lunedì 19 aprile 2010

Lo 'scorteo'. A Roma i fascisti attaccano manifesti scortati da Polizia e Digos


Quando credi di averle viste tutte, quando pensi che più nulla ti possa sorprendere…ecco che le tartarughine ninja tirano fuori dal cilindro la trovata “geniale”, l’idea che spariglia le carte in tavola, quello che proprio non ti aspetteresti: lo “scorteo” notturno. Questi i fatti. Ieri sera, verso mezzanotte, inizia a girare la voce che un gruppone di fascisti s’è concentrato sulla Colombo nei pressi della Regione Lazio (per chi non è di Roma, poco lontano dal luogo dove si è consumata la loro ultima Waterloo). L’appuntamento, per tutti i compagni e le compagne è ad Acrobax, possibile obiettivo di una loro rappresaglia. Man mano che arrivano macchine è il numero cresce l’atmosfera si surriscalda, c’è chi favoleggia del Cinodromo come la Stalingrado di Roma, e come direbbero gli Erode “Al Volga non si arriva”, anzi, al Tevere non si arriva. Questo è poco ma sicuro. Insomma, uno s’aspetta una di quelle serate da raccontare ai nipotini una volta che avremo finalmente instaurato la dittatura del proletariato, e invece… nulla, nisba, nada de nada. I sogni epici svaniscono in men che non si dica. Dopo pochissimo si sparge infatti la voce che il “gruppone” sta attacchinando per il quartiere con tanto di scorta della polizia. Avete capito bene, volanti davanti, volanti di dietro, Digos intorno. L’attacchinaggio notturno è stato concordato e, a quanto raccontano i poliziotti di zona venuti a capire che intenzioni abbiamo, gli ordini arrivano da uffici ben più in alto della Questura. I cameratti hanno addirittura richiesto (ed ottenuto) che qualche volante si disponesse all’imbocco della via che porta ad Acrobax. Certamente avranno pensato che vista l’altra sera era meglio non rischiare. Fatto sta che, tutti un po’ increduli, siamo stati testimoni del primo “scorteo” di Roma. Il 7 maggio a Roma c’è la festa della polizia, ora, secondo voi, è un caso che il blocco abbia scelto proprio quel giorno per manifestare? Naaaaaa…

Fonte: Militant
Comparso su Radiocittaperta.it

Cochabamba, Bolivia: Dalla guerra alla gestione dell’acqua


Con la guerra dell’acqua dell’aprile 2000, i poveri della città e della campagna di Cochabamba riuscirono a espellere la multinazionale che pretendeva di impadronirsi del bene comune più elementare e primario. Fra il 2003 e il 2005 i poveri di tutto il paese la fecero finita con il modello neoliberale. Ora la gestione comunitaria dell’acqua è la sfida che stiamo affrontando.

L’asfalto finisce troppo presto nei quartieri a sud di Cochabamba. A soli 5 km. dal centro, si vede appena una cappa irregolare sui grandi viali dove le macchine transitano con difficoltà. Girandosi verso le montagne che dominano un ampia valle senza alberi, si vede solo polvere sulle strade e sui canali di irrigazione trasformatisi in canali di scolo secchi dove dovrebbe scorrere almeno un filo d’acqua..

Sulla parte alta dei pendii, man mano appaiono file di case che si allungano fino a perdersi alla vista, quasi fin sulla cima dei monti, dove predomina un clima arido e secco. Siamo in uno dei quartieri più importanti della periferia sud, Villa Sebastián Pagador, o distretto 14 fondato, 32 anni fa, da alcuni emigranti di Oruro. La zona sud, formata da sei distretti, riunisce la metà della popolazione della città, circa 250 mila abitanti, i più poveri e i più colpiti dall’inefficienza del Servizio Municipale dell’Acqua Potabile e fognature (SEMAPA).

Lo Stato Boliviano nel periodo neoliberale decise che solo i ricchi e i ceti medi avrebbero avuto l’acqua, un servizio primario che non arriva ai poveri, in particolare agli immigrati di ultima generazione. Per risolvere questo gravissimo problema, questi ultimi decisero di organizzarsi creando comitati per l’acqua, cooperative e associazioni, mettendo in piedi, da soli e con le loro scarse risorse, le reti di distribuzione, i serbatoi per la riserva e perforando pozzi . Nei quartieri del sud di Cochabamba funzionano circa 120 comitati per l’acqua, ai quali se ne aggiungono altri 150 della zona peri-urbana e un numero ancora più grande nelle zone rurali, che regolano l’uso dell’acqua secondo gli usi e i costumi della comunità. Nella zona urbana del sud, tra il 70 e l’ 80% della popolazione non è servita dall’impresa municipale e sono i comitati che riforniscono il 30% mentre il resto riceve l’acqua da camion cisterna. Si tratta di centinaia di migliaia di persone organizzate solo per l’acqua, ma esiste anche una moltitudine di organizzazioni territoriali.

La celebre "guerra dell’acqua" si può spiegare solo come risultato di una decisione comunitaria, presa da centinaia di migliaia di persone, di difendere una risorsa che non è stata creata nè gestita dallo Stato bensì dalle stesse comunità urbane e rurali. Nella città, la popolazione che fa parte dei sistemi di acqua comunitari proviene da diverse regioni del Paese e si tratta di una mescolanza di immigrati, contadini e minatori, espulsi dalle loro zone per mancanza di lavoro (1). "Queste due caratteristiche contribuiscono fortemente all’organizzazione comunitaria sull’acqua", dicono i dirigenti del movimento per l’acqua (2). I primi contribuirono con le loro tradizioni andine di lavoro solidale e a turni, conosciuto come l’"ayni", mentre i secondi apportarono la loro vasta esperienza organizzativa nei sindacati delle miniere. I sistemi dell’acqua riuniscono circa 200 famiglie ciascuno, però alcuni sono costituiti da 30 o 40 utenti appena. La maggior parte non ha personalità giuridica. Gli abitanti che decisero di non organizzarsi comperano l’acqua dai camion cisterna che attraversano tutto il giorno la città imponendo prezzi esosi per un’acqua di qualità dubbia.


Don Fabián Condori, una vita per la comunità
E’ il pomeriggio e il sole picchia forte rendendo la salita più faticosa. Arriviamo con Boris fino a un piccolo cortile con pareti di terra, apriamo la porta di legno e appare unun ampio spazio aperto con due piccoli uffici ai lati: ci troviamo alla APAAS (Asociación de Producción y Administración de Agua y Saneamiento), il primo sistema per l’acqua di Cochabamba, e uno dei sistemi più consolidati. Fabián Condori ci riceve con un sorriso generoso che accentua i solchi che orna il suo viso.


"Ho 61 anni e da 19 sto nel sistema dell’acqua. Sono nato a Oruro e sono arrivato qui a Sebastián Pagador quando ci stavano solo 70 famiglie, 30 anni fa. Alla fine degli anni ’90 l’80% veniva da Oruro però ormai siamo 60 mila abitanti, che vengono da tutti gli angoli del paese, soprattutto andini. Credo che la gente ha scelto questo posto per il suo clima, la sua ricchezza, per il mangiare che è buono e per la frutta". Fabián racconta la sua vita con calma, come se parlasse di un’altra persona, forse perchè non si considera al centro della storia che racconta.

Nel 1990 il municipio dichiarò Sebastián Pagador "zona rossa", quando faceva non più di cinquemila abitanti, a causa della totale assenza di acqua. "Questo era un deserto", dice. "Non c’erano strade, solo sentieri che la gente aveva aperto a colpi di piccone e badile. C’era un canale di scorrimento per gli usuari dell’irrigazione e alcuni pozzi vicini al canale dove ci facevamo regalare l’acqua. Oltre a questo c’erano cisterne che vendevano l’acqua". Dice anche che la maggior parte dei suoi vicini sono lavoratori che lavorano per conto proprio, commercianti, artigiani, muratori, sarti. "Come tutti mi sono costruito la mia prima casa di adobe".

A Villa Pagador gli anziani come Fabián continuano a parlare quechua, ascoltano musica andina e festeggiano il carnevale alla grande, come si faceva a Oruro, con “morenadas y diabladas”, fino a 11 figuranti e 200 ballerine, alcune arrivate dall’esterno.

"All’inizio dato che c’era poca gente, ce la facevamo con il canale di nirrigazione e con i piccoli pozzi in cui sgorgava l’acqua. Però nell’’80 era arrivata già più gente e una scuoletta con 25 alunni. I bambini da 3 a 4 anni giocavano a “bagnarsi” con secchi di sabbia". In quel periodo si crea un Comitato Promotore dell’Acqua che viene fondato in un’assemblea di 90 persone. "E’ stato il primo comitato di Cochabamba. Cominciammo a progettare lo scavo della rete di distribuzione, perchè per prima cosa si costruisce la rete e poi si cerca il pozzo".

Cominciarono nel 1990, scavando canali di scolo per le 390 famiglie che aderivano al comitato. "Ogni famiglia contribuiva con un boliviano al mese per la dinamite, gli attrezzi e per l’affitto di officine. Si trattava di fondi propri. Il lavoro duró tre anni. Ogni famiglia doveva scavare sei metri al mese a mezzo metro di profondità, tutto in un terreno di roccia, molto duro, sicchè si andava molto lenti".

Il progetto è molto semplice: i fossi partono da ogni casa e si connettono con la rete centrale che a sua volta si connette con il tubo che porta al pozzo. "Tutta la comunità partecipò, e quello che non lavorava restava senz’acqua. C’era un controllo a livello di ogni isolato per vedere come si faceva il lavoro attraverso il capo isolato. Noi mettevamo la manodopera non qualificata. Il motore eravamo noi. Quando si collocavano i tubi si faceva un letto di terra setacciata di 30 cm, in modo che le vibrazioni non rompessero il tubo".

Nei quasi tre anni di lavoro fecero 105 assemblee, una ogni dieci giorni. "Era un gran litigare, anche fra noi. Il problema era che la gente non riposava, tornava dal suo lavoro e doveva rimettersi a lavorare, ogni famiglia doveva contribuire con 35 giornate di 8 ore di lavoro, poteva lavorare qualunque membro della famiglia ma furono le donne che lavorarono di più. Tutti avevano le vesciche alle mani e erano molto stanchi. Piccone, pala, carriola, setacciare la terra, compattarla, era molto, molto lavoro. Mi sono reso conto che la donna è molto più lavoratrice". Soltanto l’illusione di avere l’acqua li ha mantenuti attivi durante tanti mesi, in condizioni precarie, in quartieri pieni di scavi. Fabián non evita di parlare dei problemi interni al comitato rehúye los problemas internos del comité. "C’erano molti conflitti. Il primo anno e mezzo progredimmo molto, però alla fine del secondo anno già si presentarono problemi; fra di noi molti hanno perso la motivazione. Alcuni del direttivo lavoravano, altri erano solo dei fannulloni. Più o meno la metà dei dirigenti si sono dati da fare".

Pozzi e pompe

In due anni e mezzo finirono di scavare i fossi e di collocare i tubi, però nessuno aveva pensato da dove sarebbe uscita l’acqua. Ottenero un finanziamento della Banca Mondiale, al quale nessun altro comitato potè accedere, per costruire la rete di distribuzione, un lungo tubo di cinque chilometri che sale per 400 metri sulla montagna e continua fino a un pozzo perforato a sette chilometri dal quartiere. "Lì usammo anche la dinamite e contrattammo dei minatori perchè è tutta roccia, non entrano nè il piccone nè la pala. Sei mesi in più di lavoro per arrivare in cima e arrivando ci informammo solo in quel momento sulla fonte dell’acqua.... Nessuno aveva pensato a questo. In quel momento ci fu molta pressione da parte della comunità".

Durante al cune settimane consultarono ingenieri e geologi che li consigliarono dove comperare un terreno, sull’altro lato della montagna che nascondeva riserve di acqua. "Comprammo il terreno dicendo che era per costruire un deposito sennò non ci avrebbero permesso di farlo. Cominciammo a tagliare arbusti, andavamo fino là per lavorare e iniziammo la perforazione, a 98 metri sgorgò un acqua abbondante e buone. Perdemmo altri sei mesi perchè a un certo punto si presentarono i dirigenti di altri settori che ci bloccarono il lavoro perchè anche loro avevano bisogno di quell’acqua. Perforammo due pozzi, uno per noi e uno per loro poichè quelle terre erano di loro proprietà".

Il passo successivo fu costruire un serbatoio di 100 metri cubi sulla punta della montagna. Il problema successivo furono le pompe e i tubi. Dovettero cambiare molte volte le pompe perchè non resistevano, poi furono il tubi che scoppiavano per la presione. "Lì cominciarono un’altra volta i litigi fra noi perchè non ci trovavamo nè con il tipo di pompe nè con il tipo di tubi, prima in PVC, poi di ferro e al fine galvanizzati".

Il 15 febbraio 1993 inaugurarono il primo pozzo di acqua comunitario di tutta la città. "Aprimmo i rubinetti su in cima alla montagna però tre ore dopo non arrivava più nulla. Tutti in strada e niente, la gente era disperata. Alla fine, quando stavamo andando via d’improvviso l’acqua uscì, attraverso una rete delle condutture che era scoppiata. Era un tubo della rete guasto. Però per lo meno era un segnale del fatto che l’acqua era arrivata. Quindi riparammo, inaugurammo e inizio una festa, festa, festa".

Le peripezie di cui parla Fabián furono le stesse in più di cento comitati dell’acqua della zona sud. In molti casi perforarono i pozzi nel loro stesso quartiere ma l’acqua di solito è salata e inadatta al consumo, i pozzi si esauriscono o hanno poca acqua. Quasi tutti i comitati hanno un serbatoio. Quelli che non hanno un pozzo, comperano l’acqua dalle cisterne e la travasano nel serbatoio da dove arriva alle case. Un’immensa rete decentralizzata costruita sulla base della reciprocità e il mutuo aiuto e gestita allo stesso modo.

Come fa notare una ricerca dell’università: "L’autogestione dei servizi e delle infrastrutture dagli abitanti è percepita come motivo d’orgoglio e un fatto naturale dato che non si aspettano nulla dalle autorità”"3. Tuttavia, una volta ottenuta l’acqua inizia il problema dell’amministrazione. A grandi linee, esistono due situazioni diverse: una strettamente tecnica, relativa alle pompe e alla manutenzione della rete, e un’altra legata al prezzo dell’elettricità e anche alla partecipazione degli abitanti che, in questa fase, diminuisce considerevolmente.

Fabián riconosce che nel momento che le famiglie ebbero l’acqua nelle case, nel comitato dell’acqua del suo quartiere iniziò un’altra tappa . "Facemmo corsi sulla manutenzione della rete, ridigemmo statuti e regolamenti, facemmo le pratiche per avere personalità giuridica, organizzammo seminari perchè non c’era un solo idraulico, non sapevamo nulla. Fu la prima connessione di acqua comunitaria di Cochabamba, il primo esperimento, il più complicato, però fummo privilegiati perchè avevamo ottenuto un prestito".

Oggi 612 famiglie sono connesse e 200 sono in attesa. Ogni famiglia paga una media di 16 bolivianos (due dollari) al mese all’organizzazione. "Però il primo mese i tre che lavoravano nella manutenzione e pompaggio e i tre dell’amministrazione non ricevettero nessun compenso. All’inizio non avevamo nemmeno dei tavolini. Niente, neanche un soldo. La sfida era far funzionare tutto questo senza soldi. All’inizio facevamo pagare a tutti la stessa somma, però tutto quello che entrava se ne andava nell’elettricità per la pompa e i lavoratori ricevevano soltanto 50 bolivianos ciascuno"4. Poi si cominciò a creare un sistema di tariffe e si cominciarono a ordinare le spese.

Ora si fanno solo quattro assemblee all’anno. Una delle maggiori difficoltà fu lottare per una tariffa speciale per l’elettricità perchè il costo dell’uso delle pompe era molto alto. La ottennero. La APAAS di Fabián dedica buona parte del suo tempo ad appoggiare altri comitati dell’acqua nel mantenere e migliorare le pompe e in questo sono diventati esperti.

"Qui c’è un grande controllo sociale, non c’è nessun segreto, tutto è chiaro, ogni usuario conosce tutto quello che succede, tutto è registrato. Abbiamo preso molta esperienza; tutto questo, l’equipaggiamento, i sistemi di pompaggio, tutto lo abbiamo ottenuto con i nostri mezzi. Ci autososteniamo, anzi abbiamo comperato tre terreni per uso del quartiere. Abbiamo lavorato uniti, ovvio che ci sono litigi, devono esserci, dato che se lavoriamo ci sono opinioni diverse, però le critiche si devono accettare”, conclude Fabián.

Il ritorno dello Stato

Nel 2004 si costituì ASICA-SUR (Asociación de Sistemas Comunitarios de Agua del Sur) per cercare una soluzione unitaria al problema dell’acqua della zona sud. Contarono sul sostegno di SEMAPA nel momento in cui i direttori della zona sud osservavano gli orientamenti del coordinamento per la difesa dell’acqua e della vita, che giocò un ruolo importante nella "guerra dell’acqua"5. Avevano cominciato con 40 comitati però adesso son già 120 circa.

L’organizzazione si basa su un direttivo nominato direttamente dall’assemblea dei rappresentanti dei sistemi comunitari dell’acqua. Però per il suo funzionamento dipende dal finanziamento di una ONG italiana poichè non riscuote quote dai suoi affiliati. I dirigenti non ricevono compensi 6.

La domanda a cui si propose di rispondere ASICA-SUR è " E dopo la guerra dell’acqua che facciamo?" La risposta che trovarono fu la co-gestione come "un nuovo modello di gestione comunitaria pubblica"7. Si tratta di cercare un nuovo modello di gestione che vada oltre la grande impresa statale, che risulta molto difficile da gestire e controllare e che si appoggi sulla cultura comunitaria e sulla lunga esperienza nella gestione dei beni comuni.

A grandi linee, la proposta consiste nella co-gestione “SEMAPA - ASICA- sistemi di acqua" attraverso un entità pubblica, collettiva e comunitaria che si incaricherebbe dell’amministrazione congiunta di un bene collettivo comunitario qual’è l’acqua e in cui si mantengano costantemente coordinati due attori principali (SEMAPA e ASICA-SUR) i quali sono coinvolti nella gestione dell’acqua e che in più hanno una corresponsabilità nel servizio" 8.

Nel frattempo, l’organizzazione sviluppò dei corsi sulla gestione amministrativa dei comitati dell’acqua, la contabilità, la manutenzione delle pompe, il loro montaggio e smontaggio, così come su aspetti elettrici e meccanici. Furono contrattati tecnici per tenere i corsi e si potè contare con il sostegno dell’APAAS, diretta da don Fabián. Inoltre ci furono relazioni strette con i sistemi dell’acqua di Santa Cruz e di altre città dove funzionano comitati e cooperative dell’acqua.

Si tennero anche corsi sull’uso, conservazione e sfruttamento dell’acqua e sul come ottenere che l’impresa dell’elettricità permettesse loro di modificare la struttura tariffaria e abbassare i costi per tutti i comitati.

Il cambiamento maggiore si ebbe con l’arrivo di Evo Morales al governo nel gennaio 2006. I vecchi piani di SEMAPA di dotare di servizi di acqua e fognature la zona sud iniziarono a implementarsi in vari modi, ponendo i sistemi di acqua e l’ASICA-SUR di fronte a una nuova realtà. La co-gestione passó dalla carta ai fatti. Le sfide aumentarono e divennero molto più complesse.

In questo momento ci sono tre grandi progetti dell’acqua per la zona sud di Cochabamba. Il primo è il Progetto BID (Banco Interamericano de Desarrollo) che dispone di 8 milioni di dollari per l’attualizzazione ed esecuzione del piano di espansione dei servizi dell’acqua in parte dei distretti 6, 7, 8 e 14, nella zona sud, gestito da SEMAPA.

Il secondo è il Progetto JICA (Agencia de Cooperación Internacional de Japón), destinato ad alcuni distretti della zona sud e con SEMAPA incaricata dell’esecuzione.

Il terzo, il Progetto PASAAS (Programma di Appoggio Settoriale per l’Acqua e l’Igiene) è il frutto di un accordo fra il governo della Bolivia e l’Unione Europea, che sta realizzando le opere di acqua potabile e fognatura per 22 sistemi comunitari dell’acqua della zona sud con una donazione di 4 milioni di dollari 9. Il progetto si chiama "Mejoramiento y Ampliación de Sistemas de Agua Potable y Construcción de Alcantarillado en los Distritos 7, 8, 9 y 14 de la Zona Sur en los Sistemas Comunitarios de Agua pertenecientes a ASICA-SUR".

La peculiarità del progetto PASAAS è che l’organizzazione ASICA-SUR e i comitati dell’acqua sono gli incaricati di supervisionare tutto il processo di pianificazione, gara, affidamento ed esecuzione delle opere. "La partecipazione della popolazione beneficiaria si realizza attraverso un Comitato Consultivo (formato da tre rappresentanti eletti dalla base), rappresentanti del sistema dell’acqua e in forma diretta attraverso assemblee comunitarie dove i diversi rappresentanti portano le informazioni che servono per poi prendere decisioni"10.

In secondo luogo, le opere non pretendono di sostituire i sistemi dell’acqua esistenti ma semmai di "migliorarli e ampliarli", facendo arrivare l’acqua alle famiglie che ancora non l’hanno. ASICA-SUR e i sistemi comunitari dell’acqua si sono trasformati negli attori principali per la gestione e l’esecuzione dei progetti, articolando i rapporti fra istituzioni, sistemi comunitari dell’acqua e imprese costruttrici. Per questo si sono dotati di sei supervisori incaricati di vigilare i lavori di sette imprese, sia per quanto riguarda l’esecuzione delle opere che per la qualità dei materiali di costruzione

Il terzo aspetto sono i corsi di formazione in gestione tecnica, amministrativa, sanitaria e ambientale del servizio dell’acqua. Tutto il processo è segnato da alcuni fatti: le imprese costruttrici devono contrattare prioritariamente uomini e donne che risiedano nei distretti dove si realizzano le opere; i sistemi dell’acqua hanno accumulato una lunga esperienza che permette loro di sorvegliare le imprese, che nel passato hanno compiuto frodi e atti di corruzione; continuano a formarsi nuovi comitati dell’acqua, nella zona sud sono già 150, e l’organizzazione alla base continua a rafforzarsi.

La difficile creazione di un mondo nuovo

La zona sud di Cochabamba è un fermento di opere, riunioni e assemblee da cui nascono scavi, serbatoi e collettori. Per la prima volta in molto tempo lo Stato sta incominciando a realizzare opere primarie come le fognature e la rete di acqua potabile fin nelle case. L’assenza dello Stato aveva costretto gli abitanti a organizzarsi in maniera comunitaria per risolvere tutti i loro problemi, fra cui il rifornimento di acqua. Adesso che lo Stato si è fatto nascono nuovi dibattiti.

Nel 2003 il periodico Yaku al Sur poneva delle domande interessanti: "Che ne sarà dei nostri comitati quando SEMAPA riceverà la concessione sui nostri distretti? La nostra organizzazione avrà terminato il suo compito? Potremo influire sulle decisioni di SEMAPA a partire da quel momento? Ci trasformeremo in utenti individuali e anonimi dell’impresa municipale? O potremo conservare le nostre organizzazioni, la nostra capacità di decisione e gestione che abbiamo dimostrato durante tanti anni?"11.

Le domande toccano il nodo dei problemi: chi avrà il potere nella gestione dell’acqua? Sono già trascorsi dieci anni dalla "guerra dell’acqua" e i membri dei sistemi comunitari dell’acqua hanno appreso molto sulla propria e prolungata esperienza. Possiamo citare tre grandi lezioni:

1. Furono capaci di costruire tutto il sistema idrico, dalla perforazione dei pozzi fino alla costruzione delle connessioni e della rete domiciliare. Però hanno appreso anche a mantenere le pompe e le condutture in buono stato o a ripararle e soprattutto ad amministrare tutta la rete.
Cominciarono lottando contro la privatizzzione dell’acqua però presto si resero conto che non si tratta della tradizionale alternativa privato-statale, dato che la lunga esperienza con l’impreesa municipale, SEMAPA, li aveva portati a formulare la proposta di una propietà "pubblica comunale" o "comunitaria", che "in un certo senso è privata (perchè non dipende dallo Stato ma direttamente dalla cittadinanza), e allo stesso tempo è pubblica (non appartiene a un individuo bensì a tutta la comunità)"12.

2. Appresero che una grande impresa, benchè di proprietà statale, non può essere efficacemente controllata poiche in mezzo sta un’enorme burocrazia con interessi propri e esterni o alieni per gli abitanti dei quartieri poveri. La storia di SEMAPA è una storia di corruzione e inefficienza, anche quando i sistemi dell’acqua riuscirono a nominare propri dirigenti nell’organismo. Per questo non vogliono dare il potere allo Stato e aspirano a mantenere in piedi i sistemi comunitari dell’acqua. Ovvero il proprio potere di base.
A questo punto sorgono grandi difficoltà e incertezze. La ASICA-SUR si è pronunciata a favore della co-gestione, che passa attraverso la creazione di una "entità pubblica, collettiva e comunitaria" che nascerebbe da un’articolazione fra SEMAPA, ASICA-SUR e i sistemi dell’acqua. La formula non è stata ancora precisata, tuttavia la continuazione del progetto PASAAS può contribuire ad andare in questa direzione.

D’altro lato, i comitati dell’acqua hanno chiaro che non devono scomparire quando tutto il sistema sarà completato, se mai succederà. Eduardo Yssa, vice-presidente di ASICA-SUR e membro del comitato dell’acqua PDA di Villa Sebastián Pagador, sostiene che "quando tutti avremo l’acqua attraverso tubature e l’igiene, i comitati dell’acqua non devono scomparire bensì devono continuare per agire come meccanismi di controllo". Ritiene inoltre che "i serbatoi dell’acqua in ogni quartiere devono mantenersi funzionanti, perchè non è buono che una mega impresa come SEMAPA amministri e gestisca tutto"13.

Se le comunità lasciassero da parte i loro serbatoi, le loro reti e pozzi d’acqua, starebbero praticamente smontando quello che furono capaci di costruire in ventanni. Peggio: passerebbero da un servizio decentralizzato e disperso, e dunque controllabile dalla base, a un sistema centralizzato e concentrato, amministrato da una burocrazia e da tecnici che avranno un potere reale su un bene comune indispensabile per la vita.

3. Ultimo aspetto, centinaia di migliaia di persone hanno dimostrato a sè stesse che sono capaci di fare, di creare qualcosa di nuovo dal nulla, con le loro proprie forze. Per coloro che aspirano a un mondo nuovo ("Un’altro mondo è possibile", dice il logo dei Fori Sociali), pratiche come quelle dei comitati dell’acqua saranno decisive. Si tratta, niente meno, che della buona gestione dei beni comuni in ambiente urbano, qualcosa su cui i movimenti altermondialisti hanno fatto scarse esperienze.

Ci insegnano che è possibile gestire fuori dallo Stato e dalle grandi imprese private e statali; hanno messo in pratica un modello che consiste in un’infinità di iniziative decentralizzate e orizzontali, riuscite e sostenibili, efficienti e senza burocrazie. Di fatto, le esperienze dei comitati e sistemi comunitari dell’acqua di Cochabamba anticipano, in modo embrionario, la direzione che dovrebbe tenere questo “altro mondo", tanto necessario quanto possibile.


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Notas

1. Lavoratori delle miniere che dopo la loro chiusura o privatizzazione, nel 1985 emigrarono cercando nuove fonti di lavoro.
2. Abraham Grandydier y Rosalio Tinta, ob cit p. 241.
3. Nelson Antequera Durán, ob cit p.78.
4. Un dollaro corrisponde a sette bolivianos (marzo 2009).
5. Il movimento sociale per l’acqua ha ottenuto che una parte dei dirigenti dell’impresa municipale fossero nominati mediante elezioni.
6. Grandydier y Tinta, ob cit.
7. Idem p.246.
8. Idem.
9. Boletín Yaku al Sur No. 15, ASICA-SUR, 2008, p.4.
10. Boletín Yaku al Sur No. 16, ASICA-SUR, diciembre de 2008, p.2.
11. Boletín Yaku al Sur No. 2, agosto de 2003, p.1.
12. Idem p.5.
13. Intervista a Eduardo Yssa.
Raúl Zibechi è un analista internazionale del settimanale Brecha de Montevideo, docente e ricercatore sui movimenti sociali nella Multiversidad Franciscana de América Latina, e assessore per varie organizzazioni sociali. Scrive l’"Informe Mensual de Zibechi"per il Programma delle Americhe (
www.ircamericas.org ). Riferimenti
Nelson Antequera Durán, "Dinámica organizativa en la zona sur de Cochabamba", en Villa Libre No. 2, CEDIB, Cochabamba, 2008.

ASICA-SUR (Asociación de Sistemas Comunitarios de Agua del Sur): www.asica-sur.org.

CEDIB (Centro de Documentación e Información de Bolivia), revista Villa Libre No. 2, Cochabamba, 2008.

Abraham Grandydier y Rosalio Tinta, "Experiencia de una asociación de sistemas de agua potable de la zona Sur del municipio de Cochabamba", en Apoyo a la gestión de comités de agua potable, Universidad Mayor de San Simón, 2006.

Yaku al Sur, boletín periódico de ASICA-SUR.

Raúl Zibechi, entrevista a Fabio Condori Guzmán, dirigente de APAAS, Cochabamba, 28 de marzo de 2009.

Raúl Zibechi, entrevista a Eduardo Yssa, vicepresidente de ASICA-SUR, 28 de marzo de 2009.

Programma delle Americhe, 20 maggio 2009

di Raúl Zibechi

da: http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article3248

Fonte originale: http://www.ircamericas.org/esp/6130

Traduzione per Attac Italia:
Fiorella Bomè

Comparso su Contropiano.org

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