lunedì 22 febbraio 2010

LA NAVE DEI VELENI, LA MORTE DEI MARI


In Italia, se ammazzi qualcuno hai circa il 65% di probabilità di farla franca. Non poche. Le probabilità sono però maggiori se partecipi ad una strage. Se poi, tra i tuoi soci, ci sono quelli che sono genericamente chiamati “i Servizi” puoi dormire tra due guanciali: dentro e fuori gli apparati statali saranno in tanti, spesso anche insospettabili, a mobilitarsi per difendere le cosiddette “ragion di Stato” e a garantire impunità. È capitato nei decenni scorsi e capita ancora oggi per una strage dai contorni ancora più nebulosi delle “stragi di Stato”. Le stragi di Stato, da piazza Fontana alla stazione di Bologna, qualcosa di definito l’avevano: il momento in cui venivano realizzate (quasi sempre, l’attimo dello scoppio di una bomba) e il numero delle vittime. Nella strage che raccontiamo, invece, tutto è diluito e vago a parte i morti ammazzati: la giovane giornalista del Tg3 Ilaria Alpi, il cameraman Miran Hrovatin e il capitano di corvetta Natale de Grazia. Sullo sfondo decine, forse centinaia o migliaia (nessuno può dirlo) di persone scomparse o che scompariranno, magari in un letto d’ospedale.


14 dicembre 1990, sotto un cielo scuro, pochi chilometri a sud di Amantea (una delle più belle località tirreniche della provincia di Cosenza) spunta all’orizzonte una nave. Piove, tira vento, il mare è in burrasca. All’inizio pochi fanno caso al fatto che la nave ha la prua verso terra e viene avanti ondeggiando come un pugile stordito. Spinta dalla corrente, impiega mezz’ora prima di arenarsi sulla spiaggia di Formiciche. Quando s’inclina fragorosamente sul lato sinistro, il traffico sulla statale 18 Tirrenica Inferiore è paralizzato da un pezzo. Tra la folla radunata sul bagnasciuga c’è Teresa. “Ero una bambina e quella nave, bianca e rossa, mi sembrava gigantesca. Mi attraeva e mi metteva paura” ricorda la ragazza che da sempre vive in un borgo poco distante, nella vallata del fiume Oliva. A vedere lo spettacolo ci sono anche Francesco Cirillo e Alfonso Lorelli che allora, giornalista freelance l’uno, insegnante di filosofia nei licei l’altro, sono militanti riconosciuti di una sinistra “rivoluzionaria” che in Calabria è sempre stata più caparbia e radicale che altrove. I loro ricordi si sommano al rammarico di non avere capito subito che, forse, quella nave enorme, che sulle fiancate portava il nome “Rosso” e quello del suo armatore Ignazio Messina, avrebbe potuto essere la “pistola fumante” di una faccenda ancora più enorme. “Era uno spettacolo felliniano, ma la festa durò poco. In quel pomeriggio qualcuno riuscì persino ad entrare nella stiva. Dei ragazzi ne uscirono con degli scatoloni pieni di vasetti di pesche sciroppate. Dalle sei della mattina seguente la nave fu recintata da un cordone di carabinieri e finanzieri” dice Cirillo. “Era vietato fotografare, anche da lontano. A qualcuno che venne sorpreso a farlo dal terrapieno della vicina ferrovia fu sequestrato il rullino. Ricordo di avere visto intorno alla nave un paio d’automobili AFI” aggiunge Lorelli riferendosi alle targhe “Allied Forces Italy” (ritirate per motivi precauzionali dopo l’11 settembre) dei mezzi militari statunitensi delle basi Nato sparse lungo la penisola. Anche degli attivisti smaliziati come Lorelli e Cirillo impiegano giorni per mettere a fuoco quello straordinario evento. Sarebbe bastato sapere che la Rosso altro non era che la “Jolly Rosso” che due anni prima si era guadagnata la fama di “nave dei veleni” per avere rimpatriato, su commissione del governo italiano, 5932 fusti di materiali tossici che una ditta lombarda aveva abbandonato sulle spiagge di Beirut, approfittando del caos provocato dalla guerra civile. O che qualche tempo dopo a Ignazio Messina fosse pervenuta da parte di Giorgio Comerio, ingegnere e faccendiere residente a Lugano, la richiesta di acquisto della nave (che dopo l’avventura libanese era rimasta ormeggiata al molo del porto di La Spezia) per utilizzarla nello smaltimento di rifiuti nucleari, inabissandoli in fondo agli oceani.

Bidoni e tumori
Più che legittimo coltivare sospetti e domande sulla dinamica del naufragio della “Rosso” e inquietudini su quello che succede dopo che si arena. Perché mai, ad esempio, a risolvere la questione viene chiamata la Smit Tak (società olandese specializzata in operazione di bonifica in seguito a incidenti radioattivi), che dopo 17 giorni abbandona l’impresa con un assegno di ottocento milioni? E perché quel viavai di camion soprattutto durante la notte tra il 14 e il 15 dicembre e quel gran operare di ruspe nelle cave lungo il fiume Oliva riferito da molti abitanti della zona? Teresa ricorda di avere visto, mesi dopo, qualcosa che agita ancora i suoi sonni. “C’era stata una piena che aveva danneggiato la briglia dove andavo sempre a giocare insieme con mio fratello. Un giorno notiamo una sostanza melmosa uscire da tre fusti, nascosti in un sarcofago di cemento” dice la ragazza. Nel 2004 Teresa trova il coraggio di andare in Procura a denunciare quell’episodio. A spingerla è una paura più consapevole di quella che ha provato quattordici anni prima sotto la nave. “Nel mio borgo di contadini si sono ammalati finora 18 abitanti su 117. E l’incubo non è finito, visto che i tumori si sviluppano di regola dopo una ventina d’anni dall’esposizione. Posso solo sperare che Dio me la mandi buona e chiedere al governo di dirci la verità e cominciare la bonifica della zona” dice Teresa. Franco Sarago del direttivo calabrese di Legambiente, incontrato durante un sopralluogo nella valle dell’Oliva, ricorda che varie rilevazioni aeree hanno scoperto un innalzamento della temperatura della valle di 5-7 gradi rispetto al resto della regione.


di Guido Piccoli

Fonte:Galatea - European Magazine

L’altra faccia della crisi greca


La forza delle cifre sembra non lasciare spazio a obiezioni o a disquisizioni di orientamento politico-economico. La Grecia è sull’orlo del crack, e non c’è altro da fare che tagliare. Lavoro, stipendi, welfare. Falcidiare tutto per salvare il paese e l’equilibrio finanziario e monetario dell’intera eurolandia.

La responsabilità del dissesto è dei governi di centrodestra, cacciato l’anno scorso dalle urne, ma il centrosinistra ora non può che perseverare con le formule di lacrime e sangue. Eppure, c’è chi si ostina a non pensarla così. E non sono pochi.

A obiettare sono i lavoratori pubblici e larga parte dei privati, a cominciare da agricoltori, camionisti, aeroportuali, infermieri, oltre al grosso degli studenti e dei disoccupati. Il premier socialista Papandreou ha lanciato appelli alla popolazione alla calma, e ai sindacati alla collaborazione “responsabile” in vista dell’emergenza.

Alcune sigle hanno allora chinato la testa, molti altri – i non rappresentati ma non solo – l’ascia di guerra l’hanno invece sfoderata lo stesso, con scene di guerriglia urbana, agitazioni settoriali, università e scuole occupate, strade e trasporti bloccati, fino all’esplosione collettiva nello sciopero generale dello scorso 24 febbraio.

La fotografia delle finanze greche sembra peraltro inequivocabile. Il rapporto tra deficit e Pil è salito a un clamoroso 12.7 per cento - mentre la soglia fissata a Maastricht è al 3 - e il debito è oramai pari al 112 per cento del reddito nazionale.

Insomma la Grecia avrebbe gettato al vento i benefici acquisiti dall’ingresso nell’Euro, nonché gli iniziali sacrifici per aderire ai vincoli europei di bilancio. Uno “sperpero”, insomma, al quale dover ora porre inevitabilmente rimedio con copiosi tagli alla spesa pubblica. La ricetta è questa, giudicata inconfutabile da Atene quanto da Bruxelles, i cui leader nazionali hanno giurato di “non far cadere” il paese, senza peraltro stanziarvi neppure un euro.

Il “sostegno” europeo si è ridotto finora a un tiepido sostegno al drastico piano proposto dal governo greco di riportare le finanze pubbliche entro i paletti del Patto di stabilità già entro il 2012. La Commissione, in altre parole,

raccomanda un pacchetto di riforme strutturali per aumentare l’efficacia della pubblica amministrazione, mettendo in atto una riforma pensionistica e del sistema sanitario, migliorando il funzionamento del mercato del lavoro e del sistema di contrattazione degli stipendi”.

Traduzione: tagli ai servizi pubblici, a iniziare dalla sanità, innalzamento dell’età pensionabile, ulteriore precarizzazione del lavoro e riduzione dei salari.

Ora, non si tratta qui di confutare sul piano teorico siffatta dottrina di politica economica, sebbene oramai fiocchino in tutta Europa, Italia inclusa, i “manifesti” di economisti per la “liberazione dal pensiero unico”. E che di pensiero unico si tratti è confermato dagli stessi Trattati continentali che hanno codificato le strutture dei bilanci e i divieti di intervento pubblico.

Qui però si tratta solo di capire una cosa, ossia perché a quei precetti si stanno ribellando le masse. La ragione, a ben vedere, è piuttosto banale. La “terapia” viene avvertita non come un’inversione di tendenza, tipo “adesso dobbiamo pagare il conto”, bensì come la prosecuzione estrema, la miccia che fa esplodere un paese che, invece, ha già pagato abbastanza. Di “sprechi” ce ne sono senz’altro stati, tra ombre corruttive, retoriche sulla “giovinezza” economica greca sulla spinta dell’emancipazione democratica dai colonnelli dopo il 1974 e soprattutto il trionfo mediatico del cemento con le Olimpiadi del 2004.

Sta di fatto che, a raccontare il contrario di un paese arrancante, sono i dati oggettivi. La Grecia ha conosciuto una crescita annua del Pil, nell’ultima decade, superiore al quattro per cento annuo, ben oltre le medie europee, salendo nella classifica globale della competitività dal sessantaduesimo posto al quarantunesimo.

Dov’è allora il problema? A raccontarlo così sembra che quel boom economico sia avvenuto al prezzo di un eccesso di spesa pubblica. “Cifre gonfiate”, dicono oltretutto a Bruxelles, che ha aperto un’indagine (che coinvolge anche l’Italia) proprio sui dati forniti dagli esecutivi nazionali con la compiacenza di agenzie di rating americane.

Il rigonfiamento coinvolgerebbe peraltro decimali di punto e non smentirebbe la tendenza di fondo. E la tendenza che emerge non è quella di una crescita alimentata dalle uscite pubbliche, bensì al contrario avveratasi “nonostante” i copiosi tagli già portati alle prestazioni sociali.

Il servizio sanitario nazionale è stato di fatto azzerato, tra ospedali chiusi e privatizzati.

L’Università è sempre più striminzita, a numero chiuso e con quote di iscrizione a carico delle famiglie che sfiorano la cifra complessiva di cinque miliardi di euro annui, ingenerando così la maggiore proporzione al mondo (circa il cinquanta per cento) di popolazione studentesca costretta all’estero.

E la ricerca è congelata a un ridicolo mezzo punto percentuale del Pil, a una distanza siderale dagli obiettivi di investimento nella conoscenza fissati dalla celebrata Strategia di Lisbona (e qui si palesa anche la nevrosi europea, che da un lato chiede di spendere, dall’altro di tagliare). E infatti tra un taglio e l’altro le masse, sotto l’ombrello di trionfali ritmi di crescita, si sono pesantemente impoverite, a cominciare dai lavoratori, col fattivo contributo di un’inflazione governata senza controlli con l’arrivo dell’Euro (com’è accaduto in Italia) e di progressive amputazioni nelle garanzie salariali e contrattuali.

Gli occupati greci sono i più poveri d’Europa, con salari reali che ne relegano uno su sei al di sotto della soglia della povertà, la quale tra l’altro coinvolge oltre il venti per cento della popolazione totale, oltre il doppio della media continentale.

Dato ancor più interessante, sempre estrapolato dalle cifre europee: al netto delle prestazioni pubbliche, vi sarebbero percentualmente meno indigenti in Grecia che in Italia. In altre parole, la povertà greca è un prodotto diretto dei tagli al welfare. I ceti deboli, insomma, hanno già dato, e fin troppo.

L’incremento del Pil accompagnato da quello dell’indigenza indica palesemente un enorme trasferimento delle risorse dalle classi meno agiate alle altre. Sicché quel clamoroso sforamento dei limiti di deficit non appare affatto il risultato di alchimie finanziarie legate a eccessi di spesa, bensì del crollo economico delle masse decapitate dai tagli, con l’aggravante di un elite che, dopo il successo dei pur moderati socialisti, è corsa a depositare nelle banche svizzere quasi dieci miliardi di quell’esproprio collettivo.

Fuori dalle logiche del pensiero unico, la crisi greca non sembra dunque altro che un caso esemplare di scontro tra capitale e lavoro, col primo che schiaccia il secondo e ora trova nuova sponda nella logica dell’emergenza, oltre che su un’economia progressivamente deindustrializzata (nonostante i sacrifici salariali), che ha sostituito quasi tutte le attività produttive (scese all’un per cento del Pil europeo) con la rendita turistica, raddoppiando così il deficit con l’estero nell’ultimo decennio. E il piano del governo è chiaro: congelamento generale degli stipendi per quest’anno, decurtazione delle indennità del dieci per cento, nuove tasse su sigarette, alcol e benzina, aumento dell’età pensionabile ed equiparazione entro il 2013 di quella delle donne a quella degli uomini.

Altri sacrifici, dunque, e altri tagli. E un intero popolo è sul piede di guerra, e poco serviranno a placarlo i segnali di orientamento progressista prospettati dal nuovo governo di centrosinistra, quali una riforma fiscale che prevede l’abbassamento dell’attuale soglia di 75mila euro per l’applicazione aliquota più alta (quaranta per cento) e benefici promessi per le fasce inferiori, nonché una legge per abbreviare i tempi della cittadinanza alla popolazione immigrata più falcidiata d’Europa.

Troppo poco, per un popolo a cui viene offerto l’ennesimo aggravio delle politiche economiche che l’hanno costretto in ginocchio. Il virus che viene confuso con la medicina, e continua a essere iniettato. Il governo non può approvare misure salariali, fiscali e pensionistiche che servano a placare gli dei del mercato a danno dei lavoratori”, avverte il presidente del principale sindacato del settore pubblico Papaspyros, che il mese scorso ha indetto assieme a una sigla comunista una giornata di mobilitazione che ha fermato la Grecia.

Poi si sono mossi altri settori, fino allo sciopero generale. Ma la protesta non nasce ora, essendo il culmine di un disagio che da anni suscita proteste nella totalità delle categorie economiche, e manifestazioni spontanee delle periferie urbane lasciate nella solitudine delle sentenze di condanna emesse da quasi tutte le forze politiche, anche a sinistra. Ora quelle scintille sono diventate una ribellione nazionale.

di Alessandro Cisilin - da «Galatea - European Magazine» di marzo, 2010.

Comparso su megachip

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