sabato 3 aprile 2010

Contro la legalità dell’aborto s’è scatenata l’offensiva clerico-teodem, dall’America della “Lettera scarlatta” all’Italia delle liste “per la vita”


Vogliamo prendere molto sul serio il commento di Massimo Cacciari all’ultima bravata clerico-leghista: il tentativo dei due “governatori” leghisti eletti in Veneto, e soprattutto in Piemonte con la benedizione antiBonino e antiBresso del cardinale Bagnasco, di sdebitarsi con l’appoggio clericale – che non è mai gratuito, si sa – mandando rinviando alle mammane e, se ricche, ai cucchiai d’oro le centinaia di migliaia di donne che non sono più costrette ad abortire in clandestinità. Contro la legalità dell’aborto s’è scatenata l’offensiva clerico-teodem, dall’America della “Lettera scarlatta” all’Italia delle liste “per la vita” di Giuliano Ferrara. Esperimenti falliti, perciò meglio trattare, secondo la tradizione della curia, con chi detiene il potere: oggi il patto d’acciaio (o quasi) Berlusconi-Bossi. E poiché Berlusconi ha altro da pensare che alle ubbie di vescovi e fondamentalisti, l’aborto lo si tratta col partito di Bossi: che è alla ricerca di una sua maturità politica, perciò sta completando il salto dal secessionismo razzista all’identificazione con le “radici cristiane e cattoliche”. Non quelle dei padri della Chiesa, ma quelle delle valli e delle città padane. Ora Cacciari propone che altri e più credibili interlocutori – si ferisce al Pd ? – provino a dialogare con una Chiesa presa alla gola, e bisognosa di una ciambella di salvataggio contro il secolarismo: come la Lega oggi, o come il nazifascismo ieri contro Stalin. Ma, col dovuto riguardo per Cacciari, la cosa non ci convince. In primo logo occorrerebbe che ci fosse in Italia un interlocutore laico e intransigente quanto a valori non negoziabili, come lo furono i liberali prima e dopo Porta Pia. La storia ci dice che con questo tipo di interlocutori la Chiesa non dialoga: preferì aspettare settant’anni il fascismo e il concordato piuttosto che accettare le “guarantigie” che o stato laico liberale le aveva offerto, garantendole – come dirà poi la costituzione repubblicana – la sovranità e l’indipendenza “nel proprio ordine” (in concreto, senza invasioni del campo dello stato). E’difficile che dove fallì lo stato liberale (e perfino De Gasepri) possa farcela il Pd.
In secondo luogo, manca nelle analisi aperte, intelligenti e ben disposte, come quelle di Cacciari, il necessario riferimento ai dati di fatto. Per esempio, al fatto che la Chiesa, la cui cattedra è morale prima che politica, offra il fianco all’offensiva secolarista con la devastante questione dei preti pedofili. Non solo sono stati nascosti i fatti per decenni, e con vari pontificati; non solo i severi progetti iniziali di Ratzinger non hanno avuto seguito; ma addirittura si sta cercando di far passare i colpevoli per perseguitati. E’ la classica cultura berlusconiana, e siamo stupiti che un’ istituzione bimillenaria si riduca ad ispirarsi ad Arcore. Da dove il ministro di giustizia spedisce a Milano i suoi ispettori, non perché indaghino sul ritardo con cui la procura ha denunciato la diffusione della piaga nel territorio di sua competenza, ma indaghino per accertarsi che il procuratore non abbia, con le sue esternazioni, offeso gli inquisiti e i loro superiori. Insomma, lo schema dei cento processi berlusconiani si ripete pari pari per protagonisti che dovrebbero aspirare a ben altri tipi di difesa; e che, invece, accettandola, si integrano sempre più come parte di un sistema che sta travolgendo la civiltà italiana.
Articolo 21, che ha tra i suoi associati laici e cattolici, credenti e non credenti, moderati riformisti o conservatori, tutti però uniti dalle comuni radici della cittadinanza nello stato democratico di diritto, invita i soi Amici nelle regioni a richiamare i media e i cittadini su queste questioni e su questi principi, consapevoli che solo da una nuova cultura diffusa potranno nascere quegli “interlocutori più credibili” che pensatori come Cacciari ed altri dicono necessari, ma di cui non si vede l’ombra.

di Federico Orlando

Zimbabwe, i bianchi non sono tutti uguali


In Zimbabwe le lotte politiche e sociali si sono spesso giocate sulla gestione della terra e sullo sfruttamento delle risorse agricole. Dopo la lunga dominazione coloniale britannica, durante la quale la terra era sotto il controllo quasi esclusivo della minoranza bianca al potere, a partire dall'indipendenza del 1980 la principale preoccupazione dei governi dello Zimbabwe è stata la redistribuzione delle terre. Tuttavia quasi tutte le riforme agrarie si sono basate in realtà sull'espulsione dei "white farmers", dei coltivatori bianchi. Soprattutto negli ultimi dieci anni di potere di Robert Mugabe, sono state confiscate quasi tutte le terre di proprietà dei bianchi. D'altra parte, i movimenti indipendentisti zimbabweani si erano costituiti negli anni settanta proprio contro il sistema coloniale che assegnava alla maggioranza autoctona soltanto le terre meno produttive. Ancora oggi, la terra è al centro di vicende politiche ed economiche non solo interne allo Zimbabwe.

Molti ex proprietari terrieri bianchi, espulsi dallo Zimbabwe, si trovano per esempio nel vicino Sudafrica, dove hanno provato ad entrare in possesso di terreni produttivi. A Città del Capo, circa settanta cittadini zimbabweani di origine europea hanno occupato di recente uno dei quattro grandi appezzamenti terrieri di proprietà del governo di Harare. Due tribunali sudafricani hanno stabilito che i diritti di proprietà dovranno essere assegnati agli "esuli" zimbabweani, in compensazione per l'esproprio forzato delle loro terre in Zimbabwe. I settanta, infatti, avrebbero ricevuto il terreno in affitto dal governo; non si tratterebbe di una vera e propria occupazione, ma di una transazione economica. Il governo di Mugabe non ha ancora risposto a quella che potrebbe apparire un'ingerenza estera in affari interni. In realtà, soprattutto dopo la recente visita del presidente sudafricano Zuma, Mugabe è consapevole che l'alleanza con il ricco e potente vicino è fondamentale per conservare il potere, anche se in coabitazione con l'avversario Tsvangirai. Inoltre, come ha sottolineato il legale dei settanta zimbabweani di Città del Capo, la riforma agraria di Mugabe ha colpito anche 128 contadini sudafricani - bianchi - costretti a lasciare le terre e intenzionati dunque a chiedere forme di compensazione ad Harare. La vicenda dimostra che in Sudafrica è possibile adire le vie legali contro il governo dello Zimbabwe.

Tutto ciò accade proprio mentre in Zimbabwe non tutti i bianchi vengono cacciati dalle loro terre. L'intransigente riforma agraria "etnica", infatti, non si applica evidentemente ai ricchi imprenditori e uomini d'affari graditi a Mugabe. Billy Rautenbach è uno di questi. Un personaggio bizzarro, ricchissimo e molto discusso. Nato in Zimbabwe, da sempre attivo in mezza Africa, in Europa, negli Stati Uniti e in Australia, si è arricchito soprattutto con il commercio e l'industria mineraria in Repubblica Democratica del Congo, grazie a società off-shore nei paradisi fiscali dei Caraibi e del Pacifico. È anche proprietario della rete di vendita della Volvo in Zimbabwe. Coinvolto persino nell'omicidio di Yong Koo Kwon, manager della Daewoo, Rautenbach è stato a lungo nella lista dei venti più ricercati in Sudafrica, per truffe e frodi fiscali. Europa e Usa hanno inserito il suo nome nella loro blacklist per il sostegno esplicito al regime di Mugabe. Proprio da Mugabe, Rautenbach ha appena ottenuto un contratto di 600 milioni di dollari per la costruzione di un impianto per la produzione di etanolo, il secondo al mondo per estensione (oltre quarantamila ettari). Nell'area scelta, Chisumbanje nella valle del fiume Sabi, vivono oltre 250mila persone, perlopiù contadini. Neri. L'impianto dovrebbe produrre l'80 per cento di tutto il biocarburante dello Zimbabwe, ma il prezzo è il trasferimento forzato di migliaia di famiglie. Il partito del primo ministro Tsvangirai, il Mdc, è peraltro maggioranza nei collegi elettorali della provincia di Manicaland, dove si trova Chisumbanje, e denuncia che così Mugabe punta ad accrescere le tensioni politiche nell'area. I dettagli del progetto di Rautenbach sono noti solo al diretto interessato e all'entourage del presidente. Le proteste e le lamentele della popolazione e del Mdc sono state così forti che il parlamento ha predisposto una commissione d'inchiesta.

Mentre i coltivatori bianchi dello Zimbabwe continuano ad essere cacciati dalle loro proprietà, cercando magari "rifugio" in Sudafrica, un bianco zimbabweano accresce il suo patrimonio grazie allo sfruttamento della terra. Una parentesi non trascurabile per la propaganda di Mugabe sul "black power" che si riprende le terre "rubate" dai bianchi.

di Giorgio Caccamo

Fonte: PeaceReporter

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori