giovedì 4 febbraio 2010

"Termini Imerese si cambia e cambiar si doveva perché quella era l'unica via di fuga dall'inferno"


Ricordate quella voce metallica che usciva, un po' graffiata, dall'altoparlante per avvisare i viaggiatori "Termini Imerese, stazione di Termini Imerese, per Milano (o Torino) si cambia" ? Uso l'imperfetto perché meglio sollecita il ricordo, ma potrei usare benissimo il presente giacché Termini resta la principale stazione siciliana di cambio, da e verso il Continente. "Termini Imerese si cambia" e cambiar si doveva perché quella era l'unica via di fuga dall'inferno, l'unica speranza per i nostri padri e fratelli senza terra che, da secoli, avevano cercato, inutilmente, un lavoro degno, una casa, una scuola per i figli. Oggi parliamo del dramma attuale che Termini Imerese e la Sicilia stanno vivendo, perché non vorremmo che a quel "cambio" dovesse essere costretta altra gente che un lavoro e una casa già l'hanno.

Era un normale cambio di treno, ma per chi doveva effettuarlo spesso segnava l'inizio del distacco, dello sradicamento dalla famiglia e dalla terra natia, una svolta drammatica della vita, un atto disperato verso l'ignoto.

Infatti, quei treni mostruosi correvano verso terre e città sconosciute, perfino temute. Qualche notizia si aveva da quelle poche righe sgangherate scritte da qualcuno che già vi si era avventurato.
Così è cominciata l'ultima storia della gran parte dei siciliani che nel dopoguerra diedero inizio a un nuovo esodo.

Ai treni, ai macchinisti è toccato il compito più ingrato: trasportare centinaia di migliaia di persone oneste ma stanche d'essere massacrate da lavori umilianti e malpagati, dalle più gravi ingiustizie e dalle angherie di campieri e mafiosi.
Per alcuni quei luoghi ambiti si rivelavano un triste ritorno giacché vi erano stati al fronte con gli scarponi di cartone o prigionieri nei lager nazisti.

"Termini Imerese si cambia" e cambiar si doveva perché quella era l'unica via di fuga dall'inferno, l'unica speranza per i nostri padri e fratelli senza terra che, da secoli, avevano cercato, inutilmente, un lavoro degno, una casa, una scuola per i figli.
E qui mi fermo, perché desidero parlare del dramma attuale che Termini Imerese e la Sicilia stanno vivendo, perché non vorremmo che a quel "cambio" dovesse essere costretta altra gente che un lavoro e una casa già l'hanno.
E deve esser anche chiaro che ho usato questa immagine non per demagogia né per intenerire il cuore di qualcuno, ma solo per tentare di ridestare la coscienza, la dignità dei siciliani onesti e laboriosi i quali, pur costituendo una stragrande maggioranza, non sono mai riusciti ad esprimere un governo conforme ai loro bisogni e alle loro aspettative.

La Chrysler si salva mentre Termini affonda
Ma andiamo al fatto. Non entrerò negli aspetti più tecnici della vertenza Fiat (per incompetenza), desidero solo soffermarmi sui suoi risvolti politici e sociali conseguenti al "decreto" ingiuntivo del signor Marchionne.
Col passare dei giorni e l'acutizzarsi delle tensioni, si amplia e si chiarisce l'arco delle responsabilità, dei silenzi, delle passività che ci inducono a concludere che l'eventuale chiusura della Fiat di Termini sarebbe l'ennesima, pesante sconfitta della politica e dei governi di Palermo e di Roma. E un po' anche dei sindacati.

Anche se, purtroppo, a farne le spese saranno i nobili operai termitani che stanno lottando, a mani nude, contro una multinazionale italiana che riesce a salvare decine di migliaia di posti lavoro negli Usa, ma non riesce a salvare, al limite riconvertendone la produzione, lo stabilimento siciliano, per altro lautamente incentivato con finanziamenti pubblici, diretti e indiretti.

Se Termini dovesse chiudere, credo si potranno rivedere tante cose nella politica e nell'economia siciliane e non solo.

A cominciare dal ruolo svolto da questo corteo pietrificato di ministri, sottosegretari, presidenti, assessori, parlamentari, segretari di partito e quant'altro i quali, invece d'impuntarsi per difendere il diritto al lavoro, sembrano avere già indossato l'abito scura per partecipare ai suoi funerali.
Cattiva volontà o impotenza? Personalmente, propendo per la seconda ipotesi.

Infatti, più che bloccata, la politica oggi appare esausta, sfinita. Soprattutto sul fronte della difesa dei diritti sociali e civili dei cittadini.
Non tutta la politica per fortuna, ma in giro, ci sono troppa rassegnazione, remissione, accettazione ossia tutti gli ingredienti necessari per preparare e servire, in un piatto d'argento, pappa d'oro a società anonime e ai loro manager super pagati.
Quasi non si avessero buone ragioni e solidi propositi per richiamare Marchionne al tavolo, non della trattativa, ma delle responsabilità.

Le pretese del mercato e le ragioni degli uomini
La "caduta" di Termini Imerese potrebbe innescare conseguenze drammatiche nel comprensorio e nell'intera Sicilia.
Perciò, bisogna fare di tutto per evitarla. Ancora ci sono tempo e risorse per far mutare avviso al signor Marchionne.
Purtroppo, l'impressione che si è data, in primo luogo da parte delministro Scaiola, è stata quella di una fretta ingiustificata nel prendere atto del disimpegno di Fiat.
Solo oggi si sono fatti sentire il presidente del Senato Schifani (che è anche senatore del collegio) e quello del Consiglio Berlusconi. Vedremo domani cosa accadrà.

In ogni caso, c'è una responsabilità politica ineludibile, giacché quello che da Torino o da Detroit si vede come "un ramo secco", "non competitivo", è per la Sicilia un insediamento strategico sul piano dello sviluppo e persino su quello morale. Giacché la chiusura di Fiat-Termini sarebbe anche un duro colpo allo stato d'animo dei siciliani.
Soprattutto dei giovani, non perché tutti pensano d'andarsi ad occupare alla Fiat, quanto perché vedrebbero rompersi un legame importante con la multinazionale torinese il cui abbandono suonerebbe come un'amara notifica che per loro, per l'Isola non c'è speranza d'inserirsi nel mercato globale.
Si obietterà: ma siamo in un mercato libero, globale. Questo è vero, tuttavia, non tutto può essere immolato sull'altare del massimo profitto.

La competitività, i profitti non devono far dimenticare che viviamo dentro società (umane intendo), fragili e smarrite, che non sopporterebbero oltre la perdita improvvisa di diritti fondamentali, qual è il lavoro, di simboli e valori morali che mai potranno essere scambiati in Borsa.
Perciò, signori, attenti all'ingordigia, a strafare.
Nessuno invoca la rivoluzione, ma solo un po' di moderazione, di rispetto per i bisogni dei più deboli, della gran parte dei lavoratori che non vogliono più cambiare treno, né a Termini né a Catania, per andarsi a cercare un lavoro altrove. Ma dove? Forse in India o in Cina?

Chi governa lo sviluppo?
Di fronte a tale, inquietante scenario nasce la sensazionedell'infiacchimento, progressivo e costante, del ruolo, e del potere democratico, della politica e dei governi nei rapporti coi "poteri forti" extra istituzionali. I partiti, i governi sembrano avere esaurito le loro capacità di reagire al declino e di governare i processi che investono l'economia e la società e d'indicare una convincente di via d'uscita.

Situazioni simili si sono registrate anche in passato, mai, però, si era giunti a questo punto. La politica poteva entrare in crisi, subire momentanei sbandamenti, commettere errori e abusi. Tuttavia, il sistema era in grado di produrre, mobilitare nuove risorse e progetti per rilanciare la situazione.
Anche in Sicilia, le vecchie crisi, per quanto acute, seguivano, con alti e bassi, il ciclo economico generale, restando in qualche modo in sintonia con i movimenti e coi processi d'innovazione presenti in Italia e in Europa.
Termini e altre vertenze ci dicono che l'Isola potrebbe restare fuori da tali contesti, che, sola e smarrita, potrebbe avviarsi verso un inesorabile tracollo.

Dalla crisi ai licenziamenti il passo è breve
Esagerato? Basta guardarsi intorno, e passarsi una mano sulla coscienza, per accorgersi che nell'industria siciliana (tralasciamo altri settori solo per ragioni di spazio) non si parla più di ristrutturazioni, ma di ridimensionamenti, di chiusure degli stabilimenti esistenti.
Insomma, dalla crisi ai licenziamenti il passo è divenuto troppo breve.
L'elenco delle aziende che chiudono, o chiuderanno, definitivamente è molto lungo e conosciuto. La Fiat di Termini è il caso più clamoroso anche perché costituiva uno dei capisaldi strategici dell'economia siciliana.

E' umano sperare nel miracolo, ma tutti hanno capito che da Termini la Fiat è già partita per sempre e che non potranno, certo, rimpiazzarla le improbabili "proposte alternative" (quali esattamente?) pervenute al ministero o alla regione che, per altro, cadono una dopo l'altra, come foglie al vento.

Vedremo. Tuttavia, è chiaro che Termini e qualche altro stabilimento meridionale sono a rischio chiusura perché anelli più deboli della strategia di questa multinazionale italiana che, mettendo da parte patria e nazione (termini enfatici cui gli stessi ricorrono per vendere aerei e cannoni), va a cercare il massimo profitto nei luoghi del più duro sfruttamento dell'uomo e della natura. Purtroppo, l'annuncio di Fiat è stato preceduto e seguito da altre società medie e piccole, e call center che stanno chiudendo una dopo l'altra.

Tutto ciò non avviene a caso. Soprattutto nelle aree più deboli che stanno pagando per prime il prezzo di questa sorta di regressione globale e pianificata nella quale il capitale finanziario, sovente di natura illecita e criminale, svincolato da ogni obbligo sociale (perfino da quello di pagare le tasse) punta a demolire il complesso delle conquiste operaie e sociali, per riportare indietro, di decenni, la condizione dei lavoratori occidentali.

Il futuro euro-mediterraneo della Sicilia
E qui mi fermo per non allontanarmi troppo dalla Sicilia che- com'è noto-, oltre a trovarsi nella morsa della tenaglia neoliberista, è penalizzata dagli effetti di altri fattori negativi specifici: un'amministrazione pletorica e inefficiente (o resa tale), una criminalità troppo invasiva e una marginalità eccessiva rispetto ai principali mercati tradizionali e/o in formazione.

Insomma, alla fine del ciclo la Sicilia rischia di ritrovarsi alla periferia di tutto. Eppure, una, volta era al centro di tutto. Ma questa è un'altra storia che dovremo rileggere con l'occhio rivolto all'attualità, alla sua invidiabile centralità mediterranea grazie alla quale si potrebbe ribaltare la sua posizione: da periferia emarginata a punta più avanzata nella politica europea di cooperazione e di scambio con i Paesi rivieraschi, del medio e dell'estremo oriente.

Purtroppo, lo squilibrio (in senso antiarabo) della politica estera del governo Berlusconi non rafforza questa prospettiva. Così come il basso profilo della politica siciliana che continua a sfornare governi improvvisati, minoritari e liste di dirigenti riciclati, di consulenti che poco o nulla hanno da consigliare in proposito.

Lo proponiamo, lo scriviamo da decenni: il futuro della Sicilia si gioca, in gran parte, nel Mediterraneo, destinato a diventare, in questo secolo, una delle principali aree strategiche del pianeta.
Purtroppo, oggi, per fare la politica economica della Sicilia si guarda all'amico di corrente o di partito invece che ai flussi di beni e servizi in transito per il canale di Suez.
Una Sicilia con le carte in regola, liberata cioè da tutta la zavorra che l'opprime, guidata da un moderno ceto dirigente, politico e imprenditoriale, può divenire, infatti, luogo privilegiato di scambi, d'investimenti e di produzioni, una fiera permanente, qualificata per gli scambi economici, tecnologici e culturali intra ed extramediterranei.

Così perdurando la situazione, la Sicilia non sa dove andare. Eppure, non tutto è perduto, la crisi siciliana può avere un duplice sbocco: la decadenza (in itinere) e le grandi opportunità (da cogliere) sul fronte euro-mediterraneo dello sviluppo.
La salvezza è ancora possibile. Ma ci vorrebbe una politica nuova, di sana pianta, capace d'invertire la micidiale tendenza e di delineare una via d'uscita.

di Agostino Spataro

Fonte: Aprileonline

Alcoa l'incerta


Il governo offre ad Alcoa l'impegno ottenuto in sede Ue per un esame prioritario del dossier italiano a Bruxelles. Il premier, Silvio Berlusconi, telefona personalmente a Manuel Barroso dopo aver rivolto un invito alla multinazionale dell'alluminio a non abbandonare l'Italia. Ma l'azienda Usa chiede garanzie ancora più puntuali. date più certe e ravvicinate rispetto al 22 marzo, scadenza per la conversione in legge del decreto governativo che riduce i costi energetici. Quasi quattro ore di pausa e di contatti con il quartier generale a Pittsburgh non bastano a trovare un compromesso e, alla fine, l'unica concessione che arriva da Alcoa è la disponibilità a un nuovo tavolo l'8 febbraio, lunedì prossimo, dopo una missione dell'amministratore della divisione italiana, Giuseppe Toia, negli Usa. Soprattutto, nessuna marcia indietro dell'azienda rispetto alla chiusura degli impianti annunciata per questo sabato, almeno sino a quando Toia non abbia sentito, tra oggi e domani, i boss di Pittsburgh. Questo è ciò che è uscito, alle tre di notte di martedì, dalla trattativa tra i vertici Alcoa e la delegazione del governo guidata da Gianni Letta.
«Il governo ha detto che non intende tollerare una chiusura degli impianti prima dell'8 febbraio», ha fatto sapere al termine del summit notturno il sottosegretario allo sviluppo economico Stefano Saglia. Che ha aggiunto: «La nostra posizione è molto netta. Letta ha detto con chiarezza ai manager Alcoa che la situazione deve essere risolta e che, a fronte di una serie di impegni presi in sede europea, non c'è alcuna ragione perché l'azienda sabato chiuda gli impianti».
All'irritazione del governo si aggiunge quella del sindacato, che arriva a chiedere all'esecutivo di utilizzare tutti i mezzi a tutela degli addetti italiani del gruppo Alcoa, fino ad arrivare al sequestro dei siti dell'azienda sul territorio nazionale e alla nomina di un commissario. Agli operai i sindacati chiedono invece di presidiare gli stabilimenti per evitare la chiusura prima di lunedì. «Ancora una volta il management del gruppo americano ha dimostrato inaffidabilità e ambiguità, non avendo più alibi rispetto alle ulteriori aperture del governo», commentano i vertici nazionali delle tre confederazioni sindacali.
Dal canto suo, il governo ieri mattina ha confermato la linea dura attraverso le dichiarazioni del ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola: «Alcoa subirà tutte le conseguenze di una eventuale scelta improvvida. Una cosa deve essere chiara: non permetteremo una decisione unilaterale». E il ministro della funzione pubblica Brunetta, davanti alle telecamere del programma di Bruno Vespa, ha aggiunto: «Se chiudono gli impianti di Fusina e di Portovesme prima di lunedì prossimo, gliela faremo pagare».
Le segreterie nazionali di Fim, Fiom, Uilm lanciano un appello unitario: «Alcoa non deve chiudere. Sono ore decisive, occorrono strumenti e interventi di carattere straordinario per impedirlo». «Entro pochi giorni - si legge in una nota comune - gli impianti nei due stabilimenti di Portovesme e di Fusina potrebbero essere spenti e così l'intera attività produttiva messa in discussione. 2000 persone rischiano di trovarsi in mezzo a una strada. L'incontro a Roma ha registrato, per l'ennesima volta, l'arroganza della multinazionale che, nonostante assicurazioni e provvedimenti sul piano energetico messo in atto dal governo, non ha accettato di garantire l'attività produttiva e si è anzi riservata la chiusura».
Insomma, al momento l'unica certezza è che l'incontro di lunedì prossimo sarà un punto conclusivo rispetto alla posizione di Alcoa, perché il colosso di Pittsburgh dovrà definitivamente sciogliere le sue riserve e decidere se vuole abbandonare l'Italia o continuare la produzione. «Bisogna scongiurare il rischio - dicono Fim, Fiom e Uilm - che a quell'incontro si arrivi con una situazione già compromessa per l'assenza di materie prime indispensabili al ciclo produttivo o addirittura a impianti spenti. Per questo chiediamo al governo, alla regione Sardegna, alla regione Veneto di usare tutti gli strumenti di legge, fino ad arrivare al commissariamento e a una gestione straordinaria».

di Costantino Cossu

L'Ilva, il lavoro, la morte, la strage non si raccontano


TARANTO - L'ultima volta che a Taranto si è parlato pubblicamente di morti sul lavoro è stato il 12 giugno scorso. In piazza Garibaldi, per iniziativa dell'associazione che da quella data prende il nome, in memoria di Paolo Franco e Pasquale D'Ettorre, operai caduti all'Ilva lo stesso giorno dello stesso mese del 2003. Avevano poco più di vent'anni quando sono stati sepolti dal braccio di una gru nei parchi minerali. Per loro quella piazza, simbolo della reazione civile alla routine di morti e infortuni in fabbrica, applaude: tre minuti di mani che si sfregano, piccole e grandi. Poi le parole di Fabrizia Ramondino, intellettuale scomparsa un anno fa. Nel '69, dopo aver seguito i comitati dei lavoratori in lotta all'Italsider di Bagnoli, scriveva: «Non so dire se in quei mesi gli operai abbiano imparato qualcosa da noi o se in qualche modo siamo stati loro d'aiuto. So invece che loro ci hanno insegnato molto: a vivere con maggiore consapevolezza, responsabilità, dirittura morale. A vedere dietro ogni manufatto dell'uomo, dal frigorifero al ninnolo di casa, dalla macchinetta del caffè all'ombrellone da spiaggia, il lavoro che li ha prodotti (...)». L'ultima «morte bianca» è arrivata invece l'altro ieri, questa volta all'Arsenale di Taranto, «devastato da una ristrutturazione selvaggia e dalla privatizzazione delle lavorazioni in atto da oltre dieci anni», come denuncia Giuliano Greggi delle Rdb. La prima della Difesa spa.

L'urlo di Munch
Dal gazebo volto verso la lingua di cemento che unisce la città nuova alla vecchia, quel giorno hanno preso la parola in tanti. Protagonisti, testimoni di una storia che quotidianamente nei cantieri tarantini miete vittime e ammala. Appena teso sul palco lo striscione dell'associazione 12 giugno, con L'Urlo di Munch. Davanti a esso, uno dei simboli della nazione: la bandiera.
Nulla che sventolasse però, il tricolore era umano: a destra del palco tre ragazzi indossavano tute da lavoro rispettivamente di colore verde bianco e rosso. Davanti a loro un pubblico attento: ai lavoratori ed ex si mischiavano cariche istituzionali, sindacali e associazioni per l'ambiente.
Arrivavano anche dalla Provincia, che soffre gli stessi mali della città: dall'inquinamento prodotto dall'industria, che per un gioco di venti la investe (secondo l'Inventario nazionale emissioni e loro sorgenti nei cieli di Taranto viene riversato il 92 per cento della diossina italiana. E la fonte principale di emissione è l'Ilva), ai lavoratori che garantisce in particolare al bacino Ilva. Perché a Taranto il lavoro si concentra ancora nel siderurgico (13mila dipendenti, e 4mila lavoratori nell'indotto), come i morti (44 negli ultimi 20 anni, fonti sindacali) e gli invalidi. Ci sono poi i malati professionali, che il più delle volte hanno contratto la patologia durante gli anni di lavoro all'Italsider. Segnala l'Inail che su 10mila lavoratori che a Taranto hanno già ottenuto i benefici previdenziali per l'esposizione all'amianto, 8mila sono ex operai dell'Italsider.
Cosimo Semeraro, presidente dell'associazione 12 giugno, è uno di loro. Era impiegato come elettricista alla manutenzione generale di spogliatoi e palazzine. Svolgendo quel lavoro ha contratto l'asbestosi pleurica, il cancro da amianto. Ora è in pensione, ma per ottenere il riconoscimento dell'esposizione ha dovuto penare. E non ha mollato. Quando ha visto la classe operaia sgretolarsi. Quando ha sentito il sindacato debole. Quando davanti a lui si ergevano sordi i colossi del potere. E la lotta l'ha
ripagato. Ad aprile scorso, dopo anni di intoppi giudiziari, in primo grado ha ottenuto la condanna dell'allora direttore dell'Inail provinciale per occultamento e soppressione di atto pubblico. Cioè del fascicolo col quale nel '95 aveva inoltrato all'istituto la richiesta di prepensionamento.
Sentenza confermata in appello il 29 settembre, ma con pena sospesa per prescrizione dei termini. Dal palco quel giorno Semeraro, non ha parlato.
Oggi la testimonianza per lui ha un significato collettivo.
Il lavoro della Regione
Nichi Vendola ricorda che in Italia gli infortuni sul lavoro sono circa un milione l'anno, 20mila feriti e invalidi permanenti, 1300 morti. «È un'algebra insopportabile, drammatica, eppure cancellata. La notizia di una morte sul lavoro buca il video solo se è una strage, ma ogni giorno in Italia ci sono 4 morti sul lavoro. Se si ha la sfortuna di morire uno a Barletta, uno a Trieste, uno a Genova e uno ad Agrigento, la strage non viene neppure raccontata». Oggi in Italia, dati Inail, gli infortuni si
verificano prevalentemente in edilizia, in agricoltura e nella grande fabbrica. E in fabbrica colpiscono in maniera crescente i lavoratori dell'appalto. «L'Ilva per esempio è una metropoli, e quando entra qualcuno per un lavoro di breve periodo senza avere l'adeguata formazione i rischi crescono». In tre anni la Regione Puglia ha incrementato i medici del lavoro del 24%, i tecnici della prevenzione del 42% e le ispezioni nei cantieri del 30%. E ha fatto della formazione alla sicurezza un pilastro
della propria strategia d'intervento.
Spiega Vendola: «In un tessuto produttivo come questo, dove il 95% delle aziende sono microscopiche, l'imprenditore è un ex lavoratore la cui condizione si è evoluta. Al Truck Center di Molfetta, ad esempio, abbiamo il piccolo imprenditore che muore insieme ai suoi operai. Allora il problema è di formazione». A breve, per integrare il reddito dei lavoratori in cassa integrazione, la Regione finanzierà corsi di formazione nei rispettivi ambiti lavorativi. «Bisogna far cambiare il vento. Il vento che soffia oggi nel mondo è quello della perdita del valore del lavoro. Il lavoro ha solo un prezzo, non ha valore. Qualche tempo fa sono stato in Belgio» dice «a rendere omaggio ai caduti nella più grave strage di miniera, a Marcinelle. 262 morti, 136 italiani, 22 dei quali pugliesi». Era l'8 agosto del '56. «Mi ha accompagnato uno dei tre sopravvissuti, un uomo di 87 anni. Si è vestito da minatore, e ha portato con sé la lanterna che usava negli anni '50. Era emozionato, perché a 43 anni dalla strage, anche la sua Regione andava a rendere omaggio a quei martiri. E a un certo punto mi ha chiesto: 'Presidente, sai come mi chiamo?', l'ho guardato. 'Il mio nome è 709', ha detto. 'Perché a quel tempo in miniera non avevamo neanche diritto a un nome. Il carbone valeva più della vita umana.' Ha fatto un sospiro, poi due passi in avanti. Si è girato e mi ha chiesto: 'Presidente, non è che quei tempi sono tornati?'».
Cantieri e agricoltura a rischio
Cosimo Nacci, dell'Inail di Taranto, offre invece i dati sugli infortuni in città e provincia. Tra i siti a più alta concentrazione, nell'ordine, la grande industria, i cantieri edili e l'agricoltura. «Siamo passati da 9100 nel 2007 a 8600 nel 2008. Aumentano, invece, gli infortuni in itinere e quelli a carico dei lavoratori stranieri: nella provincia ne abbiamo contati 180». Il mese in cui si rileva il maggior numero di infortuni è luglio, il giorno il lunedì, mentre per le morti il mercoledì. Quanto agli orari, gli infortuni si verificano verso le 10 e nelle prime ore del pomeriggio, le morti tra le 9 e le 10. Parole che indignano Angelo Franco, ex dipendente Italsider e padre di Paolo, uno degli operai caduti all'Ilva il 12 giugno 2003. «Mio figlio è morto di giovedì, non di lunedì o di mercoledì.
Però ha ragione, guardi, è morto alle 14. Perché era ubriaco forse?
Perché fumava là dentro? O perché era arrivato al lavoro stanco dopo una serata di bagordi? Non sono d'accordo. Signore, signori» domanda «c'è qualcuno tra voi che ha un figlio all'Ilva?». Dal pubblico soltanto uno alza la mano. «Ah, ecco. E suo figlio che fa? Per caso va in discoteca la domenica e poi va a morire di lunedì?». Quello scuote la testa. «Vedete, non penso». Angelo sa che la morte di suo figlio all'Ilva di Taranto è parte della storia italiana. «Stamattina nella piazza intitolata ai morti
sul lavoro, c'erano solo 26 persone. Una per ogni anno che aveva mio figlio quando è morto. E questo è grave». Silenzio. È vero che gli infortuni a Taranto e provincia sono diminuiti, «ma è vero anche che oggi all'Ilva abbiamo 6mila ragazzi in cassa integrazione»
Il diritto alla rabbia
«Credo si possa dire che c'è un diritto alla rabbia» dice don Ciotti «perché la rabbia è un sentimento umano, la rabbia è un atto d'amore. E noi dobbiamo esprimere questo diritto che chiede verità, che chiede giustizia. Non si può morire sul posto di lavoro, non si può morire per cercare lavoro, non ci si può suicidare perché non c'è lavoro».
Silenzio. «Guardate, io ho fatto l'operaio, mio padre era operaio» dice «e sento di poter dire che questa non è una crisi economica. Questa è una crisi politica ed etica».
Sul palco poi sale Patrizia Perduno, vedova di Silvio Murri, morto all'Ilva il 21 maggio 2004, col sogno di essere stabilizzato. Sotto il palco Andrea, loro figlio. Parla con un filo di voce Patrizia, stringendo in un pugno il foglio con le parole da dire. «Silvio era un ponteggiatore. Montava e smontava ponteggi altissimi. Usava le misure di sicurezza. La frase che diceva sempre prima di uscire era: 'io devo tornare a casa la sera'." Cosa che non è avvenuta quel giorno. Il ponteggio su cui lavorava con altri
operai è crollato e lui è precipitato nel vuoto. È morto dopo nove giorni di coma. Continua Patrizia: «Mi rivolgo a chi ha il dovere di rendere sicuri i posti di lavoro.Non è dignitoso morire per portare lo stipendio a casa, non è accettabile morire lavorando. E non si può permettere tutto questo solo per questioni economiche». Silenzio. «Ora mi rivolgo agli operai. Rifiutatevi di lavorare in condizioni pericolose. Non è più tempo per le parole, dobbiamo agire».
Morris Franchini sale sul palco con falcata sicura. Indossa un polo rossa e pantaloni beige. I capelli rasati, lo sguardo fondo. «Essere qui» dice «mi dà la stessa sensazione di quando ho assistito per la prima volta a un infortunio sul posto di lavoro. Era mattina. Stavamo facendo manutenzione a un carroponte». Morris ha 33 anni. Da 10 lavora all'Ilva come elettricista, nel Tubificio 2. «Abbiamo visto persone che correvano da una parte all'altra, e gridavano. Io e un altro ci siamo affacciati, e abbiamo visto un ragazzo esanime, senza un piede, una scena agghiacciante». Poi ci sono stati altri morti in fabbrica, anche nel suo reparto. Trema Morris e suda.
«Sono un operaio dell'Ilva ma potrei essere un lavoratore di un'altra azienda, e potrei avere un altro nome. Sono colui che per la dannata legge del profitto, vale quanto un perno, una vite, un macchinario che appena si rompe viene sostituito. Sono colui al quale chiedete un voto e che poi dimenticate, tranne quando si tratta di fargli pagare tasse e crisi. Sono colui che per paura di perdere il posto di lavoro ha paura di altri come lui, li vede come nemici ai quali fare la guerra. Sì, la guerra dei poveri.
Perché si sente questa cosa in fabbrica: 'Mica male quel capoturno, sai?
Fai bene a non ribellarti, a chinare la testa, potresti essere spostato di reparto o messo in cassa integrazione'. Sono colui che dice 'tanto mi è andata bene molte volte stavolta non mi andrà male'. Sono io, il moderno Charlie Chaplin incatenato alla catena di montaggio sociale dove si vive per produrre, si produce per consumare, e al quale si offrono in pasto bisogni indotti e inutili. Sono colui che fa notizia perché muore e poi viene sepolto in un terribile silenzio. Ma questo silenzio deve veicolare un grido più forte. Di disperazione, di rabbia, di voglia di giustizia. Un grido per svegliare la vostra cattiva coscienza».

di Ornella Bellucci
* da Il Manifesto del 27 gennaio
Comparso su l'Ernesto

“Con gli operai Fiat”


Lo scorso 23 maggio, mentre Marchionne era impegnato nel chiudere trattative in giro per il mondo, avevo denunciato come il piano aziendale della FIAT prevedesse un taglio di 10mila persone.

Avevo denunciato come il Governo italiano si fosse limitato ad attendere la chiusura delle trattative con Chrysler e Opel prima di vedere le carte del piano FIAT. Avevo denunciato come in un periodo di crisi, le ristrutturazioni aziendali, se devono avvenire anche grazie al contributo pubblico, devono essere a bilancio zero per i licenziamenti.

E oggi, purtroppo, quell’allarme lanciato quasi un anno fa trova la sua collocazione malvagia nelle carte di Marchionne che vogliono la chiusura di Termini Imerese, mentre la produzione continua a ritmi incalzanti in Polonia e in Brasile.
Dietro la frase “Capacità produttiva in eccesso” ci sono famiglie, vite che saranno spazzate via dal mondo produttivo, e non solo. Ed è per questo che oggi gli operai FIAT sono in sciopero. Ed è per questo che vanno supportati.

Mi auguro che il governo italiano faccia quello che in questi mesi non ha osato fare: chiedere conto alla FIAT e a Marchionne di quanto è stato loro dato in questi anni dall’Italia e bloccare quindi i licenziamenti, rilanciando piuttosto la produzione e puntando su ricerca e innovazione.

di Nichi Vendola

Fonte:sinistraelibertà

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