sabato 20 febbraio 2010

L'equivoco


« L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto....

.....Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati. »

(Paolo Borsellino, Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa 26/01/1989)

Cosa resta del lavoro di uomini come Borsellino,Falcone,Caponnetto,Cassarà,e tanti altri come loro?Difficile dirlo con precisione,se per precisione intendiamo il puntuale ed incontrovertibile riscontro positivo fattuale.La mafia,dopo il duro colpo infertole,ha saputo riorganizzarsi,guardare al futuro,andare avanti.Cosa che,colpevolmente (leggi:proditoriamente) allo Stato è riuscita un pò meno.Se oggigiorno la mafia non è più una sottocultura siciliana,ma un raffinato prodotto da esportazione,un'organizzazione ben rodata con interessi in ogni dove,stabilmente radicata nei territori controllati ed elegantemente vestita di legalità,merito o colpa è stata anche e soprattutto dell'incapacità dello Stato di contrastare efficacemente criminali di giorno in giorno più esperti,più preparati,più "acculturati".
Ora per inettitudine,ora per convenienza.Ma il peccato più grave commesso dai dignitari (più che dignitosi) colletti bianchi della Res Publica,non è stato depotenziare de facto le forze dell'ordine o deficere nella produzione di una normativa coerente e coartante che colpisse a morte I Ragazzi del 416-bis dal punto di vista patrimoniale.Non è stato nulla di materiale.E' stato ben altro.Una sciente e costante depauperazione della lotta culturale alla mafia attuata mediante un meschino disinteresse travestito da impegno con retrogusto ipocrita.Forse atta a mascherare il clamoroso fallimento raccattato,forse a mantenere calme acque in cui tocca navigare a vista.Lo Stato si fà spettatore di attività culturali e realtà associative portavoci di legalità,di costituzionalità e prima di tutto,di onestà,pratica ed intellettuale.Offre il suo patrocinio,sponsorizza l'evento o encomia il collettivo.Ma non produce mai in prima persona.Attraverso una presa di posizione concreta,stabile e leale.Attraverso un insegnamento didattico che permetta di capire fin dall'età del primo apprendimento cos'è la mafia e di scegliere da che parte stare.Attraverso un supporto ai magistrati meritevoli che vada ben oltre l'abbacinante e,ahimè,fine a se stessa,commemorazione post-mortem.Un supporto in-con-di-zio-na-to.Perché la mafia si combatte,non si ignora.Perché la lotta alla mafia deve essere senza quartiere,anche se troppo spesso si ferma a Palazzo.Perchè la mafia è l'antitesi dello Stato,e la partecipazione ad una delle due istituzioni dovrebbe e deve necessariamente escludere a priori l'appartenenza all'altra.Purtroppo è questo che non si vuol capire,o per meglio dire,che fa comodo non capire.Ed è in quest'ottica che il lavoro di questi Uomini ormai estinti,di questa razza atavica di paladini della legge,assume un valore inestimabile.Nell'ottica di formazione di nuove generazioni di orgogliose coscienze riluttanti a vedersi sottomesse da poteri paralleli a quello statale,che continuino a difendere la legalità a spada tratta,ove questa è sinonimo di giustizia e pacifica convivenza sociale.Il lascito culturale di uomini come Borsellino è immenso.Basti dare un'occhiata in rete per rendersi conto del peso etico delle sue parole e della loro attualità.E in uno Stato che ricorda e rivaluta Craxi (nobile statista con la coscienza sporca di miliardi ed il coraggio furbesco di chi non ha altra scelta che passar per martire e fuggire),in quanto
ereditato dai suoi epigoni,ci piace ricordare Paolo all'indomani del suo settantesimo compleanno e fargli i nostri più sinceri e commossi auguri.Perché Paolo vive,checché se ne dica..

"..Io non vedrò i risultati del mio lavoro, li vedrete voi dopo la mia morte, perchè la gente si ribellerà, si ribelleranno le coscienze degli uomini di buona volontà."
Paolo Borsellino 17 Luglio 1992.

A mente fredda,possiamo affermarlo.Non tutto è stato vano.Si può fermare un uomo,ma la forza delle sue idee continuerà a vivere negli altri uomini.Grazie Paolo.

di Matteo Canale Parola

Fonte: Associazione Culturale Pier Paolo Pasolini

Niger, un colpo di stato atteso e «tranquillo»


La testimonianza di Simone Teggi, cooperante italiano del Cospe, da Niamey.

Un colpo di stato atteso e «tranquillo». Questo quello che emerge in estrema sintesi dalle parole del nostro cooperante Simone Teggi che in questo momento si trova a Niamey. Simone, in Niger dal 2008, responsabile dei progetti COSPE nelle Regioni di Maradi e Tahoua si trovava in questi giorni nella Capitale.

Quando lo raggiungiamo per telefono – le connessioni internet funzionano poco e male – si trova in casa del console italiano, Paolo Giglio, non molto lontano dal Palazzo dove ieri alle 13.00 locali l’Esercito, guidato da una giunta di tre colonnelli, ha deposto il Presidente in carica Mamadou Tandja, portandolo in una campo militare fuori dalla capitale e confinando Ministri e Stato Maggiore a casa.

«All’una di ieri abbiamo cominciato a sentire colpi di artiglieria che provenivano dalla residenza del Presidente. Tutti hanno capito di cosa si trattava, le persone sono fuggite dalle strade e Niamey è rimasta deserta per un po’. In tre ore però si è svolto tutto e già nel tardo pomeriggio la situazione era tornata alla normalità. Non si respira tensione o paura la popolazione sembra vivere questo momento come un passaggio quasi obbligato, un momento che porta al cambiamento».

Il Niger si aspettava in qualche modo questo colpo di mano da parte dei militari perchè la situazione stava precipitando: «Tandja, il Presidente, aveva recentemente stravolto la Costituzione sciogliendo il Parlamento, abolendo la figura del Primo Ministro e garantendosi di fatto un altro mandato – ci dice Teggi – Questo aveva già comportato il blocco dell’erogazione del Budget di Stato garantito dall’Unione Europea nell’ambito degli accordi di cooperazione internazionale e che copre il 60 per cento di tutto il bilancio statale. Il blocco stava già mettendo in ginocchio il Governo che non riusciva a pagare gli stipendi dei funzionari. Il malcontento serpeggiava e non sono bastati nè gli ‘aiuti’ da parte della azienda privata Nigertec che per un po’ è stata la ‘cassa’ del Governo nè i nuovi accordi commerciali con la Cina a sanare la situazione».

Un intreccio complesso di rapporti economici internazionali, di corruzione locale, di interpretazione disinvolta e strumentale della Costituzione stanno dietro al golpe del Niger, un Paese che si trova agli ultimi posti dell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, con uno dei più alti tassi di povertà, piegato [economicamente e socialmente] da costanti carestie [la più nota, ma non la più terribile, quella del 2005, ndr] e che già nel 2002 aveva visto un colpo di Stato annunciato che lo aveva traghettato nell’attuale governo democratico. «Nel 2002 la modalità era stata un po’ diversa -dice Teggi – i militari avevano in qualche modo ‘avvertito’ il Governo, quello che è successo ieri invece ha stupito un po’ tutti. C’era stato solo un diplomatico francese, che ha voluto restare anonimo, ad annunciare nei giorni scorsi che il Presidente si trovava in serie difficoltà. Niger e Francia sono sempre stati legati a filo doppio per quanto riguarda lo sfruttamento dell’uranio nel Nord del Paese e nonostante la recente firma di accordi vantaggiosi per entrambi, i rapporti non erano ultimamente dei migliori. Tandja aveva infatti revocato le concessioni esclusive alla Francia e in contemporanea – forse non a caso – c’era stata una recrudescenza della guerriglia dei Tuareg in quella zona del Paese. Per interrompersi alla firma degli accordi…»

Sono tante dunque le cose da tenere presenti per valutare una situazione ancora confusa e che non lascia capire quali potrebbero essere gli sviluppi. «Molte sono ancora le cose non chiare: non sappiamo quanta parte dell’esercito sia coinvolto e chi sia effettivamente il regista di tutta l’operazione. Qualcuno insinua che ci sia lo stesso Presidente con un estremo tentativo di uscire da questa situazione d’impasse. Ieri sera Gukoi Karim, portavoce della giunta militare guidata da Adamou Harouma, in un breve comunicato ha solo annunciato che la Costituzione è sospesa, il Presidente deposto ma che gli accordi internazionali resistono. Intanto Le tv e le radio nazionali sono state occupate, e le frontiere sia via terra e che area sono state chiuse, è stato proclamato il coprifuoco dalle 6 di pomeriggio alle 6 di mattina. E agli ‘internazionali’, come me, è stato imposto di non uscire di casa».
Ieri sera però Simone ha fatto un giro per le strade di Niamey e ha appurato che le uniche zone davvero bloccate sono quelle vicino all’aeroporto, ospedale, e le strade di usicta dalla città. «Invece fuori da Niamey – ci ha detto – quasi non si ha la percezione dell’esercito. Queste almeno le notizie che ci vengono da Tahoua e Keita dove abbiamo i progetti e personale locale che lavora con noi. Voglio precisare – conclude Simone Teggi – che non si sono mai visti carri armati in giro per le strade. E le notizie di morti e feriti sono molto confuse e blande. Probabilmente si tratta di alcuni militari e di qualcuno che si trovava vicino al palazzo nel momento dell’attacco. Stiamo a vedere che cosa sucederà nel futuro prossimo. Quello che ci si aspetta è un ritorno alla vecchia Costituzione e un periodo di transizione sulla cui durata tutti si interrogano. Perchè questo fa la diferenza naturalmente. Questi colpi di Stato tendono a distruggere quel poco che è stato costruito, svuotare le casse dello Stato e lasciare tutto in una situazione ancora peggiore di quella trovata».
Al momento non ci sono dichiarazioni internazionali ufficiali se non quella del Presidente dell’ Unione Africana, Jean Ping, che ha condannato il colpo di Stato. Ma si sa il Niger non è Stato che fa notizia o che preoccupa troppo gli equilibri internazionali.

di Simone Teggi Cospe

Fonte: CARTA

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