martedì 9 febbraio 2010

La maledizione imperiale su HAITI


Gli imperi coloniali e l'imperialismo moderno non hanno mai perdonato al popolo haitiano il fatto di aver fondato la prima repubblica indipendente d'America, realizzato la prima rivoluzione sociale antischiavista, riscattato i neri dall'oppressione e aiutato con forniture d'armi la campagna liberatrice di Bolívar.

Da allora si è accanita contro di esso la maledizione imperiale: neocolonialismo, interventi militari, dittature feroci, saccheggio ed impoverimento atroce, fino alla devastazione del suo territorio, conformando la società più cronicamente pauperizzata dell'emisfero occidentale; campo “fertile” affinché i “disastri naturali” provochino stragi di dimensioni impensabili, così come le distruzioni dovute ai “cambi climatici” causati da un capitalismo sfruttatore e depredatore in massimo grado.
Un paese impoverito, una società forzata alla sopravvivenza al limite della morte, in un territorio quasi desertico e colmo di gente sfinita, di strutture degradate... a conti fatti risulta propedeutico al collasso totale e al genocidio indotto.

Al contrario di quanto dichiarato e promesso, il recente intervento militare statunitense (camuffato sotto il manto dell'ONU) ha fatto di Haití un paese più fragile e vulnerabile.

Si è parlato di un narco-Stato haitiano (nonostante il fatto che lo Stato non ci fosse) e si è annunciato che quell'intervento avrebbe aiutato a superare tale situazione. In realtà si cercava di approfondire la tendenza a convertire quella parte della nostra isola in un territorio libero per le mafie, protette e contenute dalle truppe straniere. Ed infine si è spinto il paese nella penosa condizione di preda in balia di questo fatidico terremoto di 7.3 gradi.

Il rimedio a questa situazione non può passare per una maggiore presenza militare nordamericana.

Haití merita e necessita di tutto l'aiuto del mondo. Il debito sociale contratto dalle potenze capitaliste con quel popolo è colossale e occorre pretenderne il riscatto con forza, con attenzione al fatto che il flusso di aiuti, da esigere come pagamento di tale debito (che per ora è misero e arriva con lentezza dai forzieri imperiali) o come forma di solidarietà da parte di paesi e popoli non debitori, non sia amministrata né dalle mafie imperialiste, né da servi corrotti haitiani e domenicani, tutti in agguato per lucrare su questa tragedia.

La ricostruzione dello Stato e della società haitiana si presenta come necessità imperiosa.

Il problema è che ci sono quelli che la vorrebbero fare per finta, attraverso una grande occupazione militare e coloro, come noi, che vogliono si faccia veramente, per la via dell'autodeterminazione e della partecipazione popolare.

di Narciso Isa Conde 
(tratto dall'Agenzia di Stampa Bolivariana www.abpnoticias.com)

Comparso su www.nuovacolombia.net

URIBE, IL FEDELE PICCIOTTO DEL GRAN CAPITALE E DEL PADRONATO


Da buon paramilitare al servizio della grande borghesia, Uribe, invece di assistere in questi giorni ai festeggiamenti per l’insediamento -all’insegna della continuità- del Presidente boliviano Evo Morales, si trova a Panama City per partecipare all’ennesimo incontro del ‘Consiglio Imprenditoriale dell’America Latina’.
In questa sede, una delle tante in cui le oligarchie nostrane pianificano insieme alla CIA ed alla Casa Bianca la “riconquista” totale dell’America Latina, il presidente narco-fascista ha tessuto ancora una volta le lodi del libero mercato, segnalando che “eliminare l’iniziativa privata vuol dire condannare i popoli a vivere nella povertá e nell’iniquitá” (sic!)
Evidentemente, la “libera iniziativa” cui fa riferimento il fu pupillo dell’estinto Pablo Escobar non è quella dei piccoli esercizi, degli appezzamenti di terra dei contadini piccoli e medi (a cui li sottrae con la violenza per alimentare il mostro del latifondismo), delle cooperative o delle piccole imprese con una qualche forma di utilità sociale.
Il riferimento, anche se non esplicito, è quello alle grandi imprese ed alle multi/transnazionali che impongono non benessere con equità e sviluppo sostenibile, bensì sfruttamento selvaggio della forza lavoro, saccheggio incontrollato delle risorse naturali della nostra Abya Yala, devastazione ecologica, licenziamenti a raffica, fughe di capitali, precarizzazione generalizzata del lavoro e della vita, disoccupazione e povertà a decine di milioni di colombiani (e latinoamericani).

Un’infame stoccata, del tutto causale e non casuale, alla recentissima espropriazione dei supermercati in Venezuela del colosso franco-colombiano Exito, che il Presidente Chávez ha decretato per bloccare la speculazione sui prezzi portata avanti senza soluzione di continuità dalla grande distribuzione privata, in chiave affaristica ma anche controrivoluzionaria e destabilizzatrice.
Uribe ha aggiunto che laddove “l’iniziativa privata è stata limitata, si è istaurata la pigrizia del popolo”, citando l’Unione Sovietica per “non parlare di esempi vicini” (ispe dixit), ossia Cuba e Venezuela. Si è però dimenticato di dire che la sua “iniziativa privata”, e cioè il capitalismo, fa acqua da tutte le parti, sta distruggendo il pianeta e getta nella miseria e nella fame sempre più persone in tutto il mondo, mentre Cuba e Venezuela sono esempi di dignità e giustizia sociale.Non soddisfatto, il mafioso del Palacio de Nariño ha dispensato la propria personalissima ricetta in cinque punti, per quello che ha definito “miglioramento democratico”: sicurezza, difesa delle libertà, coesione sociale, rispetto delle istituzioni democratiche che collaborino con gli obiettivi dello Stato e, dulcis in fundo, trasparenza.
Tante volte abbiamo udito e denunciato gli strilli di questo ladrone che grida “al ladro!”, ma questa volta si è coperto di ridicolo come non mai.
Infatti, costui confonde il terrorismo di Stato (di cui è il principale mandante) con la “sicurezza”, la difesa imperterrita della facoltà di assassinare, sfollare e incarcerare il popolo con “le libertà”, lo sterminio di chi lotta e resiste con la tanto cara ai ricchi “coesione sociale”, la concentrazione forzata dei poteri in stile fascista con la “difesa delle istituzioni”, e l’esecutivo più corrotto, clientelare, demagogico e compenetrato col paramilitarismo ed il narcotraffico che mai abbia governato la Colombia con la “trasparenza”.
La parabola di Uribe, molto più discendente di quanto molti non pensino, è fatta di narcotraffico, paramilitarismo, terrorismo di Stato, corruzione a tutti i livelli, svendita vergognosa della sovranità nazionale ed ecatombe morale, politica ed economica della Colombia. Solo un fascista della sua risma poteva bombardare paesi vicini come l’Ecuador, mandare militari e paramilitari (cioè la stessa cosa) in Iraq e in Afganistan, riconoscere e sostenere il fraudolento regime nato dal golpe made in USA in Honduras, congratularsi per primo con il neoeletto pinochetista cileno Piñera, regalare il Paese al South Com del Pentagono e lavorare a testa bassa per togliere di mezzo Chávez e la Rivoluzione Bolivariana.
Uribe, oltre ad essere una velenosa marionetta dell’imperialismo in America Latina, è un fedele e ligio picciotto al servigio del padronato criollo. E’ alle dipendenze, dunque, dei due poteri forti che hanno in comune un orizzonte strategico di difesa della loro egemonia/dominazione, nonché l’impellenza tattica di far pagare la crisi strutturale e sistemica del capitalismo ai popoli, sulle cui spalle essa va scaricata a qualunque costo.
Un criminale così, acerrimo nemico della pace con giustizia sociale ed autore intellettuale e materiale di innumerevoli crimini di lesa umanità, non può restare impunito. Qualora, una volta privo della blindatura e dell’impunità presidenziali, la cosiddetta giustizia internazionale non lo perseguisse alla stregua di Fujimori (altro dittatore decaduto), ci penserà la giustizia popolare, con tutto il rigore e la determinazione del caso, a presentargli il conto con gli interessi!

di Darko Ramíres*

*Analista politico ecuatoriano

Traduzione a cura dell’Associazione nazionale Nuova Colombia
Fonte: www.nuovacolombia.net

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