domenica 11 aprile 2010

Bomba carceri


L'allarme carceri si chiama estate. E sta per diventare allarme rosso. Non c'entra il caldo. Nemmeno l'afa. Le prigioni italiane sono una bomba a orologeria che sta per esplodere. Le celle fatiscenti di nove metri quadrati con quattro detenuti stipati dentro, tavolaccio e latrina alla turca, erano già la vergogna d'Europa. Ma oggi nemmeno bastano più. Gli spazi sono finiti. La polizia penitenziaria è poca. I soldi meno ancora. E così il rischio collasso denunciato dallo stesso ministero della Giustizia sta per trasformarsi in emergenza nazionale: se la capienza regolamentare di 44 mila carcerati è già stata superata da tempo, a marzo s'è sforata anche la tolleranza massima dei nostri 207 istituti di pena. Stringendo le celle e ammassando i detenuti al limite dell'umanità si ricavavano poco più di 66.500 posti. Quando in Italia già il 28 febbraio erano rinchiuse 66.692 persone.

A marzo sono oltre 67 mila e il trend non lascia speranze: ne entrano ottocento in più ogni mese. Il Consiglio d'Europa ha già richiamato all'ordine il nostro Paese. Ma la fotografia anziché migliorare si fa sempre più agghiacciante: da Poggio Reale alla Dozza di Bologna, passando per Brescia, Roma e Palermo la scena è la stessa. Strutture vecchie, poca manutenzione, carcerati costretti a restare venti ore al giorno dietro le sbarre, senza educatori, senza lavorare, senza socializzare. Fra violenze, risse e suicidi. Poche settimane fa un giovane nel carcere Mammagialla di Viterbo ha tentato di impiccarsi ed è stato soccorso dalla polizia penitenziaria. Una vita salvata per miracolo, a fronte di decine che escono di galera dentro una bara. Come il caso di Sulmona, in provincia dell'Aquila, dove Romano Iaria s'è appeso con un lenzuolo alla grata della cella. È il sedicesimo suicidio dietro le sbarre del 2010. Solo lo scorso anno erano morte 105 persone, una su tre s'è tolta la vita per disperazione. E la colpa è sempre più spesso del sovraffollamento, la tragedia silenziosa che potrebbe far esplodere in Italia una nuova stagione di rivolte nelle prigioni. Col rischio che torni la paura.

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano aveva annunciato a gennaio un piano edilizio per costruire penitenziari. La previsione è di investire 1,4 miliardi di euro per 24 nuovi istituti, da realizzare con l'ormai collaudato sistema dell'emergenza, sotto l'egida della Protezione civile di Guido Bertolaso. Proprio com'è stato per il G8 della Maddalena. Si partirà con 700 milioni e nuovi padiglioni per espandere le strutture già esistenti. Edifici che dovrebbero garantire 21 mila posti in circa sei anni. Peccato che, anche se i cantieri partiranno davvero e rispetteranno i tempi, da soli serviranno a ben poco. Basta un viaggio dentro l'inferno quotidiano delle galere stracolme per capire che il problema non è di strutture. Almeno non solo. È il sistema penitenziario italiano che non regge più l'ondata di ingressi. Quasi metà di quei detenuti, infatti, è ancora in attesa del processo. Sono oltre 30 mila gli imputati che restano dentro solo poche ore e la statistica dimostra che il 30 per cento di loro sarà assolto. Ma intanto intasano le galere, segnando il record negativo dell'Unione europea. Dietro di noi c'è la Grecia, che non arriva a 8 mila imputati in carcere, mentre gli altri paesi stanno attorno a quota 4 mila. Eppure il mal del mattone che già nel 1988 portò allo scandalo delle 'carceri d'oro' resta la strada favorita ancora oggi. Si gridano slogan, si invoca la sicurezza, si agita lo spauracchio dei criminali che rischierebbero di tornare in circolazione, quando in Italia le cose non vanno affatto così: sono solo 10 mila i condannati per crimini violenti e 650 i detenuti che scontano il cosiddetto carcere duro. Significa meno di un carcerato ogni sei.

A dare il colpo di grazia a un sistema già sotto stress è stata la Bossi-Fini. Con il risultato che quasi 25 mila detenuti sono, in questo momento, stranieri. Molti di loro vengono arrestati e spesso rilasciati nel giro di poche ore. Il risultato è che in alcune regioni il numero dei carcerati è doppio rispetto alla capienza delle prigioni, proprio perché la metà sono irregolari in transito. Nel carcere bolognese della Dozza, il più sovraffollato del Paese, si sale al 70 per cento. Ci stanno stipati quasi 1.200 detenuti a fronte di una capienza di 480 posti. In Veneto va anche peggio e si arriva all'80 per cento. "È dovuto al cosiddetto effetto 'porta girevole', il turn over di stranieri arrestati perché privi di documenti e poi rilasciati: un viavai tanto oneroso per lo Stato quanto inutile per la collettività", denuncia Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in commissione Giustizia. Stranieri che provengono da 140 diversi paesi, solo due dei quali hanno sottoscritto con l'Italia una convenzione bilaterale per il rimpatrio. Significa che le estradizioni, benché previste, sono pochissime, difficili e molto costose. "A sentire il ministro si sarebbe provveduto ad espellere 3.300 detenuti immigrati, ma la situazione è invece molto diversa. C'è stata piuttosto una crescita dell'intervento penale e quindi del carcere, purtroppo proporzionale alla diminuzione delle risorse dedicate ai servizi e agli interventi sociosanitari. Con il risultato che va peggio sia dentro che fuori, perché molti entrano onesti ed escono criminali".

La ex Cirielli ha fatto il resto. Colpendo i recidivi ha finito per strappare Cesare Previti al carcere di Rebibbia, affidandolo ai servizi sociali, ma spedire in cella migliaia di tossicodipendenti. Beccati due o più volte mentre erano a caccia di una dose. Sono un terzo dei detenuti totali e crescono. Non si tratta di narcotrafficanti o spacciatori, nella maggioranza dei casi è gente entrata per piccoli reati legati proprio alla ricerca di droga per uso personale. Vengono ammassati nelle celle, senza cure specifiche. Dentro soffrono più di tutti. Hanno problemi di masticazione, depressione, disturbi psichici, senza parlare dell'Aids. Si affidano al metadone, eroinomani o cocainomani, e a volte a qualche telefonata alle comunità di recupero, nei casi più gravi: "I tossicodipendenti non dovrebbero stare in carcere, perché non sono in grado di autodeterminarsi e avrebbero bisogno di cure e non certo della violenza di un luogo di reclusione", spiega l'ex sottosegretario Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze. Per loro il sovraffollamento è ancora più claustrofobico. Chiamano gli agenti anche venti volte al giorno, soffrono lo spazio angusto e finiscono per cercare lo sballo con quello che trovano in galera. Inalano gas dai fornelletti e a volte muoiono proprio così, nell'indifferenza assoluta: "Il problema non è che sono poche le celle, ma sono troppi i detenuti che non dovrebbero entrare in carcere e soprattutto non starci. È per evitare questo che andrebbero spese le risorse del ministero, mentre il tandem Berlusconi-Alfano progetta, invece, un business bestiale da 80 mila posti: ammasseranno corpi senza acqua, senza luce, senza cucine, senza spazi di socialità, senza educatori. In questo modo il carcere diventerà una discarica sociale e non il luogo di detenzione dei criminali pericolosi".

Ecco che sempre più spesso il popolo che affolla le carceri è vittima di questa tragedia. Storie di morti sospette, come quella di Mauro a Cuneo, Manuel a Genova, Aldo a Perugia, Habteab a Civitavecchia. E almeno altri trenta casi denunciati dall'associazione 'Morire in carcere'. Detenuti morti per cause naturali, almeno sui referti, ma poi trovati dai parenti pieni di lividi. Oppure drammi come quello di Ben Garci Mbarka che s'è lasciato morire di fame e di sete dentro la cella a Pavia. O ancora Andrea che a 34 anni è stato trovato esanime a Venezia, sul pavimento della cella che divideva con due compagni, e il corpo pieno di ecchimosi. E Marcello ucciso a Livorno da un collasso, si disse, dopo essere caduto battendo la testa. È l'altra faccia dell'affollamento cronico e sarà sempre peggio, dicono le statistiche del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, eppure la legge non prevede alcuna distinzione. Avanti di questo passo nel 2012 si sforerà quota 100 mila detenuti, ben prima che le nuove prigioni siano pronte. Con costi che aumentano mese dopo mese, a fronte dei tagli per la gestione dei penitenziari già in funzione. I bilanci parlano chiaro: una prigione come Rebibbia, una volta costruita, ha costi di gestione da albergo a cinque stelle con una media di 200-300 euro al giorno per ogni carcerato. Milioni di euro per luce, acqua, gas, immondizie, senza parlare del personale. Tanto che in giro per l'Italia il piano del governo, da solo, non convince nemmeno i direttori dei penitenziari. Al microfono nessuno vuole parlare, ma da Nord a Sud i pareri sono quasi tutti concordi. Sanno bene che i problemi di organico e la carenza di fondi lo renderanno insufficiente: "È il sistema carcerario che è vecchio e va ripensato. Per prima cosa è basato su un concetto di sicurezza ormai superato, che prevede che i detenuti stiano in cella quasi sempre. In Italia solo un detenuto su quattro oggi ha la possibilità di lavorare, spesso a stipendio dimezzato perché lo deve condividere con un altro detenuto. Questo comporta condizioni di vita difficili e un numero di agenti enorme per rendere possibili i controlli", spiega un dirigente. Personale che spesso non c'è. La pianta organica della polizia penitenziaria stabilita già nel 2001 prevedeva l'impiego di 41.268 agenti negli istituti di pena per adulti, ma ancora a fine 2009 risultavano in forza solo 35 mila persone. Per il personale amministrativo l'organico ottimale sarebbe di 9.486 addetti, ma in servizio risultano poco più di 6 mila. Senza contare gli educatori che non arrivano a 800 contro una previsione di 1.376: significa uno ogni 82 detenuti. "In questo modo finisce per prevalere l'area della custodia rispetto a quella della rieducazione individuale. E di conseguenza ci troviamo di fronte a un problema idraulico: il rubinetto versa sempre più acqua, cioè detenuti, mentre lo scarico è sempre più stretto. Anche se il governo investe per aumentare la vasca, cioè la capienza delle prigioni, in pochi mesi tornerà tutto come prima", spiega un dirigente del nord Italia.

A proporre una controriforma sul modello spagnolo è stato il Pd. Una mozione che il governo ha fatto propria e che propone misure alternative per le pene brevi, per i minorenni e per chi non ha compiuto 25 anni; introduce una custodia cautelare che non imponga il carcere solo per poche ore; riserva il cosiddetto carcere-fortino e la detenzione in cella al crimine organizzato e ai delitti efferati sostituendola con spazi comuni e misure alternative per gli altri condannati. "Mettere tutti in prigione soddisfa solo all'apparenza quell'ansia di sicurezza che pervade la società civile. Ma ottiene l'unico risultato di riempire gli istituti di pena e, di conseguenza, aumentare i criminali anziché ridurli", spiega il deputato Alessandro Maran della commissione Giustizia. Non si tratterebbe di scegliere fra lassismo e pugno duro, ma di affrontare il vero nucleo dell'emergenza. A partire dai pochi agenti in servizio. Perché la carenza di organico ha anche un altro risvolto pratico. E cioè che i direttori delle carceri restringono la capienza degli istituti, già stremati, e chiudono intere aree destinate ai detenuti. Uffici senza nemmeno le scrivanie, ambulatori fantasma, magazzini vuoti, biblioteche senza libri prendono il posto delle celle. Succede al carcere di Monte Acuto ad Ancona, in quelli di Modena e Reggio Emilia, al Pagliarelli di Palermo, a L'Aquila come a Siena. Così anche le carceri modello come Milano Bollate o la colonia penale sull'isola di Gorgona, dove i detenuti sono liberi, devono ridurre spazi e attività alternative, anziché dare supporto alle situazioni più critiche. Ma ammassando tutto e tutti, la vita dietro le sbarre diventa disperazione. Basta leggersi il sesto rapporto 'Oltre il tollerabile' dell'associazione Antigone, che elenca la lunga serie di violenze e torture negli istituti penitenziari italiani nell'ultimo decennio. Lecce, Forlì, Velletri, Torino, Genova. Pestaggi che stanno riscaldando il clima come non avveniva da anni. "Stare 22 ore in cella senza nemmeno poter camminare diventa insopportabile e oggi si percepisce di nuovo forte il disagio nelle carceri, soprattutto in quelle a prevalenza di italiani. Se non è ancora successo nulla, per assurdo, lo dobbiamo agli stranieri, che hanno paura e non protestano", racconta un dirigente. Anche se le cose stanno però cambiando e la situazione potrebbe sfuggire di mano. Con il rischio di una nuova stagione di rivolte.

di Tommaso Cerno

Fonte: L'espresso

Cuba: sono “dissidenti politici” o sono un'altra cosa?


La “stampa libera” d'Europa e delle Americhe- quella che mentì sfacciatamente dicendo che esistevano armi di distruzione di massain Iraq o che definì “ad interim” il regime golpista di Micheletti in Honduras - ha raddoppiato la sua feroce campagna contro Cuba. Si impone, pertanto, la necessità di distinguere tra la ragione di fondo e il pretesto. La prima, e che stabilisce la cornice globale di questa campagna, è la controffensiva imperiale scatenata dagli ultimi tempi dell'Amministrazione Bush e il cui esempio più significativo è stata la riattivazione e la mobilitazione della IV Flotta. Contro i pronostici di alcuni illusi questa politica, dettata dal complesso militare-industriale, non solo è stata continuata ma è stata anche resa più profonda mediante il recente trattato firmato da Obama e Uribe con il quale si concede agli Stati Uniti l'uso di per lo meno sette basi militari in territorio colombiano, immunità diplomatica per tutto il personale statunitense pertinente alle sue operazioni, autorizzazione a introdurre o portare fuori dal paese qualunque genere di carico senza che le autorità del paese ospitante possano almeno prendere nota di quello che entra o esce e il diritto degli partecipanti nordamericani alle spedizioni di entrare o uscire dalla Colombia con qualunque documento che accrediti la loro identità.

Come se quanto sopra fosse poco, la politica di Washington riconoscendo la “legalità e legittimità” del colpo di stato in Honduras e le fraudolente elezioni seguenti è una dimostrazione in più della perversa continuità che lega le politiche attivate dalla Casa Bianca, indipendentemente dal colore della pelle del suo principale occupante. E in questa controffensiva generale dell'impero, l'attacco e la destabilizzazione di Cuba giocano un ruolo di grande importanza.

Queste sono le ragioni di fondo. Ma il pretesto per questo rilancio è stata la fatale conclusione dello sciopero della fame di Orlando Zapata Tamayo, rafforzato ora dall’identica azione iniziata da un altro dissidente, Guillermo Fariñas Hernández e che sarà seguita, senza dubbio, da quelle di altri partecipanti e complici di questa aggressione. Come ben si sa, ZapataTamayo è stato (e continua a essere) presentato da quei “mezzi di disinformazione di massa” – come adeguatamente li qualifica Noam Chomsky - come un “dissidente politico” quando in realtà era un carcerato comune che fu reclutato dai nemici della rivoluzione e utilizzato senza scrupoli come un mero strumento dei loro progetti sovversivi. Il caso di Fariñas Hernándeznon è uguale, ma ciò nonostante conserva alcune similitudini e approfondisce una discussione che è indispensabile dare con tutta serietà.

È necessario ricordare che questi attacchi hanno una lunga storia. Cominciano dal trionfo stesso della Rivoluzione ma, come politica ufficiale e formale del Governo degli Stati Uniti incominciano il 17 marzo 1960 quando il Consiglio di Sicurezza Nazionale approva il “Programma di Azione Segreta” contro Cuba proposto dall’allora Direttore della CIA, Allen Dulles. Parzialmente declassificato nel 1991, quel programma identificava quattro linee

principali d’azione: i due primi erano “la creazione dell'opposizione” e il lancio di una “potente offensiva di propaganda” per consolidarla e renderla credibile. Più chiaro di così è impossibile. Dietro il frastornante fallimento di questi piani George W. Bush ha creato, dentro lo stesso Dipartimento di Stato, una commissione speciale per promuovere il “cambiamento di regime” a Cuba, eufemismo utilizzato per evitare di dire “promuovere la controrivoluzione”.

Cuba ha il dubbio privilegio di essere l'unico paese del mondo per il quale il Dipartimento

di Stato ha elaborato un progetto di questo tipo, ratificando in questo modo la vigenza della morbosa ossessione yankee per annettersi l'isola e, d'altra parte, come aveva colpito nel segno

José Martí quando aveva allertato i nostri paesi sui pericoli dell'espansionismo nordamericano.

La prima relazione di quella commissione, pubblicata nel 2004, aveva 458 pagine e lì si spiegava con grande minuziosità tutto quello che si doveva fare per introdurre una democrazia liberale, rispettare i diritti umani e istituire un'economia di mercato a Cuba. Per avviare questo piano si assegnavano 59 milioni di dollari per anno (oltre quelli che sarebbero stati destinati per vie segrete), dei quali 36 milioni sarebbero stati destinati, secondo la proposta, a fomentare e finanziare le attività

La “stampa libera” d'Europa e delle Americhe - quella che mentì sfacciatamente

dicendo che esistevano armi di distruzione di massa in Iraq o che definì “ad interim” il regime golpista di Micheletti in Honduras – ha raddoppiato la sua feroce campagna contro Cuba. Il pretesto per questo rilancio è stato la conclusione fatale dello sciopero della fame di Orlando Zapata Tamayo, rafforzato ora dall’identica azione iniziata daGuillermo Fariñas Hernández.

dei “dissidenti”. Per riassumere, ciò che la stampa presenta come una nobile e patriottica dissidenza interna sembrerebbe piuttosto essere la metodica applicazione del progetto imperiale progettato per realizzare il vecchio sogno della destra nordamericana di impadronirsi definitivamente di Cuba.

Dopo questa premessa, si impone una precisazione concettuale. Non è casuale che la stampa del sistema parli con “straordinaria leggerezza” dei dissidenti politici imprigionati a Cuba. Ma, sono “dissidenti politici” o sono un'altra cosa? Sarebbe difficile dirlo di tutti, ma sicuramente la maggioranza di chi sta in prigione non si trova lì per essere dissidente politico bensì per una

caratterizzazione molto più grave: “traditore alla patria”. Vediamo questo in dettaglio. Nel celebre Dizionario di Politica di Norberto Bobbio il politologo Leonardo Morlino definisce il dissenso come “qualunque forma di disaccordo senza organizzazione stabile e, pertanto, non istituzionalizzata, che non pretende di sostituire il Governo in carica con un altro, e tanto meno di abbattere il sistema politico vigente. Il dissenso si esprime solo nell'esortare, persuadere, criticare, fare pressione, sempre con mezzi non violenti per indurre i decision-makers a preferire certe opzioni invece di altre o a modificare precedenti decisioni o direttive

politiche.

Il dissenso non mette mai in discussione la legittimità o le regole fondamentali che

fondano la comunità politica ma solo norme o decisioni abbastanza specifiche” (pp. 567-568). Più avanti segnala che esiste una soglia che, una volta oltrepassata, trasforma il dissenso, e i dissidenti, in un'altra cosa. “La soglia è oltrepassata quando si mettono in dubbio la legittimità del sistema e le sue regole del gioco, e si fa uso della violenza: o quando si incorre nella disubbidienza intenzionale a una norma; o, infine, quando il disaccordo si istituzionalizza in opposizione, che può avere tra i suoi fini anche quello di abbattere il sistema” (p. 569). Nell'ex Unione Sovietica due dei dissidenti politici maggiormente degni di nota, e il cui modo di agire si avvicina alla definizione sopra esposta, furono il fisico Andrei Sakharov e lo scrittore Alexander Isayevich Solzhenitsyn; Rudolf Bahro lo fu nella Repubblica Democratica Tedesca; Karel Kosik, nell'ex Cecoslovacchia; negli Stati Uniti si distinse, a metà del secolo scorso, Martin Luther King; e in Israele ai nostri giorni Mordekai Wanunu. scienziato nucleare che ha rivelato l'esistenza dell'arsenale atomico in quel paese e per questo è stato condannato a 18 anni di carcere senza che la “stampa libera” prendesse nota del tema.

La dissidenza cubana, a differenza di quanto successo con Sakharov, Solzhenitsyn, Bahro, Kosik, King e Wanunu, si inquadra in un'altra figura giuridica perché il suo proposito è di sovvertire l'ordine

costituzionale e di abbattere il sistema. Inoltre, e questo è il dato essenziale, pretende di farlo

mettendosi al servizio di una potenza nemica, gli Stati Uniti, che cinquant’anni fa aggredirono Cuba con tutti i mezzi immaginabili, con un blocco integrale (economico, finanziario, tecnologico, commerciale, informatico), con permanenti aggressioni e attacchi di diverso tipo e con una legislazione migratoria esclusivamente sviluppata (la “Ley de Ajuste Cubano”)

per l'Isola e che stimola la migrazione illegale negli Stati Uniti mettendo in pericolo la vita di coloro che vogliono affidarsi ai suoi benefici.

Mentre Washington alza un nuovo muro dell'infamia alla sua frontiera con il Messico per fermare l'entrata di immigranti messicani e di chi proviene dall'America Centrale, concede tutti i benefici immaginabili a chi, venendo da Cuba, metta piede nel suo territorio.

Coloro che ricevono denaro, consulenze, consigli, orientamenti da un paese obiettivamente nemico della loro patria e agiscono in relazione alla loro aspirazione di accelerare un “cambiamento di regime” che metta fine alla Rivoluzione, possono essere considerati “dissidenti politici”?

Per rispondere dimentichiamo per un momento le leggi cubane e vediamo ciò che stabilisce la legislazione in altri paesi. La Costituzione degli Stati Uniti stabilisce nel suo Articolo III, Sezione 3, che “Il delitto di tradimento contro gli Stati Uniti consisterà solamente nel prendere le armi contro di essi o nell’unirsi ai suoi nemici, dando loro aiuto e agevolazioni”.

La sanzione che merita questo reato è rimasta nelle mani del Congresso; nel 1953 Julius ed

Ethel Rosenberg furono giustiziati mediante la sedia elettrica accusati di tradimento alla patria per essersi presumibilmente “uniti ai loro nemici” rivelando i segreti della fabbricazione della bomba atomica all'Unione Sovietica.

Nel caso del Cile, il Codice Penale di quel paese stabilisce nel suo Articolo 106 che “chiunque dentro il territorio della Repubblica cospirerà contro la sua sicurezza esterna per indurre una potenza straniera a fare la guerra al Cile, sarà punito con il carcere di sicurezza nel suo grado massimo e l’ergastolo. Se si sono effettuate ostilità belliche la pena potrà essere elevata fino a quella di morte”.

In Messico, paese che è stato vittima

di una lunga storia di interventismo nordamericano nei suoi affari interni, il Codice Penale nel

suo articolo 123 qualifica come reati di tradimento della patria un'ampia gamma di situazioni come realizzare “atti contro l'indipendenza, la sovranità o l’integrità della nazione messicana con la finalità di sottometterla a persona, gruppo o governo straniero; prendere parte ad atti di ostilità contro la nazione, mediante azioni belliche agli ordini di un stato straniero ocooperare con questo in qualche forma che possa essere pregiudizievole per il Messico; riceva qualunque beneficio, o accetti promesse di riceverlo, con il fine di realizzare alcuni degli atti indicati in questo articolo; accetti dall'invasore un impiego, una carica o provvigione e detti, accordi o

voti misure dirette a far affermare il governo intruso e a indebolire quello nazionale”. La pena prevista per la commissione di questi delitti è, secondo le circostanze, da cinque a quaranta anni di prigione.
La legislazione argentina stabilisce nell'articolo 214 del suo Codice Penale che “Sarà represso con la reclusione o il carcere da dieci a venticinque anni o la reclusione o l’ergastolo e nell’uno o nell’altro caso, interdizione assoluta perpetua, sempre che il fatto non si trovi compreso in un'altra disposizione di questo codice, ogni argentino od ogni persona che deva obbedienza alla Nazione a causa del suo impiego o funzione pubblica che prendesse le armi contro questa, si unisse ai suoi nemici o prestasse loro qualunque aiuto o soccorso”.

Non è necessario proseguire con questa sommaria revisione della legislazione comparata per comprendere che ciò che la “stampa libera” chiama dissidenza è quello che in qualunque paese del mondo - cominciando dagli Stati Uniti, il grande promotore, organizzatore e finanziatore della campagna anticubana – sarebbe definito semplicemente e spontaneamente come tradimento della patria, e nessuno degli accusati avrebbe mai considerato come un “dissidente politico”. Nel caso dei cubani, la gran maggioranza dei cosiddetti dissidenti (se non tutti) sono incorsi in questo reato unendosi a una potenza straniera che è in aperta ostilità contro la nazione cubana e ricevendo dai suoi rappresentanti - diplomatici o non - denaro e ogni tipo di

appoggio logistico per, come dice la legislazione messicana, far affermare il governo intruso e a indebolire quello nazionale. Detto in altre parole, per distruggere il nuovo ordine sociale, economico e politico creato dalla Rivoluzione. Non sarebbe un’altra la caratterizzazione che verrebbe adottata da Washington per giudicare un gruppo dei suoi cittadini che stesse ricevendo risorse da una potenza straniera che per mezzo secolo avesse incalzato gli Stati Uniti con il mandato di sovvertire l'ordine costituzionale.

Nessuno dei genuini dissidenti sopra

menzionati sono incorsi nei loro paesi in così grande infamia.

Sono stati implacabili critici dei loro governi, ma non si sono mai messi al servizio di uno stato straniero che ambiva opprimere la loro patria.

Erano dissidenti, non traditori.


di Atilio Borón *

* Economista e giornalista argentino

Fonte: Cubadebate. Tradotto e pubblicato su bollettino Amicuba

Comparso su Contropiano.org

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