribe-Pentagono

E’ fallito il piano del Pentagono e di Álvaro Uribe di ipotecare le relazioni tra il successore di questo e il Venezuela per destabilizzare il governo di Hugo Chávez e incolparlo di finanziare e proteggere “gruppi terroristi”.
Ieri a Santa Marta, in Colombia, lo stesso presidente bolivariano e il neo-presidente colombiano Juan Manuel Santos hanno infatti ristabilito normali relazioni diplomatiche dopo la rottura del 22 luglio scorso quando Uribe, a pochi giorni dalla fine del suo mandato, aveva denunciato presunti aiuti e ospitalità venezuelane alla guerriglia delle FARC.

lunedì 9 agosto 2010

Colombia-Venezuela, l’eredità avvelenata di Álvaro Uribe per Juan Manuel Santos

Oggi Álvaro Uribe lascia la presidenza della Colombia millantando trionfi ma lasciandosi dietro una scia di sangue con pochi precedenti. Il paragone è con il peruviano Alberto Fujimori, poi condannato per corruzione e violazione dei diritti umani. Lascia avvelenando i pozzi del suo successore Juan Manuel Santos, bloccandone il tentativo di migliorare i rapporti con il Venezuela di Hugo Chávez che era deciso a presenziare alla cerimonia di passaggio dei poteri e che comunque sarà rappresentato dal suo ministro degli esteri.
Rispetto all’ennesima crisi gran-colombiana (l’ennesimo déjà vu secondo Uribe Chávez aiuterebbe e ospiterebbe la guerriglia delle FARC) la stampa italiana e il sempre più tendenzioso “El País” di Madrid si sono sforzati di incolpare il Venezuela e dare come credibile la versione uribista dei fatti. Per capirne di più, nel giorno nel quale Uribe esce di scena, è però utile guardare alla stampa colombiana e perfino al settimanale britannico “The Economist”. Quest’ultimo ha addirittura consigliato Santos di mandare il suo predecessore il più lontano possibile da Bogotà, foss’anche come ambasciatore a Pechino. La crisi sulla presunta presenza di santuari delle FARC in territorio venezuelano (2.200 km di in una frontiera porosa e artificiale come poche) è infatti giunta in un momento nel quale Santos (e da Caracas Chávez) compivano il massimo sforzo per ripartire da zero con migliori relazioni. Da un lato la nomina come ministro degli esteri di María Ángela Holguín, ex-uribista ed ex-ambasciatrice prima a Caracas e poi presso l’ONU, poi allontanatasi da questo denunciandone le clientele, dall’altro l’intimare alle FARC da parte di Chávez di deporre le armi e l’annuncio di voler essere presente al passaggio di potere, testimoniavano un atteggiamento positivo.

mercoledì 4 agosto 2010

Il coraggio e le armi delle madri di Iraq

RAMADI, Iraq  – Sfoggiando un lungo abito blu e un foulard bianco, Umm Omar quasi non batte ciglio mentre estrae una pistola nel suo giardino. Per lei, l'arma è un male necessario per proteggere la sua giovane famiglia.

"Odio il suono delle sparatorie, ma sono i terroristi ad avermi costretto a maneggiare un'arma per proteggere i miei figli e la mia casa", dice quasi senza scomporsi la 27enne madre di tre figli, mentre maneggia abilmente l'arma.

Umm Omar vive con la famiglia a Ramadi, capitale della provincia occidentale di Anbar, una delle regioni più violente dell'Iraq. Fa parte di un numero di giovani madri che va aumentando che hanno imparato a usare un'arma per respingere gli insorti che prendono di mira le famiglie degli impiegati statali e del personale delle forze di sicurezza.

domenica 1 agosto 2010

La crisi sulla pelle dei giovani e degli altri poveri

A metà luglio l’Istat ha pubblicato il consueto bollettino annuale[1] sulla povertà relativa ed assoluta nel nostro paese con riferimento al 2009. Il bollettino di quest’anno è di particolare interesse perché ci consente di capire come ha inciso la crisi economica sulle famiglie italiane e, in particolare, su quelle prossime alla condizione di povertà. Tra i dati che emergono dal rapporto ve ne sono alcuni che confermano tendenze consolidate, su cui si è già discusso in passato[2], e altri che invece ne segnalano di nuove sulle quali intendo soffermarmi.
Tra le prime si possono inscrivere: la geografia della povertà che vede nel Mezzogiorno[3] il territorio a maggior concentrazione di famiglie povere sia in termini relativi, sia in termini assoluti (le famiglie povere meridionali sono quattro volte di più della media nazionale); la relazione positiva tra numerosità del nucleo familiare e rischio povertà (a famiglie più numerose si associa maggiore rischio di povertà); e quella tra titolo di studio e povertà (il rischio di povertà è associato in maniera inversa al titolo di studio della persona di riferimento: maggiore rischio per minore istruzione).

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