sabato 13 novembre 2010

Attaccare la scuola dovrebbe diventare come attaccare Israele: una rogna che nessun politico si vuole accollare

Ogni autunno, piove e c'è lo Sciopero degli Insegnanti.
I genitori vedono un piccolo cartello sul portone.
Aguzzando la vista, leggono qualcosa come, «non sarà garantito il regolare svolgimento...». Sotto, una raccolta impronunciabile di lettere, che si presume siano le sigle di sindacati. Motivazioni comprensibili, nulla.
«Lo fanno apposta a scioperare di venerdì!», bofonchia un genitore, particolarmente arrabbiato perché, dove lavora lui, non può più scioperare. E quindi prova un rancore tutto particolare per chi ha ancora quel diritto. Un altro grugnisce, «c'hanno pure il posto sicuro, bisognerebbe licenziarli in tronco questi lavativi!»
Lo Sciopero degli Insegnanti non è solo una festa per gli alunni.
È una festa soprattutto per il governo, che nei confronti della scuola ha un unico obiettivo: spendere di meno, per non dover tassare di più le piccole imprese e non dover risparmiare sulle grandi commesse pubbliche.
Ed ecco che gli insegnanti accolgono l'appello del governo, restituendo alle casse dello Stato una giornata di stipendio.
Eppure, il Grande Sciopero ancora funziona: almeno in alcuni casi, le scuole restano quasi deserte.
Infatti, ci sono motivi più che validi per protestare. La distruzione della scuola è solo una parte della più generale distruzione del bene comune che caratterizza il sistema neoliberale.
Quindi, la frase, "ma qualcosa bisogna pur fare!" fa effetto sugli insegnanti. Non è però un ragionamento molto solido. Anche infilzare bamboline raffiguranti la Gelmini con lunghi spilloni di acciaio sarebbe "fare qualcosa". Anzi, sarebbe pure meno autolesionista.
A volte, sento dire, "così ci contano e vedono quanti siamo". Il governo, insomma, si fa dire, "quanti erano assenti oggi?", fa un po' di somme, e poi dice, "mamma mia, allora devo cambiare politica!"
Ora, lo sanno già "quanti siamo", grazie ai sondaggi che organizza l'apparato della Fininvest. E finché
(a) non sono in vista elezioni generali e
(b) non hanno il 51% dell'elettorato contro,
se ne fregano, giustamente.
Lo stesso discorso vale per quell'altra grande preoccupazione degli organizzatori di scioperi, cortei e affini: "così i media ne parlano". Non è chiaro il motivo per cui un governo dovrebbe cambiare delle leggi perché il telegiornale annuncia l'esistenza di uno sciopero, ma tant'è. Non è che i media ne parlano bene - ne parlano e basta.
In sostanza, lo Sciopero continua a funzionare, perché tanti insegnanti vogliono evitare di sentirsi in colpa per non aver fatto nulla e vogliono anche evitare di sembrare crumiri agli occhi dei colleghi.
Detto un po' brutalmente, si tratta di un ricatto morale. Non facciamone una questione etica: il punto è che darsi da soli una mazzata in testa perché ci si sente colpevoli oppure osservati dai colleghi, a lungo andare genera risentimento e non felicità.
Aggiungiamo il fatto che gli insegnanti di ruolo invecchiano e vengono sostituiti sempre più da precari, che hanno più difficoltà a scioperare, e arriviamo a una conclusione inevitabile: un giorno, tra due, tre anni, il Grande Sciopero fallirà clamorosamente. E dopo non potrà mai più essere rimesso in piedi.
E siccome in tutti questi anni, non si è mai cercato un'alternativa al Grande Sciopero, non si farà più nulla nelle scuole per opporsi alla deriva generale.
Criticare e basta è un esercizio piuttosto inutile. È che ho la sensazione che alcune centinaia di migliaia delle persone più colte e informate d'Italia potrebbero inventare delle alternative efficaci al Grande Sciopero. Basterebbe cambiare di testa e smettere di ragionare in maniera novecentesca.
Una piccola fantasia, un caso inventato, solo per spiegare cosa intendo. Non ci fate caso ai dettagli, cercate di capire lo spirito.
Giorgio, III C, alunno problematico con insegnante di sostegno.
Dall'alto della catena gerarchica, arriva l'ordine di tagliare, ed ecco che tagliano le ore all'insegnante di sostegno di Giorgio.
Così Giorgio non impara più niente.
Giorgio inizia a disturbare i propri compagni di classe. I quali reagiscono maltrattando Giorgio.
L'insegnante non riesce più a fare lezione. Anzi, si sente dire che oltre a capirci di scienze, adesso deve pure improvvisarsi psicopedagogo del disagio.
E l'insegnante di sostegno è incerto se potrà lavorare ancora.
Questa, nella pratica, è la civiltà neoliberale.
Così, cento insegnanti - non centomila, bastano cento - decidono di rinunciare a una giornata di stipendio. Ma vanno regolarmente al lavoro. Semplicemente, mettono quei soldi in una cassa comune.
Che serve per pagare uno studio di avvocati. I quali hanno il compito di identificare tutte le irregolarità amministrative, o magari anche i reati che ci sono dietro quello che sta succedendo in III C. E denunciare, o comunque creare problemi interminabili per chiunque abbia messo la firma alla cacciata dell'insegnante di sostegno.
L'iniziativa unisce tutti: i genitori di Giorgio, gli altri alunni e le loro famiglie, gli insegnanti di ruolo e quello di sostegno. E li unisce attorno a un caso umano, preciso e comprensibile, e non attorno a frasi astratte.
Fateci caso, il nemico comunica sempre così. Non fa discorsi complicati sull'immigrazione, ma indica col dito uno specifico extracomunitario che ha rubato alla vecchietta; dal singolo caso umano, il lettore risale da solo a un'idea generale. D'altronde, non poteva essere diversamente nell'epoca in cui l'immagine ha sostituito la parola e quindi i ragionamenti generali.
Allo stesso tempo, si coinvolgono i media - che tutta la città sappia del caso di Giorgio. Non è che i media devono semplicemente parlarne: devono schierarsi con Giorgio.
E si chieda a tutti i politici, di tutti i partiti, a impegnarsi per Giorgio. Anche al deputato locale del partito che ha voluto i tagli. Almeno a me personalmente, non interessa togliere voti a Berlusconi; mi interessa impedire a chiunque di fare le leggi che sta facendo attualmente Berlusconi, ma che farebbero anche gli altri se fossero al governo.
E se un politico non firma, che tutto il mondo lo sappia. Anzi, che il mondo sappia anche tante altre cose di lui. La scuola è un luogo straordinario in cui possono convergere informazioni e ci sono sicuramente tante altre cose interessanti da dire sul conto di chi ha fatto carriera politica.
L'esperienza ci insegna che in Italia, quando rischiano i guai, i piccoli potenti scendono facilmente a compromessi, e la lotta per avere l'insegnante di sostegno per la III C potrebbe benissimo essere vittoriosa. È molto di più di quello che si può dire per il Grande Sciopero, che semplicemente non vince mai.
A una proposta fatta con questo spirito, si può obiettare, che i tagli alla III C sono solo un sintomo di grandi processi storici, e che se non tolgono qualche ora lì, colpiranno da qualche altra parte.
Innanzitutto, dire questo non significa che fare il Grande Sciopero sia meglio.
Certo che il neoliberismo è una forza planetaria immensa.
Però ogni singola decisione ha un responsabile. C'è sempre qualcuno che deve mettere la sua firma alla decisione di ridurre le ore di sostegno a Giorgio. Attualmente, chi firma, non paga. E invece dovrebbe pagare. È l'ultima ruota del carro? Bene, invece di firmare, denunci anche lui, o almeno si dia malato il giorno in cui c'è da firmare.
Direte, se rimettono il sostegno della III C, cacceranno un bidello da un'altra scuola. Bene, che ci si mobiliti anche lì, con la stessa aggressività.
Attaccare la scuola dovrebbe diventare come attaccare Israele: una rogna che nessun politico si vuole accollare.
di Miguel Martinez – Megachip
Fonte: Megachip

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