domenica 12 dicembre 2010

La destra razzista argentina alle dipendenze del governatore di Buenos Aires Mauricio Macri

Migliaia di senzatetto occupano il Parco Indoamericano a Buenos Aires e la Polizia Metropolitana, controllata dal governatore di destra della città, spara e ne assassina tre. Di fronte al governo prima di Néstor Kirchner e poi di Cristina Fernández, che dal 2003 hanno proclamato che non si reprimerà la protesta sociale con la forza, la destra al governo nella capitale, usa i suoi uomini per rinverdire l’uso della violenza e rinnova l’argomento razzista: tutta colpa dei migranti.
L’occupazione per la richiesta di case popolari è cominciata martedì scorso. Immediatamente la polizia metropolitana, alle dipendenze del governatore Mauricio Macri, ha aperto il fuoco. Bernardo Salgueiro, un ragazzo paraguayano di 22 anni, e Rosemary Churupuña di 28 anni, boliviana, secondo alcune fonti, sono stati praticamente “fucilati” dalla polizia. Da lì non solo l’occupazione non è cessata, ma centinaia di altre persone sono giunte a dar man forte a chi chiede un alloggio. I presunti responsabili degli omicidi, membri della polizia metropolitana controllata dal governo di destra della città, sono stati immediatamente sospesi dal governo federale e la magistratura ha ordinato la perquisizione della sede della stessa polizia metropolitana.

Da quel momento è cominciato un rimpallo di responsabilità tra le due polizie, il governo della città e quello nazionale. Per Macri la responsabilità è proprio della Polizia Federale che, dopo essere in un primo momento stata presente sul posto, prima che la situazione degenerasse si è ritirata. Non avendo appoggiato la Polizia della città, avrebbe permesso che questa fosse sopraffatta dalla [inesistente] “immigrazione senza controllo, mafiosa e narcotrafficante” unica responsabile di tutti i problemi di Buenos Aires (sic). Inoltre Macri, ha voluto sostenere (vecchia menzogna) che i morti non siano stati causati dalla sua polizia ma da scontri tra gli stessi dimostranti e si è rifiutato di commentare il fatto che il suo governo avrebbe sviato ad altri fini i fondi ricevuti dal governo federale per le politiche abitative. Nel frattempo un terzo morto, un ragazzo, è spirato in ospedale e sarebbero comparse squadre di civili armati che avrebbero attaccato gli occupanti. Intanto il ministro di giustizia e sicurezza del governo federale, Julio Alak, ha confermato che la polizia federale non può intervenire perché per le occupazioni di terreni la competenza è di quella metropolitana e vari esponenti del governo della nazione hanno stigmatizzato l’operato e le dichiarazioni di Macri.
Le dichiarazioni razziste con le quali Mauricio Macri e alcuni dei suoi più stretti collaboratori hanno cercato di sviare l’attenzione e le proprie responsabilità per i tre morti di Villa Soldati (la zona dove si trova il parco, con la più alta mortalità infantile della città), non sono una novità e si inseriscono in un contesto nel quale la legge kirchnerista del 2004 sull’immigrazione, che ha sostituito quella della dittatura mantenuta per oltre vent’anni dopo questa, ha garantito il massimo grado di diritti e di regolarizzazione ai migranti che invece il governo Macri vorrebbe conculcare.
In epoca neoliberale Carlos Menem ha usato più volte l’argomento xenofobo per incolpare i migranti boliviani, peruviani e paraguayani per la microcriminalità dovuta al modello di esclusione economica. In realtà i migranti di paesi latinoamericani più poveri che vengono a cercar fortuna nel gran Buenos Aires si sono mantenuti costanti intorno al 3% della popolazione fin dal censimento del 1869. All’epoca del peronismo classico, e più avanti fino alla dittatura del 1976 dei 30.000 desaparecidos, l’argomento razzista rinverdito da Macri, è stato uno dei più classici sollevati dai “gorilla” antiperonisti. I peronisti erano considerati infatti “testoline nere”, immigrati interni dal nord indigeno del paese che venivano a macchiare etnicamente la capitale bianca ed europea.
La creazione della polizia metropolitana è stato uno dei pezzi forti della campagna “legge e ordine” con la quale Macri vinse le elezioni a governatore di Buenos Aires. Peccato che per crearla si è affidato spesso agli scarti della già non irreprensibile polizia federale, chiamando corrotti, espulsi, condannati per depistaggio nel caso dell’attentato terroristico dell’AMIA e perfino vecchi avanzi della dittatura militare.

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