giovedì 8 aprile 2010

Honduras: cinque giornalisti assassinati in un mese, ma la stampa rimane in silenzio


Cinque giornalisti assassinati in Honduras nel solo mese di marzo, 150 esecuzioni extragiudiziali dal golpe del 28 giugno, tutte attribuite agli organismi di repressione e ai paramilitari arruolati dal regime, non sono sufficienti a richiamare l’attenzione della stampa che si scatena invece contro Cuba e il Venezuela.

Cinque giornalisti assassinati in Honduras nel solo mese di marzo, 150 esecuzioni extragiudiziali dal golpe del 28 giugno, tutte attribuite agli organismi di repressione e ai paramilitari arruolati dal regime, non sono sufficienti a richiamare l’attenzione della stampa che si scatena invece contro Cuba e il Venezuela.

Mentre il meccanismo di propaganda del Dipartimento di Stato, appoggiato dalle agenzie internazionali, dalle catene internazionali di organi di stampa commerciali e dalla loro rete di clienti regionali, moltiplica i titoli contro le nazioni progressiste e colloca la violenza in Honduras fuori dal suo contesto politico, la Resistenza honduregna reclama a gran voce manifestazioni di solidarietà internazionale di fronte alle esecuzioni commesse quotidianamente dall’apparato repressivo approntato dai golpisti.

Negli ultimi giorni, sia il Fronte Nazionale di Resistenza Popolare (FNRP) che il collettivo degli Artisti in Resistenza e altre organizzazioni hanno pronunciato parole di condanna della scalata di violenza scatenata dal governo di “Pepe” Lobo con un enorme bilancio di morti e feriti.

La stampa honduregna è stata la prima vittima dell’ondata di omicidi delle ultime settimane. Il 1 marzo è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il giornalista Joseph Hernández e ferita la sua collega Carol Cabrera; il 10, è stato assassinato David Enrique Meza; lunedì 15, Nahum Palacios Arteaga mentre José Bayardo Mairena e Manuel de Jesús Juárez sono stati assassinati venerdì 27 marzo.

Un altro giornalista, José Alemán è stato costretto ad abbandonare precipitosamente il paese, dopo che alcuni sicari avevano cercato di assassinarlo per strada, dopo aver bersagliato il suo appartamento. Il colmo è stato che gli agenti della stazione di polizia in cui ha cercato rifugio gli hanno detto di non essere in grado di garantire la sua incolumità.

I gruppi della Resistenza hanno attribuito al Segretario della Sicurezza, Óscar Álvarez, la responsabilità di mantenere in piena attività il sistema repressivo ereditato dal regime dittatoriale di Roberto Micheletti.

Poco dopo l’assalto alla Casa Presidenziale da parte dei golpisti, il 28 giugno 2009, quando il Presidente Manuel Zelaya è stato catturato nella propria casa ed espulso dal paese, con la complicità degli Stati Uniti, vari mezzi di stampa, tra cui Radio Globo e Canale 36 sono stati chiusi nel corso di selvagge retate.

Del resto, i padroni di tutti i principali mezzi di comunicazione hanno partecipato alla cospirazione. Non solo hanno dato a Micheletti un appoggio assoluto, ma addirittura il principale rappresentante di questa stampa di ultra-destra, Jorge Canahuati, è arrivato a finanziare di persona parte della campagna di menzogne che si sviluppò in quel momento a Washington a favore della dittatura.

In quanto agli autoproclamati “difensori della stampa”, del tipo “Reporter senza Frontiere”, “Committee to Protect Journelists”, “Società Interamericana di stampa”, tutti mantengono una discrezione diametralmente opposta all’atteggiamento costantemente aggressivo e politicizzato dimostrato contro Cuba e Venezuela, che conferma solo i loro legami con l’apparato di intelligence nordamericano.

Richiama l’attenzione come, da parte di queste organizzazioni che beneficiano di una copertura integrale da parte delle grandi agenzie di stampa, si eviti ad ogni costo di dare un carattere politico alle loro discrete richieste di inchiesta indirizzate alle autorità honduregne che, secondo la resistenza popolare, sono responsabili dei massacri.

Per la “Piattaforma dei Diritti Umani”, si tratta di una “strategia del terrore e della persecuzione degli oppositori al colpo di Stato e al governo de-facto”, di fronte alla quale si chiede “l’intervento della comunità internazionale e degli organismi internazionali dei diritti umani affinché il regime ponga fine a questa ondata di criminalità e avvii un’inchiesta sulle morti” delle vittime.

Per evitare la caduta del loro regime golpista, Micheletti e i suoi complici hanno fatto ricorso persino a criminali come Billy Joya, creatore con i suoi consiglieri nordamericani dei “Los Cobras”, commando di elite addestrato per uccidere, e veterano del sinistro battaglione 3-16 creato dalla CIA che ha perseguitato, torturato e fatto sparire centinaia di honduregni nella guerra sporca degli anni 80.

Joya ha lavorato agli ordini dell’ambasciatore e ufficiale della CIA John Negroponte, che dirigeva la “Contra” nicaraguese dall’ambasciata nordamericana di Tegucigalpa.

Implicato nel coordinamento del colpo di stato dello scorso giugno, John Negroponte lavora attualmente come consigliere della Segretaria di Stato Hillary Clinton.

A Miami, dove si trova la colonia dei torturatori, corrotti e assassini più grande del continente, il silenzio mediatico è quasi assoluto così come quello dei politici che solo pochi mesi fa si erano recati a Tegucigalpa per complimentarsi con Micheletti.

Nessuna inchiesta sulle aggressioni ai giornalisti ha portato finora all’arresto anche di un solo sospettato.

di Jean Guy Allard *

Jean Guy Allard è un giornalista che risiede all’Avana. E’ considerato uno dei massimi esperti sulle attività controrivoluzionarie e mafiose che si sviluppano in Florida.

Da www.aporrea.org

Traduzione a cura di http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19305

Comparso su Contropiano.org

Lega Nord, razzista e classista: mensa non pagata, bambini fuori dalla scuola


Neanche a pane e acqua, bensì fuori da scuola per due ore. Dove non si sa, non è questione che interessa l’amministrazione leghista di Adro. Siamo in Franciacorta, provincia di Brescia, e la guerra contro i bambini figli di famiglie che non pagano la mensa scolastica vede di nuovo protagonista un sindaco del Carroccio: Oscar Lancini. Le polemiche contro un’analoga iniziativa adottata il mese scorso a Montecchio Maggiore, nel Vicentino, dove gli alunni morosi furono sfamati con panini imbottiti e una bottiglia di acqua, non hanno intaccato i primi cittadini in camicia verde. Così da stamattina 40 bambini dell’Istituto comprensivo di primo e secondo grado di via del Lazzaretto a Adro non saranno ammessi alla mensa scolastica. La circolare che è stata recapitata ai genitori
- tramite bambini, che si sono visti consegnare in classe una busta chiusa di cui tutti i compagni conoscevano già il contenuto, si può immaginare la vergogna - parla chiaro: «L’organizzazione scolastica non ha nessuna possibilità e risorsa strutturale ed economica per garantire agli alunni l’assistenza e soprattutto un pasto alternativo rispetto a quello fornito dall’amministrazione comunale con il servizio della mensa scolastica». Insomma, scrive il dirigente scolastico Gianluca Cadei, la scuola non sa né come assistere, né cosa dare da mangiare ai bambini se non ci pensa chi ne ha la responsabilità, cioè il Comune. Quindi
l'unica soluzione è che i figli dei morosi durante le ore dei pasti escano da scuola. Ma siccome si tratta di minorenni la circolare specifica che «dovranno essere ritirati dalla scuola alle 12,10 e riaccompagnati dai genitori alle 14,10 per le lezioni del pomeriggio».
Ma come faranno i genitori che lavorano? E la mensa non è forse orario scolastico obbligatorio? Il sindaco Lancini non si fa, evidentemente, tante domande. Contro la decisione dell’amministrazione comunale di Adro si sono mossi la Caritas e lo Spi Cgil, che per stamattina annunciano un’iniziativa di protesta: volontari porteranno nella scuola di via Lazzaretto cibo, frutta e acqua per i bambini esclusi dalla mensa. Ma da quanto è trapelato, il sindaco non ha intenzione di permettere l’ingresso nelle aule scolastiche dell’associazione cattolica e del sindacato dei pensionati.
Lancini è famoso per le sue iniziative contro gli immigrati extracomunitari: anni fa mise una taglia sui clandestini, ad Adro gli extracomunitari sono sistematicamente esclusi dai bonus per le famiglie bisognose. Ma dalla guerra
agli immigrati, la politica dell’amministrazione leghista sta virando velocemente verso la guerra contro tutti coloro che si trovano in difficoltà economiche e sociali. L’esempio della mensa scolastica è lampante. La maggior parte di bambini esclusi è di origine straniera, ma non sono stati risparmiati i bambini italiani. Spesso alle spalle hanno già il dramma della crisi economica e della perdita del lavoro dei genitori. Oppure solo una vita complicata, come nel caso di Ilaria Poli, la cui figlia che frequenta la quinta elementare è tra gli esclusi: «Cresco da sola tre figli - spiega - Ho sempre pagato, ma spesso in ritardo. Va anche detto però che a Adro la mensa si paga in anticipo: ti risarciscono se il bambino non frequenta». Pur avendo un reddito basso, Poli paga il massimo della retta (100 euro al mese) perché non è residente a Adro, ma in un paese vicino. In pratica sconta la volontà della giunta leghista di negare ogni supporto ai non residenti, pur essendo italianissima. Ad Adro la signora lavora, ci vive sua madre, e per questo ha iscritto sua figlia in quel Comune, pur essendo
«straniera». Stamattina accompagnerà sua figlia a scuola: «Le ho parlato, ha sofferto per questa situazione. Ma a scuola andrà comunque. Non ci possono sbattere fuori».

di Cinzia Gubbini

Cie di Isola Capo Rizzuto, dove si cancella la speranza dagli occhi degli ultimi


Cinque mesi di reclusione nel centro di identificazione e di espulsione di Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto hanno cancellato la speranza dagli occhi verdi di Maher. Ventitrè anni, tunisino. Dell'Italia ha visto solo il Cie. È finito dentro appena ha messo piede in Europa. A novembre del 2009, due giorni dopo lo sbarco in Sicilia. Ha pagato duemila euro per regalarsi questo incubo. Per arrivare sull'altra sponda del Mediterraneo passando dalla Libia. Maher ha rifiutato di chiedere asilo politico. Il suo sogno è andare in Germania dal fratello maggiore, che vive lì da quasi vent'anni. Il nostro paese doveva essere solo un luogo di transito. «Il mio programma è svanito - dice a testa bassa - anche moralmente non ho più forza. Mi sembra tutto un'illusione». Poche parole in arabo, pronunciate a stento con l'aiuto della mediatrice culturale. Un breve incontro dopo una lunga attesa. La richiesta alla prefettura di Crotone per visitare il Cie di Isola Capo Rizzuto è datata 29 settembre 2009. Tanti mesi per avere l'ok del ministero dell'Interno. Ci vengono concesse quattro ore. Tre delle quali le passiamo nel centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), scortati da un coordinatore e da un poliziotto. Negli ultimi preziosi sessanta minuti riusciamo a visitare il Cie. La prima cosa che chiediamo è di raccogliere le storie di alcuni immigrati reclusi. Ci assicurano che è possibile. Prima però bisogna parlare con la direttrice del centro, con il coordinatore, con l'assistente legale e con la mediatrice culturale. Visitiamo con la direttrice il cortile esterno dei due edifici che costituiscono il Cie, ma la polizia non ci permette di avvicinarmi a nessuno. «Potrebbero scoppiare dei disordini, il nostro lavoro qui è già abbastanza difficile» è la motivazione che danno. Non si può entrare nei dormitori. Al ritorno, per il poliziotto responsabile della sicurezza il nostro tempo è scaduto, dobbiamo andarcene. Solo dopo proteste e molte insistenze, ci permettono di incontrare Maher. Hanno scelto lui «perché è uno dei più tranquilli». Il ragazzo arriva nell'ufficio della direzione molto scosso. Trema di paura. Il suo disagio aumenta davanti alle nostre domande. Sa che ha davanti una giornalista ma per lui sono soprattutto una donna sconosciuta. L'ennesimo trauma dopo il viaggio che l'ha catapultato dalla Tunisia non in Europa, come pensava, ma in una dimensione senza tempo, di cui non comprende le regole. I giorni devono sembrare interminabili per un ragazzo che quasi non ha ancora la barba e condivide gli spazi di reclusione con altri 47 immigrati di diverse nazionalità, tanti con precedenti penali per spaccio e furto. L'orizzonte quotidiano sono due alte recinzioni. Una è in ferro. L'altra è un muro di cemento. In mezzo c'è un cortile presidiato dalle camionette delle forze dell'ordine. Due palazzine verdi, un tempo alloggi della vecchia base dell'aeronautica militare, poi cpt. Chiuse a maggio 2007 dal Viminale, abbandonate e infine riaperte d'urgenza il 20 febbraio 2009 per trasferirci parte degli immigrati dopo la rivolta e l'incendio nel Cie di Lampedusa.
E i posti aumentano
Le Misericordie d'Italia, che gestiscono il Cara da anni, hanno coordinato la riapertura nella fase di emergenza e poi formalizzato la gestione anche del Cie vincendo il bando del 26 maggio 2009. I due edifici sono divisi in un totale di quattro moduli. Al momento sono in corso i lavori di ristrutturazione. Una volta completati a fine aprile, i posti aumenteranno fino a 124. Se davvero i detenuti dovessero più che raddoppiare, la situazione potrebbe sfuggire di mano. Già così la tensione è alle stelle come la disperazione. La testimonianza inequivocabile dell'emergenza umanitaria e psicologica è uno squarcio di diversi metri nel muro esterno della prima palazzina. Un buco enorme fatto dai reclusi sbattendo contro la parete i letti e le reti metalliche a ripetizione fino a spaccare diverse file di mattoni. «Ogni giorno è una guerra, abbiamo scontri, feriti, moduli smontati, atti di autolesionismo» è lo sfogo di un poliziotto. Il coordinatore Salvatore Petrocca, delle Misericordie, vuole precisare che «non ci sono stati veri e propri tafferugli». Ma poi ammette: «Le persone soffrono e sfasciano tutto. Ad esempio le televisioni, ne abbiamo cambiate 17 in poco tempo». Al Cie di Sant'Anna le cose sono peggiorate dopo il pacchetto sicurezza. Lo dicono tutti quelli che ci lavorano. «Sei mesi sono troppi per l'identificazione. Gli immigrati accettano perfino l'idea della reclusione ma non così a lungo» racconta Auatif, mediatrice culturale marocchina. «I maggiori dissensi li abbiamo avuti quando sono entrati in vigore i 180 giorni, i detenuti non riescono a capire le ragioni di questa norma» afferma anche la direttrice Rosa Viola.
Gli immigrati di Rosarno
In un anno dall'apertura, fino a marzo scorso, 631 persone sono state detenute nel Cie di Sant'Anna. Storie diverse, ma una costante: la maggioranza è in Italia da almeno dieci anni. Immigrati italiani. «Il marocchino di Isola Capo Rizzuto», un venditore ambulante da 25 anni in paese e conosciuto da tutti, si è fatto tre mesi in carcere. Ha raccontato di essere stato fermato dopo un controllo perché vendeva cd falsi. Un sessantenne, i cui figli già sposati vivono a Isola. È potuto uscire solo per motivi di salute. Con l'intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 5 giorni. Ci sono poi sei immigrati trasferiti da Rosarno ai primi di gennaio dalle forze dell'ordine nei giorni della "caccia al nero" con i fucili a pallini. Lavoratori stagionali sfruttati per 25 euro nella raccolta delle arance, presi di mira da attacchi razzisti e sfuggiti agli agguati delle 'ndrine con lo sgombero da parte degli agenti. Una pulizia etnica che ha segnato per sempre la vergogna dell'Italia nel mondo. In carcere non ci sono gli aguzzini, bensì le vittime. Reato commesso: avevano tutti a carico una precedente espulsione. Tre di loro sono richiedenti asilo. Vengono da Liberia, Burkina Faso ed Etiopia. «Con a carico un'espulsione, pur non avendo mai fatto prima la domanda per lo status di rifugiato, devono stare nel Cie» spiega l'avvocato Francesco Vizza. La commissione territoriale deciderà entro la settimana. Altri tre, due mauritani e un maliano, avevano già avuto la richiesta di asilo rifiutata proprio dalla questura di Crotone. «Non possono ripeterla perché non ci sono fatti nuovi» sostiene ancora l'assistente legale del centro. Un iter che contrasta con le richieste per il permesso di soggiorno ai migranti di Rosarno portate avanti da mesi dalle associazioni antirazziste con sit in e proteste come quella delle "arance insanguinate" davanti al Senato.
Da sette mesi senza fondi
Il centro di Sant'Anna è il più grande d'Europa, con circa 1500 posti. A dieci anni dalla sua apertura, la maggior parte degli immigrati dorme ancora nei containers con i servizi igienici in comune. Era una base dell'aeronautica militare, oggi contiene il Cie, il Cara e il Centro di accoglienza. In attesa della decisione della commissione territoriale per l'asilo ci sono al momento 700 aspiranti allo status di rifugiato. Ognuno di loro costa 28,88 euro al giorno alle casse dello stato. Sono oltre ventimila euro al giorno in totale. «Una miseria, una delle rette più basse in Italia. Riusciamo ad andare avanti solo perché si lavora su grossi numeri - afferma la direttrice del Cara, Liberata Parisi - sono sette mesi che il ministero dell'Interno non salda i conti del finanziamento che abbiamo vinto come ente gestore con il bando per il 2009-2012». Soldi che non arrivano neanche per il Cie, nonostante la proroga della permanenza a sei mesi. «Paghiamo i fornitori facendo mutui e prestiti» dice ancora Parisi. Per avere un'idea dei costi di questa gigantesca macchina che ruota attorno all'immigrazione e ai permessi di soggiorno, bisogna calcolare che in media ogni richiedente asilo rimane dai quattro ai sei mesi prima di avere il responso della commissione, i cui uffici sono all'interno del centro. A riprova che i respingimenti in mare non risolvono il problema, a Crotone ci sono ancora 100 nuovi ingressi al mese. Cambiano le rotte, è diversa l'umanità in fuga che arriva. Non più africani passati dalla Libia ma soprattutto kurdi, afghani e iracheni che transitano dal confine nord est dell'Italia. Amir è un kurdo iraniano arrivato fino a Bari in un camion. È fermo a Sant'Anna da quattro mesi. Hamidullah ha ancora la famiglia a Kandahar. Suo padre ha messo insieme quello che aveva per farlo partire. Afghanistan, Turchia, Serbia, Ungheria il suo tragitto. Un altro afghano dice di avere «forse 30 anni». In Ungheria è stato fermato e deportato indietro in Serbia. Da lì è arrivato a Patrasso e poi sotto un camion in Italia. Anche lui quattro mesi a Sant'Anna in un container. Sono tutti dublinanti e la loro situazione giuridica è ancora più complessa.
Gli alloggi in cemento hanno solo 256 posti, costruiti nel 2008. La precedenza va a chi sta nel centro da più tempo, ai bambini e alle 30 donne, di cui una decina incinta. I minori hanno anche pochi mesi di età. Per gestire la convenzione e tutti i servizi previsti serve un piccolo esercito. Tra gli altri, ci sono assistenti sociali, psicologi, educatrici, mediatori culturali, istruttori isef per le attività sportive, esperti per la banca dati informatizzata. In totale sono impiegati con contratti a tempo e interinali 150 lavoratori delle Misericordie di Isola Capo Rizzuto. A loro vanno aggiunti 70 lavoratori del comune che gestisce i servizi di pulizia e di manutenzione. Militari, carabinieri e poliziotti per la sicurezza. Il personale sanitario dell'Asp di Crotone per l'infermeria in servizio 24 ore. Una vera fabbrica di posti di lavoro con un indotto 'prezioso' in un'area tra le più povere d'Italia, ad altissima disoccupazione. Costi destinati ad aumentare ancora con i lavori in corso per rafforzare la recinzione esterna e per ristrutturare e ampliare i posti delle due palazzine del Cie.

di Raffaella Cosentino

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