mercoledì 6 gennaio 2010

Cile, sull'orlo di una crisi di rame


Hanno incrociato le braccia in segno di protesta e il mercato internazionale del rame trema. Sono i seimila lavoratori della miniera più importante del principale produttore di rame al mondo, il Cile, e a portarli alla misura estrema è l'atteggiamento della statale Corporación del Cobre (Codelco), che si rifiuta di concedere ai minatori migliorie economiche richieste a gran voce. Dal 1996, è la prima volta che la miniera di Chuquicamata si ferma.

Dopo il fallimento delle negoziazioni dell'ultim'ora, gli operai della miniera a cielo aperto fra le più grandi al mondo sono entrati in sciopero. Inizialmente annunciato per il primo di gennaio, è slittato al 4 per dare la possibilità all'azienda di rilanciare e ai sindacati di trattare. Ma niente. Per il paese, che ha nell'esportazione di rame il principale introito, lo stop della responsabile di oltre la metà dell'intera produzione nazionale è un grave problema ed è urgente risolverlo. Ma le posizioni tra lavoratori e Codelco restano lontane. Nelle intense negoziazioni antecedenti l'inizio del paro la Codelco era arrivata a offrire 12.800 dollari di aumento, quel che restava di un totale di 28.600. Una cifra che non convince i minatori, quindi, niente lavoro, ma si continua a trattare.
Tutto è iniziato con la consegna ai sindacati dello stralcio di contratto collettivo che la Codelco aveva intenzione di applicare per i prossimi tre anni. Una proposta bocciata in toto dai minatori, nonostante la tentata mediazione del governo Bachelet. Al centro della discussione sono quei 28600 dollari che, secondo la Corporazione del rame sono più che sufficienti visto che il salario minimo in Cile è di circa 313 dollari al mese. Il fatto che invece i minatori pretendino di più è visto dalla statale Codelco come una mancanza di etica nei confronti degli altri lavorati cileni e dell'intero paese. "In questa negoziazione c'è in gioco una questione etica, che va molto al di là dei costi di una paralisi - aveva annunciato l'impresa il 28 dicembre in piena trattativa - La decisione decisione della Codelco Norte, rispettata all'unanimità dall'intera corporazione del rame, è accettare lo sciopero come un'imposizione che ci dispiace profondamente, perché è lo scenario peggiore sia per i lavoratori, che per la divisione, per l'impresa e per il paese intero. Non ci resta che prepararci per affrontare uno fra i periodi più amari della storia di Chuquicamata e Codelco".


Più le ore passano più la perdita per l'azienda aumenta. Non solo, infatti, il prezzo del metallo alla Borsa di Londra è subito salito dell'1 per cento, arrivando a toccare la cifra più alta degli ultimi sedici mesi, (7430 dollari la tonnellata). Quel che più fa paura è la perdita giornaliera, stimata intorno agli 8 milioni di dollari. E se a Chuquicamata facessero seguito anche El Teniente, Andina ed El Salvador, gli altri tre giacimenti della Codelco, sarebbe la disfatta.


Intanto, il capo di gabinetto del governo uscente ha invitato alla "sensatezza", appellandosi in particolare ai lavoratori affinché "abbandonino questa posizione estrema". Questa del rame sarà una delle gatte da pelare che il governo Bachelet lascerà in eredità al nuovo capo del governo che uscirà dal ballottaggio del 17 gennaio. A contenderselo il candidato oficialista Eduardo Frei, e il destrorso ricco e famoso Sebastián Piñera, che per ora i sondaggi danno come favorito.
Già distanziato da 15 punti percentuali dal re della Tv Piñera, Frei sta cercando disperatamente di rimontare appellandosi ai voti dei progressisti, durante il primo turno del 13 dicembre dispersi fra altri due candidati. Fra questi: Marco Enríquez Ominami, ex socialista ora indipendente, arrivato terzo con un ottimo venti percento dei suffragi, ora agognati da entrambi i candidati. Ma se Ominami è fortemente critico verso Frei, che si rifiuta di appoggiare, non perde occasione per sottolineare però che il trionfo di Piñera significherebbe uno storico passo indietro per il Cile.

di Stella Spinelli

Fonte: PeaceReporeter

Cuba, Obama tradisce anche sull'embargo a Cuba


Chi si aspettava da Barack Obama una ventata di aria nuova si sbagliava. Gli Usa prolungano di un anno il blocco economico contro l'Isola di Castro.

Ancora un altro anno. Il presidente degli Stati Uniti ha firmato la proroga di un anno dell'embargo commercialecontro l'isola di Cuba. Non una grande novità se si tiene conto che si va avanti così fin dagli anni Sessanta. Insomma, chi sperava in cambiamenti consistenti nei rapporti fra le parti si deve ricredere, nonostante le belle parole ascoltate nell'immediato post elezioni Usa.
Non solo. L'ambiguo comportamento di Washington verso i golpisti hondureñi ha fatto storcere il naso a diversi leader dell'area sudamericana.
Dunque, non sono bastati i buoni propositi del presidente cubano Raul Castro che aveva aperto le porte al possibile dialogo con Washington su tutti gli aspetti sociali che riguardano la vita sull'isola, dal rispetto dei diritti umani alla libertà di stampa.
Inoltre, per il diciottesimo anno consecutivo l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato a favore di Cuba e contro il bloqueo.
Ma il 2009 è stato anche l'anno dei rimpasti di governo e dell'allontanamento di due delle più importanti figure politiche cubane degli ultimi anni, Feliper Perez Roque e Carlos Lage, accusati di cospirare contro il presidente Raul Castro.

2009, l'America Latina fa la conta dei giornalisti morti in "trincea"


Trenta. L'America Latina, il continente riemerso dall'oblio forzato in cui dittature e oppressione l'avevano forzatamente rilegato, sta finalmente tornando alla vita grazie a una maggioranza di governi progressisti che soffiano sulla polvere di un passato di morte e miseria, ma ancora c'è molta strada da fare. Quello che era il vecchio cortile dello Zio Sam, ha sì nuova vita e nuove speranze, ma le libertà finora conquistate devono ancora fare i conti con corruzione e violenze incancrenite. Un dato, fra gli altri, fotografa quanta strada c'è ancora da percorrere sulla via per la piena libertà: il 2009 ha visto trenta giornalisti morti ammazzati per aver osservato, raccontato, diffuso in nome del diritto di ogni cittadino a essere informato. Di questi, tredici sono stati uccisi nel solo Messico, che si converte nel paese latinoamericano più rischioso per i giornalisti che perseguono la verità. Subito a ruota si piazza la Colombia, con sei morti, quindi il Guatemala con quattro, l'Honduras e il Brasile con due e infine il Salvador, il Venezuela e il Paraguay con uno. Il continente latinoamericano, dunque, in un contesto di crisi economica globale, negli ultimi dodici mesi ha segnato il passo in materia di libertà di stampa e dei diritti dei lavoratori dei mezzi d'informazione, colpiti da licenziamenti e cassa integrazione. A denunciarlo è la Federazione dei giornalisti dell'America latina e del Caraibi.

Gli omicidi, le aggressioni, sono stati nella maggioranza dei casi legati a casi di corruzione. Le vittime solitamente non sono però direttori o giornalisti di grandi media. Salvo casi eccezionali, vengono uccisi comunicatori di mezzi di informazione locali o comunitari oppure corrispondenti di grandi testate ma inviati in piccole località. L'intento, nel 2009, è stato comunque quello di eliminare la notizia. Per questo, in Messico, Colombia, Guatemala, Honduras, Brasile, Paraguay e Venezuela è stato deciso di "uccidere il messaggero".

Il Messico è in piena crisi umanitaria. I tredici giornalisti assassinati ne sono l'esempio lampante. Dietro c'è un grave connubio tra narcotrafficanti e governo, dato che l'impunità regna incontrastata. Aggressioni, intimidazioni, minacce sono la norma per tutti quei professionisti dell'informazione che si pongono con spirito critico e indipendente. Il risultato è o l'autocensura o la morte. Medesima situazione in Colombia, un paese piegato da una guerra interna cinquantennale, dove sguazzano incontrastati narcotraffico e corruzione. Specialmente nelle file governative. E infatti "è il medesimo governo a minimizzare i crimini contro i giornalisti, l'aumento esponenziale degli attacchi violenti contro i comunicatori sociali e la persecuzione verso giudici e magistrati, di cui è il principale artefice, ma che grazie a una suggestiva campagna internazionale riesce a mascherare e negare", spiegano dalla Federazione. Esemplare del clima che si respira in Colombia è la fine che ha fatto il progetto di legge per depenalizzare il reato di ingiuria e calunnia, che adesso irretisce pesantemente la libertà di stampa: eclissato dai dibattiti sulla seconda rielezione dell'onnipresente Alvaro Uribe.

"In Venezuela, invece, le aggressioni avvengono principalmente dallo Stato - denuncia la Federazione - attraverso attacchi di simpatizzanti del governo ai giornalisti e mediante i mancati rinnovi delle licenze ai mezzi di informazione dell'opposizione o semplicemente critici verso le politiche ufficiali". Questa la posizione della Federacion de periodistas, ma sul Venezuela va precisato che, secondo i dati dell'Osservatorio Internazionale sui Media, la gran parte dell'informazione è privata e apertamente schierata con l'opposizione. Tre quarti dei media non fanno che attaccare il governo di Hugo Chavez, dimenticando di perseguire la verità mantenendo una posizione super partes. Certo il ricorso alla violenza non è mai giustificato, nemmeno nel Venezuela bolivariano, dove si conta un giornalista assassinato negli ultimi dodici mesi.
Sono un centinaio, invece, quelli aggrediti nella Repubblica Dominicana, mentre in Honduras la situazione della libertà di stampa è ormai gravissima. Dopo il colpo di stato del 28 giugno 2009, la repressione contro i media che si sono mostrati critici contro i golpisti è stata sistematica. Perseguitati anche i giornalisti internazionali accorsi nel paese. Due quelli uccisi.

Un peggioramento si è registrato anche nel democratico Brasile, l'unico paese che contemplava giuridicamente l'esigenza di un titolo professionale per esercitare il giornalismo, sbarramento che avrebbe dovuto garantire una certa qualità all'informazione. Avrebbe, dato che il Tribunale supremo, a cui erano ricorsi le lobby dell'editoria, ha appena tolto il paletto aprendo la strada a chicchessia.

Non va meglio in Perú dove, nonostante non sia siano registrati morti ammazzati tra i giornalisti, le aggressioni superano quelle di qualsiasi paese della regione: 180 casi. Il più emblematico, la chiusura forzata di Radio La Voz di Bagua, emittente indipendente castigata per motivi politici solo per aver reso pubblica la verità su quanto accaduto durante la mattanza per mano della polizia contro gli indigeni amazzonici del 5 giugno scorso.

Ottimi passi avanti invece in Argentina, dove è stata approvata la Legge dei Media, che combatte i monopoli dei mezzi d'informazione. Essendo stata redatta da sindacati, Ong e organizzazioni sociali e coordinata dalla Federazione argentina dei lavoratori della stampa è una legge esemplare per molte realtà.
Qualche gradino è stato salito anche dall'Uruguay, che è riuscito a ottenere la depenalizzazione dei reati a mezzo stampa.

di Stella Spinelli

Fonte: PeaceReporter

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