mercoledì 29 settembre 2010

Storie provenienti dalle Università italiane sulla "ricerca confinata"

Diciottomila studenti, mille docenti, mille tecnici amministrativi, duecentocinquanta milioni di buco nel proprio budget, dottorati dimezzati, l'Università di Siena, famosa per alcuni settori giudicati di eccelsa qualità (Lettere e Filosofia), nei nuovi scenari di finanziamenti privati ipotizzati dalla Riforma universitaria potrebbe contare sponsor come il Monte dei Paschi. Eppure nelle delicate sinergie che devono armonizzare indicazioni centrali e competenze regionali neanche l'impatto economico risulta scontato. Le sole certezze riguardano quello che non si avrà più o si avrà molto meno e che si va irrimediabilmente perdendo. La storia che segue ne è un esempio.

Decontestualizzati il trentaquattenne Lorenzo Costa e i topolini che alleva negli stabulari potrebbero vivere in una favola dei fratelli Grimm. Ma lui è un tecnico di Medicina e il frutto del suo lavoro serve alla ricerca farmacologica e clinica di un'infinità di studiosi senesi. Da quei test si ricavano dati per pubblicazioni e applicazioni che arricchiscono le competenze di trentaquattro dipartimenti e tre facoltà del locale ateneo. "Se però io e i miei colleghi venissimo tagliati, e con la Riforma in atto 
questo è possibile, alcuni ottimi ricercatori non saprebbero se la cavia che hanno di fronte è maschio o femmina". La parabola serve a spiegare i legami strettissimi dei vari componenti del mondo della ricerca, posti sotto l'attacco del progetto Gelmini partorito dalla censura finanziaria del Ministro Tremonti. "La sensibile diminuzione di fondi statali - prosegue Costa - dovrebbe venir compensata dalle risorse che le regioni cercano in loco. 
Unendo riforma e quadro federalista la Toscana sta varando un'intesa fra i suoi tre maggiori atenei (Firenze, Pisa, Siena) per costruire un'università regionale. Immaginiamo gli scenari: anziché conservare facoltà in tutte le città si creerà chessò Lettere a Firenze, Ingegneria a Pisa mentre Siena terrà Economia e Commercio, vista la presenza in città del Monte dei Paschi che nell'essere finanziatore del progetto vorrà decidere cosa fare e dove. 
La facoltà di Ingegneria a Siena, se dovesse sopravvivere, risulterebbe un dipartimento distaccato in cui restano specializzazioni di alcuni rami di Ingegneria. Il vero motore di queste trasformazioni diventa abbassare i costi eliminando parti della catena della ricerca. Sotto i ricercatori ci sono assegnisti, borsisti, post dottorandi figure supersfruttate che lavorano dieci ore al giorno per cifre irrisorie, non superiori ai mille euro con cui siamo retribuiti anche noi tecnici che al massimo arriviamo ai mille e seicento. Ci siamo noi, quelli dei topolini e di tante altre competenze senza le quali la ricerca stessa perde colpi e si blocca. La catena è unica, eliminarne un pezzo diventa letale. Purtroppo solo alcuni docenti e brillanti ricercatori mostrano una visione globale, comprendendo come l'attacco è all'intero sistema della cultura che viene smantellato. I più guardano unicamente alla categoria e pensano a garantirsi l'esistenza sostenuti dai sindacati confederali. Non è vero che la Riforma punta a limitare le antiche baronie: aprire ai privati, localizzare garantisce ai cattedratici che detengono le leve di potere di mescolarsi col sottobosco economico e politico che entra nei CdA. Possiamo uscire da una visione corporativa solo se si parla di comunità universitaria le cui figure sono tutte quelle citate. La comunità universitaria è sotto attacco ma chi detiene il controllo - rettori, certi ordinari presenti nel Senato accademico - lo usa ai danni di altre componenti. Contro i tagli della Riforma la Conferenza dei Rettori aveva promesso di portare i bilanci in Tribunale e dichiarare fallimento. Non è accaduto nulla. Il cattivo pensiero sorge spontaneo: il decreto è scritto in Parlamento e fra i deputati ci sono parecchi docenti, così il cerchio raggiunge la quadratura". Di fronte a tendenze corporative Lorenzo perde per un attimo l'aplomb "Quando certi docenti senesi sostengono che mille tecnici sono tanti dovrebbero avere il coraggio di dire quanto pesano i reciproci stipendi: su 140 milioni di euro 
annuali i due terzi riguarda loro. Un interessante studio dei dottorandi di Fisica di Roma, basato su dati Miur, svelava che nell'ultimo decennio il 70% delle risorse economiche nazionali è stato usato per passaggi interni dalla docenza associata a quella ordinaria. Mediamente un associato costa 80.000 euro, un ordinario 130.000, i fondi non sono serviti al ricambio generazionale nelle cattedre, hanno consolidato la posizione di chi era già dentro". E a un membro della comunità universitaria che vive con 1.100 euro mensili, ha il secondo figlio in arrivo e nel week end fa il lavapiatti per arrotondare forse può infastidire un po'.


di Enrico Campofreda
Fonte: Terra 28 settembre 2010
Comparso su Contropiano.org

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