lunedì 18 gennaio 2010

Haiti, riflessioni intorno a un dramma nel dramma che si ripete


Nella mappa la zona dell'aeroporto della capitale haitiana

Coordinamento degli aiuti. Un'autorità super partes a cui tutti possano guardare c'è ma è come se non ci fosse: una chimera che ha senso logico ma che resta un'utopia. A ogni paese piace il fai da te: riflessioni intorno a un dramma nel dramma che si ripete.
In caso di catastrofe naturale una delle grandi domande è sempre la stessa: chi coordina le attività delle migliaia di squadre di solidarietà, l'arrivo dei materiali, i quattrini che la solidarietà internazionale mette in campo? Una questione che si ripresenta a ogni emergenza specie quando la catastrofe richiama, per numero di morti, presenza di turisti occidentali o per qualsiasi altro motivo, l'attenzione di giornali e Tv. Ad Haiti, come dovunque, il coordinamento una testa ce l'ha. O meglio l'avrebbe: si chiama UN Disaster and Assessment Coordination (Undac) team delle Nazioni unite che entra in funzione immediatamente e che qualche esperienza alle spalle ce l'ha.
“Undac entra in funzione subito per poi essere sostituita da Ocha, l'Ufficio per gli affari umanitari dalle Nazioni unite il cui mandato riguarda proprio questo compito”, spiega Gianni Rufini un esperto di aiuto umanitario responsabile dei master di cooperazione internazionale all'Ispi di Milano. Ma se Undac si è messa subito in funzione, attivando un centro all'aeroporto della capitale haitiana, ciò non vuol dire che riesca a guidare, coordinare, indirizzare tutti gli aiuti promessi o già in corso. “Il problema è che quando ci sono molti quattrini di mezzo, come in questo caso, il coordinamento ne risente – dice Rufini – in un'equazione ormai nota: più soldi ci sono, meno coordinamento si ottiene”. Perché? “Perché sembra meno necessario in quanto non c'è bisogno di ottimizzare i costi. Inoltre in questi casi la visibilità genera il desiderio in ogni paese di far emergere la propria bandiera”, che sparirebbe sotto il cappello di un unico coordinamento. Una vecchia storia.
Se la prende con l'esposizione mediatica anche Piero Calvi Parisetti, un consulente dell'Onu esperto di aiuto umanitario: “I giornali polemizzano sul too little to late (troppo poco troppo tardi). Ma come si fa a fare polemiche di questo genere? Il coordinamento è un fatto complicato”. Tecnico ovviamente ma anche politico. Il buon cuore internazionale risente di molti fattori, primo fra tutti l'esposizione mediatica. “Lo tusnami – dice Calvi Parisetti – ne è un esempio evidente. La presenza di turisti occidentali aumentò l'attenzione del mondo facendo dello tsunami l'emergenza più finanziata della storia. Se poi questo sia stato efficace resta da dimostrarsi”. I teorici dell'aiuto umanitario sono dunque sempre cauti e al contempo prigionieri di un dilemma: se i media tacciono nessuno si occupa di quel sisma o di quell'alluvione. Se parlano troppo si lamentano del too little too late e complicano le cose.
Il sisma di Haiti, che si presta molto ad diventare uno spettacolo mediatico sembra un esempio del secondo tipo: tutti han messo mano al portafoglio, tutti vogliono esserci. E dunque tutti sono molto restii a rispondere a un unico coordinamento, comunque in difficoltà in un paese con un governo civile debole e le cui strutture – logistiche, informatiche, di comunicazione – sono collassate. “Le cose comunque – aggiunge Rufini guardando al bicchiere mezzo pieno - tendono a migliorare: l'Unione europea ad esempio ha istituito ad Haiti un coordinamento delle protezioni civili che è un passo importante. Ma le regole dell'umanitario dicono anche che non esiste un obbligo a sottostare a un certo cappello”. L'autonomia e la neutralità dell'umanitario – le regole auree che ne formano i principi base – diventano così persino una scusa per bypassare le Nazioni unite, cui dovrebbe competere di fatto la gestione dell'immenso flusso d'aiuto che, nel giro di qualche giorno, si riverserà su Haiti: personale, risorse, mezzi, denaro.
Un'autorità super partes a cui tutti possano guardare dunque c'è ma è come se non ci fosse: una chimera che ha senso logico ma che resta un'utopia. L'appello lanciato ieri dall'Onu per un finanziamento di 550 milioni di euro probabilmente andrà a buon fine. Ma non è detto che questo fermi la macchina della solidarietà che si è messa in piedi e in cui ognuno vuol fare la sua parte.

Ad Haiti infine c'è un problema in più: in ogni paese c'è un ufficio dell'Onu a cui fanno riferimento le varie agenzie, dal Wfp all'Unicef, o le Ong internazionali che già lavorano sul territorio. Ma nella capitale la maggior parte degli uffici locali, dal quartier generale delle Nazioni unite alla stanzetta della più piccola Ong, sono stati distrutti, danneggiati o sono impraticabili. Tutto il coordinamento che di solito è in piedi in un paese -e che dunque si attiva subito in caso di emergenza secondo uno schema ben preciso – è stato semi spazzato via. Ad Haiti anche i soccorritori hanno bisogno di soccorso.

di Emanuele Giordana

Fonte: Lettera 22

Uscito su il riformista

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