sabato 9 gennaio 2010

Col coraggio dei leoni d’Africa


Sono disposti a tutto. Lavorano anche sedici ore al giorno, perdendosi nelle ombre degli agrumeti, dove gli alberi sembrano non finire mai. Nella Piana di Rosarno (Rc), la terra delle famiglie Pesce-Bellocco, gli africani non si contano più. Sono oltre mille quelli regolari. Ma nei capannoni in disuso alle porte di San Ferdinando (Rc) ne alloggiano almeno tre volte tanto, in condizioni che di umano non hanno niente.

Marocchini, ivoriani, ghanesi, sudanesi, maliani. Operai agricoli da 20-25 euro al giorno. E’ ancora buio quando affollano le piazze, in attesa che passi il furgone buono che li porta nelle campagne. Raccolgono agrumi. Dall’alba fino a sera. Poi tornano nelle baracche. Mangiano arance per giorni, finché i succhi gastrici lo consentono. Non chiedono altro che la loro paga dannata. Schiavi anonimi. Dall’aspetto simile, per noi.

Oggi che i neri della Piana stanno assediando Rosarno, l’Italia s’è accorta di loro. Perché è necessaria una guerriglia urbana per diventare visibili, in una regione dove tutto sparisce. Erano già scesi in piazza a metà dello scorso dicembre, marciando verso il centro di Rosarno dopo che due di loro erano stati feriti a colpi di pistola. Adesso, per un episodio molto simile, stanno mettendo in strada tutta la loro rabbia.

Gli immigrati hanno dimostrato di saper tollerare orari di lavoro impensabili, alloggi fetidi, paghe misere. Ma non la ’ndrangheta. A muso duro, col coraggio dei leoni d’Africa, stanno dando prova di non temere le organizzazioni criminali che quotidianamente divorano la Calabria; pure a Rosarno, comune sciolto per infiltrazione mafiosa. Perché la loro vita è sacra, intoccabile. Perché l’omertà non gli appartiene. Perché, a differenza di qualsiasi altro calabrese, non hanno paura di schierarsi, di scegliere da che parte stare in un posto dove appartenere ai clan è più semplice che trovare un lavoro.

Per questo sono convinto che dagli africani i calabresi debbano imparare qualcosa. Quello che sta succedendo in questi giorni è un fatto storico, violenza a parte. Una rivolta popolare per la tutela del diritto di vivere non s’era mai vista in Calabria, terra con oltre cento omicidi l’anno. L’hanno fatta gli africani, come a Castel Volturno (Ce), posto dei casalesi: nel settembre 2008 un gruppo armato di camorristi ha sparato e ucciso sei immigrati. Erano i giorni di Setola e dei suoi uomini: sedici vittime in poche ore. A 48 ore di distanza “i neri” sono scesi in piazza, con un solo slogan: «Vogliamo giustizia». Non era mai successo in Campania, dopo un massacro di italiani innocenti. E a Rosarno il copione si ripete. Alle telecamere del Tg3 alcuni ivoriani non si danno pace: «Qua sanno solo ammazzare gli uomini».

Se i proiettili di quella carabina ad aria compressa che hanno ferito due africani fossero finiti nelle carni di un rosarnese qualsiasi, la notizia sarebbe passata veloce sui media locali. Perché il fuoco è normalità, a queste latitudini. Perché morire ammazzati in Calabria è un’opzione da mettere in conto. Anche se hai 18 anni, come Francesco Inzitari, finito a pochi chilometri da Rosarno con dieci colpi di pistola. Il suo sangue ancora macchia l’asfalto ruvido, davanti a quella pizzeria di Taurianova (Rc) dove era andato a festeggiare un amico. E’ l’unica traccia che rimane, che neanche l’omertà può cancellare. Un omicidio dimenticato in fretta: Francesco era figlio di Pasquale Inzitari, imprenditore e politico arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa. Rapidamente al delitto è stato trovato un motivo. Quell’agguanto non è stato più inquadrato nell’ottica del barbaro assassinio di un ragazzino innocente, ma è diventato semplicemente la morte quasi scontata del figlio di un uomo legato ai clan. Perché trovare una giustificazione serve a pulirsi le coscienze, in una terra sporcata.

Adesso mi piace pensare che i migranti della Piana stiano sfogando la loro rabbia anche per Francesco. Che gli occhi adirati di quei leoni neri siano colmi di indignazione anche per il delitto di Taurianova. Mentre la società civile calabrese ha risposto ancora una volta: “Assente”.

di Biagio Simonetta

Fonte: NAZIONE INDIANA

Nichi, è una guerra che merita di essere combattuta!


L’episodio Vendola-Emiliano - seguito dall’artificiosa contrapposizione Vendola-Boccia, meno colorita e drammatica - ha evidenziato, più ancora di quanto accaduto in altre Regioni, la gravità della crisi in genere della Sinistra italiana e in particolare del Partito Democratico; per quanto riguarda quest’ultimo ha anche fatto emergere la debolezza, se non l’assenza, dell’appena eletto segretario Bersani. Tali eventi potrebbero costituire tuttavia un’occasione per iniziare a uscire da tale crisi se, come si spera, si è toccato il fondo. Sarebbe quindi sbagliato, del tutto inutile ed anzi dannoso, seguendo il processo in corso di personalizzazione della politica, interpretare l’episodio Vendola-Emiliano come lo scontro tra due forti personalità: amici-nemici-fratelli con gli inevitabili coltelli…, riducendo il tutto a una sorta di sceneggiata napoletana al sugo di cavatielli. Allo stesso modo appaiono sbagliate le viete forme (”è un pazzo…”) di delegittimazione dell’avversario o la sua demonizzazione. Bisogna invece cercare di capire, discutere e porre in evidenza le cause dell’episodio e questo deve essere fatto attraverso un discorso pubblico.
Ci si può interrogare, ad esempio, sul senso politico di un’alleanza con la Udc. Pur assumendo che possa servire per vincere le elezioni (guadagnando a dritta e perdendo a manca?) serve per governare? Per governare con chi e come? Non è forse vero che l’Udc in Puglia è l’erede degenerato della peggiore DC? L’onorevole Miele da Ostuni non costituisce forse un rappresentante prototipico di questa parte o combrìccola politica? Si pensi non solo all’episodio di cronaca nera che dette notorietà nazionale al Miele (o Mele?), ma al suo tentativo (ancora in corso?) di assalire con una speculazione edilizia l’oasi di Torre Guaceto. Oltre ai tatticismi politici è azzardato ipotizzare accordi preventivi, da comitato di affari, tra una parte dell’apparato del PD e i galantuomini dell’UdC? Affari che, certo, non si limiterebbero a Torre Guaceto.
Soprattutto, e da un punto di vista più generale, credo che l’episodio vada interpretato come l’ennesima tipica espressione di una modalità autoriferita, tatticistica e ragionieristica di fare politica? Una modalità che mi pare trovi, ancora una volta in D’Alema, la sua… Massima espressione. Come altrove ho meglio spiegato, a mio avviso, D’Alema nato e anzi concepito nel palazzo, nel palazzo, all’interno cioè di una politica autoreferenziale, è sempre rimasto. Infatti, non è stato mai in grado di comprendere il cambiamento e i nuovi modi di fare politica che questo richiede. Può essere considerato l’epigone degradata di un tatticismo togliattiano, non più tragico ma ridicolo e fallimentare.
L’unione contro natura con la parte dalemiana ha gravemente danneggiato l’esperienza di governo di Vendola. Se i compromessi sono solitamente costitutivi del fare politica, vi sono momenti che richiedono alla Politica di evitare i compromessi: la Politica prima ancora di essere l’arte del compromesso è Polemos, conflitto. Vendola ora deve opporsi chiaramente e in campo aperto a questa modalità dalemiana, per indicarla con una etichetta, di fare politica, deve opporsi a qualsiasi alleanza elettorale contro natura: sarà seguito dalla Puglia migliore di sinistra, di centro e di destra, sarà seguito da molti che hanno votato Emiliano, potrebbe trovare nello stesso Emiliano un alleato. Deve sfilare il tappeto sotto i piedi del comitato d’affari, presente (e ancora egemone?) nell’apparato dalemiano del PD, soprattutto pugliese: cadranno come pupazzi e dimostreranno di essere ‘pochi’, anche dal punto di vista numerico. Il Governatore potrà vincere o perdere queste elezioni, ma in quest’ultimo caso sarà solo una battaglia perduta di una guerra che merita di essere combattuta.

di Francesco Paolo Colucci, Professore ordinario di Psicologia Sociale, Facoltà di Psicologia, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

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