mercoledì 13 ottobre 2010

Nichi Vendola è un fiume in piena

Il centrosinistra? «Monotono, ripetitivo, votato alla sconfitta». Il governo? «Nemico della Puglia». I tagli nella sanità? «Si gioca sulla pelle dei pugliesi». Il Pd? «Si confronti con me. Dobbiamo smettere di avere paura della nostra gente e delle nostre ragioni. Io non ho paura». Nichi Vendola è un fiume in piena, ovunque lo porti la fittissima agenda elettoral-politico-istituzionale.





Da Torino a Vicenza, da Milano a Roma, da Bruxelles a Bologna: e la Puglia? 
«La regione è e resta al centro dei miei pensieri. A Bruxelles vado non solo per costruire un sistema di relazioni utilissime per la Puglia, ma anche per ritrovare la forza di tornare in Italia, a Bari a Roma e fare una battaglia a tutto campo per restituire dignità alla politica. Il problema della Puglia è il soffocamento causato dalle politiche del governo nazionale. La Puglia è strangolata da questa classe dirigente, da questo centrodestra e non ha neanche la fortuna di poter godere, come la Sicilia, di una politica capace di fare lobby per difendere gli interessi della comunità».

È ancora in ballo la partita del piano sanitario regionale: se la perde, saranno i pugliesi a perdere 500 milioni di euro. Non ha paura?
«Sono preoccupato, certo, ma io ho agito secondo il massimo di responsabilità possibile accettando la violenza di questo piano di rientro dei tagli, ma ponendo un limite. Non mi possono chiedere di ributtare per strada i lavoratori che abbiamo stabilizzato nè di bloccare il processo innovativo e d’avanguardia di formazione e selezione del futuro management sanitario. Sono richieste frutto solo di malanimo e faziosità politiche. Purtroppo la partita che giocano oggi è sulla pelle degli interessi della nostra comunità».

Dunque?
«Toccherà a loro la prossima mossa, ma devono stare molto attenti perché l’ingordigia della vendetta li può portare a commettere ancora una volta l’errore fatale».

Bersani ha detto: non c'è alcuna alternativa al Partito democratico. Noi siamo l'unico traino per costruire una vera alternativa. Che ne pensa?
«Misuriamoci sui contenuti e affidiamo al popolo la sovranità sulla scelta più importante. Il centrosinistra ha bisogno di vivere un processo rigenerativo che, a mio avviso, si può realizzare con gli unici strumenti a nostra disposizione. Le primarie, soprattutto se sono vere, se ci sono contendenti veri con idee diverse ma chiare, diventano la scrittura di un programma insieme al popolo, la costruzione di una coalizione innanzi tutto con un popolo. Questa è la proposta che faccio al centrosinistra. Sono stato un punto di riferimento di una storia specifica, quella che porta a sconfiggere il centrodestra partendo dalla capacità di sconfiggere il centrosinistra, che dentro di sè è subalterno a quel centrodestra. Il problema è vincere sul serio, non producendo delle alchimie o degli schemi astratti».

L’ipotesi di discesa in campo di Montezemolo col Pd, peraltro smentita dall’interessato?
«Costruire in provetta l’homo novus che traghetterà il centrosinistra fuori dalle onde della sconfitta mi sembra un esercizio di politicismo esasperante. Si vince quando si è in grado, in un rapporto politico emozionale intenso con la gente, di fare un discorso forte sulla vita del proprio paese, di affidare alla politica un progetto di trasformazione. Berlusconi ha vinto perché è riuscito a separare le parole libertà da lavoro e sapere. Bisogna costruire un cantiere che le rimetta insieme».

Crede davvero di poter vincere la partita?>
«Io non sto giocando la partita della vita o della mia carriera».

Non si direbbe.
«E invece sono sincero. Penso, però, che il centrosinistra viva una crisi speculare a quella del centrodestra, che lo spappolamento del centrodestra, la emersione di strategie politiche divaricate e la fine ingloriosa del berlusconismo, non vedano dall’altro canto un centrosinistra coeso e con una proposta politica forte. Temo molto che il centrosinistra possa mettere insieme i suoi pezzi secondo la logica della coalizione, dei conservatorismi mentre il passaggio che stiamo vivendo è epocale perché si tratta di seppellire, dopo 15 anni, una brutta seconda Repubblica, di congedarsi sul serio dal berlusconismo. Il centrosinistra non diventa alternativo fino a quando non alza le bandiere della lotta alla precarità».

Come si crea lavoro in Italia?
«Abolendo la legge 30: la precarietà mina la coesione sociale».

Però bisogna colloquiare con il sistema delle imprese.
«Certo, ma non genuflettendosi a Confindustria. Così come si può parlare del mondo cattolico senza presentarsi con l’aspersorio in mano e genuflettersi. Dobbiamo liberarci della sindrome di Zelig, evitando di aderire mimeticamente con l’interlocutore. Io ripeto quel che diceva Di Vittorio: non toglietevi la coppola davanti al padrone. La libertà va coltivata con i diritti».

Con chi si alleerebbe Vendola?
«Con molti soggetti: con Emergency, con Libera, con Slow food. Con chi voglia davvero sconfiggere il berlusconismo, con tutta quella parte di arcipelago che contesta duramente le leggi razziste che sono oggi in azione in Italia».

E i moderati?
«Non bisogna nè subire nè esercitare veti perché i veti sono una modalità di non discutere mai nel merito delle scelte. Io penso che il tema di alleanza tra forze moderate e forze della sinistra sia il tema aperto per la costruzione dell’alternativa a Berlusconi. Però in questa alleanza i moderati non debbono avere l’imprimatur per esprimere la classe dirigente e di governo e gli altri portare solo i voti. Penso che ci possa essere una bella contesa dal punto di vista egemonico e chi ha più tela da tessere la tessa».

Fini può essere un interlocutore?
«Fini è un prezioso interlocutore sul piano della discussione che riguarda le regole del gioco. Per parlare di riforma della legge elettorale, delle leggi sul conflitto di interessi e che riguardano le regole. Altra cosa è immaginarlo come alleato di una coalizione politico-elettorale. Fini si è staccato dal Pdl non per passare nel centrosinistra, ma per fondare una destra liberal-democratica non populistica, laica. Nel suo percorso, però, c’è anche l’esibizione dell’album di famiglia dove c’è il volto di Giorgio Almirante».

La scorsa settimana a Bruxelles si è parlato di coesione, di welfare e degli obiettivi della strategia Europa 2020: riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, di fonti di energia rinnovabile, di efficienza energetica. Il solito libro dei sogni nel contesto di crisi economica?
«Gli obiettivi, assolutamente condivisibili, rischiano di essere un’altra delle proliferazioni retoriche burocratiche che spesso Bruxelles mette in campo. Le politiche concrete con cui i governi europei affrontano la crisi sono di smantellamento del welfare e appare difficile immaginare che per il 2020 avremo un abbattimento della povertà in Europa. Vorrei ricordare che si tratta di 80 milioni di poveri che secondo le formule tremontiane a proiezione europea diventeranno più di 100 milioni nel 2020. Stiamo parlando alla luce di una gigantesca ipocrisia, è difficile che l’Europa possa raggiungere gli obiettivi di abbattimento delle percentuali di gas serra se non si pone il sistema di impresa di fronte alle proprie responsabilità. Il problema è legato al deficit di politiche pubbliche, che devono finanziare gli incentivi al sistema di impresa per il raggiungimento degli obiettivi 2020».

Come coniuga il suo scetticismo con l’incarico di coordinatore politico della Piattaforma europea per i cambiamenti climatici e lo sviluppo sostenibile?
«Io sono a cavallo tra l’Europa di cartapesta e l’Europa che vorrei, tra un’Europa mediocre e volgare come quella che convive con la cacciata dei Rom con l’Europa pensata e sognata dai padri fondatori. Bisogna dire la verità sul fatto che un’Europa cresciuta solo come moneta non ha un grande futuro davanti a sè, tuttativa è necessario testimoniare la portata di un grande disegno europeistico».

L’Europa è vissuta come un corpo estraneo. Come può in concreto aiutare lo sviluppo dell’Italia e della Puglia?
«Bisognerebbe rilanciare l’utopia di Altiero Spinelli di un vecchio continente governato secondo un modello politico istituzionale di federalismo europeo, avremmo bisogno della riforma del sistema di difesa, della riforma fiscale e degli ammortizzatori sociali a livello europeo. Avremmo bisogno di immaginare la costruzione del salario sociale a livello europeo per tutti coloro che sono tagliati fuori dal mercato del lavoro. Oggi l’Europa rischia di tornare sui suoi passi rispetto all’allargamento e irrobustimento del progetto, rischia di fermarsi sulla soglia dei Balcani occidentali o della Turchia, mentre dovrebbe avere il coraggio di accelerare i nuovi ingressi che possono portare linfa vitale a un continente che sembra assediato dai propri fantasmi e dalle proprie nevrosi. L’Europa e l’Italia devono fare i conti con i veleni che hanno consentito di bloccare le promesse di questa civiltà europea, figlia della possibilità di mettere insieme i diritti di libertà, quelli nati con la rivoluzione francese con i diritti sociali nati dalle lotte del movimento operaio del ’900. Le destre europee oggi hanno fatto fare un clamoroso passo indietro all’Europa e rischiano di farla schiantare».


di Rosanna METRANGOLO

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