sabato 24 aprile 2010

Nichi Vendola: “APRIAMO GLI STATI GENERALI DELL’ALTERNATIVA”


«Ma cos’altro deve succedere perche’ tutti i protagonisti dell’alternativa tornino a discutere in un luogo plurale e aperto?» Osservando la devastazione di Pd e Pdl, Nichi Vendola suona la sveglia al centrosinistra: «Dobbiamo convocare al piu’ presto gli stati generali dell’alternativa. Aperti a movimenti e associazioni perche’ ormai e’ chiaro che i partiti da soli non ce la fanno».

Pensi che la rottura nel Pdl acceleri la fine della legislatura?

Fare previsioni e’ difficile. Di certo la frattura nel Pdl e’ profonda e non ricomponibile. E’ evidente che esistono due destre. C’e’ una destra «americana», liberista ma non liberale in cui Berlusconi e’ il garante del carisma populista e la Lega del radicamento territoriale. Una destra garantista con i «garantiti» e giustizialista con i «giustiziati». E c’e’ invece un’altra destra che propone un partito conservatore di tipo europeo. E’ perfino piu’ liberista dell’altra: Fini critica da destra il municipalismo della Lega, le pensioni e la privatizzazione dei servizi locali, pero’ e’liberale nel senso che almeno rispetta l’habeas corpus, vuole l’inclusione, aspira ai diritti civili e alla laicita’ della politica. Tra queste due destre si e’ aperta una partita brutale e di lungo periodo.

E il centrosinistra?

Se pensa di schierarsi esclusivamente secondo il dibattito del Pdl fa un suicidio preventivo. Le nostre identita’ non possono dipendere dal posizionamento sulla scacchiera del Pdl. Faccio una critica sommessa: ho capito lo scontro che c’e’ in quello che fino a ieri era definito il «partito di plastica», ma se dovessi dire invece qual e’stata la contesa nel Pd io non lo saprei dire.

Questi due partiti, Pd e Pdl, sono nati due anni fa con ambizioni enormi: la vocazione maggioritaria di Veltroni e il sogno di Berlusconi di rappresentare il 51% degli italiani. Progetti falliti?

Questo bipolarismo e’il prodotto del velleitarismo del Palazzo. Una camicia di forza che ha provato a imbrigliare la transizione senza indirizzarla verso una democrazia più matura. L’Italia vive da troppo tempo in uno stato di crisi permanente e di paralisi. E il deficit di «alternativita’» del centrosinistra manda in corto circuito tutto il sistema. La rimozione della sconfitta elettorale operata dal Pd e’clamorosa. Tanto clamorosa che sembra perfino che il Pd abbia introiettato la sconfitta come un destino. Ne e’un esempio la formazione delle nuove giunte regionali.

Cioe’?

Sembra che il Pd non abbia piu’ il problema di «fare politica» ma sia solo un ceto politico che si arrocca. Ma come, abbiamo discusso per un anno sulla latitudine destra-sinistra delle alleanze e oggi non se ne parla piu’?

La liquefazione dei partiti prelude al «big bang» suggestivo evocato da Bertinotti oppure e’solo normale dialettica?

Non so se prelude a niente. So che l’inadeguatezza di tutto il centrosinistra e’segnalata da due fatti clamorosi: una sconfitta cocente e la rimozione della sconfitta. Insomma, il cantiere non c’e’ proprio. Quei problemi «fondativi», di linguaggio e di vocabolario su un’idea di mondo che ho provato a segnalare da una postazione che mi e’preziosa e cara come Sinistra Ecologia Liberta’ sono rimasti una traccia. Anche giusta. Ma senza conseguenze significative. Ma perche’ il Pd raccoglie le firme per l’acqua pubblica e non aderisce al referendum? Perche’ sceglie di stare nella dimensione ideologica e un po’ comica per cui l’acqua e’ pubblica e la brocca e’ privata? Ti cadono le braccia. Come sulla laicita’. O si viene chiamati a una crociata contro la Chiesa oppure si fa finta di niente. La politica viene cancellata e diventa solo un posizionamento puramente simbolico. Che non ha mai conseguenze. Ma lo vogliamo capire che ci sono idee, temi e analisi su cui si deve o-s-a-r-e?

Che effetto ti fa essere l’unica persona di sinistra evocata alla direzione del Pdl? E non come il «comunista» Vendola ma il «governatore» Vendola.

E’ molto gratificante. Tremonti non si misura mai sulle cose reali. Il suo disco incantato e’stato respinto dai pugliesi. Proprio il manifesto ha scritto che in tutta Italia il centrosinistra perde 15 punti rispetto alle europee mentre in Puglia ne guadagna 10. La mia vittoria ha trascinato il centrosinistra.

Chissa’, magari era un riconoscimento tra due candidati premier alle prossime elezioni?

Questa e’ un’estremizzazione e una stilizzazione. Io e Tremonti litighiamo su una cosa di cui non si occupa nessuno e cioe’ il gigantesco trasferimento di risorse dal Sud al Nord. L’egemonia leghista ormai e’ tanto diffusa che la vulgata secondo cui il Sud vive alle spalle del Nord non viene piu’ falsificata nella contesa politica. Neanche quando si basa su dati fasulli. Lo ha ricordato anche Fini: le multe delle quote latte sono state pagate con i soldi del Sud.

Forse Fini lo poteva dire prima. Per te stavolta e’ un problema doppio: sei l’unico governatore del Sud e di sinistra che dovra’ misurarsi con il federalismo.

Mi divertira’ molto vedere i presidenti di Campania e Calabria accorgersi – come ha fatto il presidente della Sicilia Lombardo – del sequestro quotidiano di risorse del Sud operato da questo governo. Si accorgeranno presto che tutti gli ammortizzatori sociali d’Italia e il terremoto in Abruzzo sono stati finanziati con i fondi per il Mezzogiorno.

Secondo Tremonti le «fabbriche di Nichi» sono i tuoi centri sociali…

Tremonti proprio non capisce. Forse perché la cifra dei partiti è la competizione. Nelle «fabbriche» invece si sperimenta la cooperazione e un nuovo civismo: li’ il tema e’ «che cosa facciamo insieme». Erano 150 dopo le elezioni, oggi sono 230. Sono un punto di contatto tra la Piazza e la Rete che merita un interesse approfondito, se non di Tremonti almeno della sinistra.

C’è però qualche ambiguità sul loro rapporto con Sel…

Per cortesia, le «fabbriche» sono autonome dai partiti e anche da Sel. Ma e’ una sciocchezza pensare che io voglia liberarmi di Sel per fare il «partito delle fabbriche». Le fabbriche sono una lievitazione di cose nuove. Sel e’ una formazione che vuole essere la coscienza critica del centrosinistra. Dobbiamo renderla piu’ solida e piu’ organizzata con il congresso di ottobre per rendere piu’ autorevole il nostro discorso sull’alternativa al berlusconismo.

La giunta in Puglia e’ una sfida su cui sarai subito giudicato.

Spero di presentarla martedi’. Il punto per me piu’ significativo e’ la parità di genere: 7 assessori uomini, 7 donne. In Puglia le elette sono solo 3. Di sicuro continueremo sulla strada del «riformismo radicale»: difesa dei diritti e dei beni comuni e lotta contro la poverta’ come strumento di riforma sociale.

E intanto dovrai governare con il consiglio regionale con piu’ imprenditori d’Italia. Come pensi di riuscirci?

La prima cosa che faremo sara’ una legge sul conflitto di interessi. E poi ho accolto la proposta dei radicali dell’anagrafe degli eletti, cioe’ l’elenco pubblico di redditi e proprieta’ di ciascun eletto e di ciascun nominato.

«Ma cos’altro deve succedere perche’ tutti i protagonisti dell’alternativa tornino a discutere in un luogo plurale e aperto?» Osservando la devastazione di Pd e Pdl, Nichi Vendola suona la sveglia al centrosinistra: «Dobbiamo convocare al piu’ presto gli stati generali dell’alternativa. Aperti a movimenti e associazioni perche’ ormai e’ chiaro che i partiti da soli non ce la fanno».

Pensi che la rottura nel Pdl acceleri la fine della legislatura?

Fare previsioni e’ difficile. Di certo la frattura nel Pdl e’ profonda e non ricomponibile. E’ evidente che esistono due destre. C’e’ una destra «americana», liberista ma non liberale in cui Berlusconi e’ il garante del carisma populista e la Lega del radicamento territoriale. Una destra garantista con i «garantiti» e giustizialista con i «giustiziati». E c’e’ invece un’altra destra che propone un partito conservatore di tipo europeo. E’ perfino piu’ liberista dell’altra: Fini critica da destra il municipalismo della Lega, le pensioni e la privatizzazione dei servizi locali, pero’ e’liberale nel senso che almeno rispetta l’habeas corpus, vuole l’inclusione, aspira ai diritti civili e alla laicita’ della politica. Tra queste due destre si e’ aperta una partita brutale e di lungo periodo.

E il centrosinistra?

Se pensa di schierarsi esclusivamente secondo il dibattito del Pdl fa un suicidio preventivo. Le nostre identita’ non possono dipendere dal posizionamento sulla scacchiera del Pdl. Faccio una critica sommessa: ho capito lo scontro che c’e’ in quello che fino a ieri era definito il «partito di plastica», ma se dovessi dire invece qual e’stata la contesa nel Pd io non lo saprei dire.

Questi due partiti, Pd e Pdl, sono nati due anni fa con ambizioni enormi: la vocazione maggioritaria di Veltroni e il sogno di Berlusconi di rappresentare il 51% degli italiani. Progetti falliti?

Questo bipolarismo e’il prodotto del velleitarismo del Palazzo. Una camicia di forza che ha provato a imbrigliare la transizione senza indirizzarla verso una democrazia più matura. L’Italia vive da troppo tempo in uno stato di crisi permanente e di paralisi. E il deficit di «alternativita’» del centrosinistra manda in corto circuito tutto il sistema. La rimozione della sconfitta elettorale operata dal Pd e’clamorosa. Tanto clamorosa che sembra perfino che il Pd abbia introiettato la sconfitta come un destino. Ne e’un esempio la formazione delle nuove giunte regionali.

Cioe’?

Sembra che il Pd non abbia piu’ il problema di «fare politica» ma sia solo un ceto politico che si arrocca. Ma come, abbiamo discusso per un anno sulla latitudine destra-sinistra delle alleanze e oggi non se ne parla piu’?

La liquefazione dei partiti prelude al «big bang» suggestivo evocato da Bertinotti oppure e’solo normale dialettica?

Non so se prelude a niente. So che l’inadeguatezza di tutto il centrosinistra e’segnalata da due fatti clamorosi: una sconfitta cocente e la rimozione della sconfitta. Insomma, il cantiere non c’e’ proprio. Quei problemi «fondativi», di linguaggio e di vocabolario su un’idea di mondo che ho provato a segnalare da una postazione che mi e’preziosa e cara come Sinistra Ecologia Liberta’ sono rimasti una traccia. Anche giusta. Ma senza conseguenze significative. Ma perche’ il Pd raccoglie le firme per l’acqua pubblica e non aderisce al referendum? Perche’ sceglie di stare nella dimensione ideologica e un po’ comica per cui l’acqua e’ pubblica e la brocca e’ privata? Ti cadono le braccia. Come sulla laicita’. O si viene chiamati a una crociata contro la Chiesa oppure si fa finta di niente. La politica viene cancellata e diventa solo un posizionamento puramente simbolico. Che non ha mai conseguenze. Ma lo vogliamo capire che ci sono idee, temi e analisi su cui si deve o-s-a-r-e?

Che effetto ti fa essere l’unica persona di sinistra evocata alla direzione del Pdl? E non come il «comunista» Vendola ma il «governatore» Vendola.

E’ molto gratificante. Tremonti non si misura mai sulle cose reali. Il suo disco incantato e’stato respinto dai pugliesi. Proprio il manifesto ha scritto che in tutta Italia il centrosinistra perde 15 punti rispetto alle europee mentre in Puglia ne guadagna 10. La mia vittoria ha trascinato il centrosinistra.

Chissa’, magari era un riconoscimento tra due candidati premier alle prossime elezioni?

Questa e’ un’estremizzazione e una stilizzazione. Io e Tremonti litighiamo su una cosa di cui non si occupa nessuno e cioe’ il gigantesco trasferimento di risorse dal Sud al Nord. L’egemonia leghista ormai e’ tanto diffusa che la vulgata secondo cui il Sud vive alle spalle del Nord non viene piu’ falsificata nella contesa politica. Neanche quando si basa su dati fasulli. Lo ha ricordato anche Fini: le multe delle quote latte sono state pagate con i soldi del Sud.

Forse Fini lo poteva dire prima. Per te stavolta e’ un problema doppio: sei l’unico governatore del Sud e di sinistra che dovra’ misurarsi con il federalismo.

Mi divertira’ molto vedere i presidenti di Campania e Calabria accorgersi – come ha fatto il presidente della Sicilia Lombardo – del sequestro quotidiano di risorse del Sud operato da questo governo. Si accorgeranno presto che tutti gli ammortizzatori sociali d’Italia e il terremoto in Abruzzo sono stati finanziati con i fondi per il Mezzogiorno.

Secondo Tremonti le «fabbriche di Nichi» sono i tuoi centri sociali…

Tremonti proprio non capisce. Forse perché la cifra dei partiti è la competizione. Nelle «fabbriche» invece si sperimenta la cooperazione e un nuovo civismo: li’ il tema e’ «che cosa facciamo insieme». Erano 150 dopo le elezioni, oggi sono 230. Sono un punto di contatto tra la Piazza e la Rete che merita un interesse approfondito, se non di Tremonti almeno della sinistra.

C’è però qualche ambiguità sul loro rapporto con Sel…

Per cortesia, le «fabbriche» sono autonome dai partiti e anche da Sel. Ma e’ una sciocchezza pensare che io voglia liberarmi di Sel per fare il «partito delle fabbriche». Le fabbriche sono una lievitazione di cose nuove. Sel e’ una formazione che vuole essere la coscienza critica del centrosinistra. Dobbiamo renderla piu’ solida e piu’ organizzata con il congresso di ottobre per rendere piu’ autorevole il nostro discorso sull’alternativa al berlusconismo.

La giunta in Puglia e’ una sfida su cui sarai subito giudicato.

Spero di presentarla martedi’. Il punto per me piu’ significativo e’ la parità di genere: 7 assessori uomini, 7 donne. In Puglia le elette sono solo 3. Di sicuro continueremo sulla strada del «riformismo radicale»: difesa dei diritti e dei beni comuni e lotta contro la poverta’ come strumento di riforma sociale.

E intanto dovrai governare con il consiglio regionale con piu’ imprenditori d’Italia. Come pensi di riuscirci?

La prima cosa che faremo sara’ una legge sul conflitto di interessi. E poi ho accolto la proposta dei radicali dell’anagrafe degli eletti, cioe’ l’elenco pubblico di redditi e proprieta’ di ciascun eletto e di ciascun nominato.


Intervista a Nichi Vendola – portavoce nazionale di Sinistra Ecologia Liberta’ e presidente della Regione Puglia – che appare oggi sul quotidiano Il Manifesto (a cura di Matteo Bartocci)

Comparso anche su nichivendola.it

L'Acqua è pubblica


Parte la raccolta di firme per il referendum a favore dell’acqua pubblica, indetto dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, e i fautori della privatizzazione moltiplicano le loro rassicurazioni. Costoro infatti precisano che in Italia non c’è un intento di privatizzare le reti, ma la “semplice” gestione dell’acqua, e rispolverano le solite vecchie tesi in materia dei poteri di controllo sui gestori privati di una nuova authority.

Ma procediamo con ordine. Con il decreto Ronchi approvato dal Parlamento il 18 novembre scorso risultano ulteriormente accentuate le privatizzazioni già promosse dal governo Berlusconi con il ben noto articolo 23 bis della legge 133 del 2008 (che spingeva verso la privatizzazione in materia di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica). Il decreto Ronchi impone la gara per l’affidamento dei servizi e stabilisce che le società a partecipazione pubblica quotate in borsa debbano portare la percentuale di proprietà pubblica al di sotto del 30%. Inoltre il decreto rende ancora più difficile il ricorso a quelle ambigue scappatoie - uno dei pasticci giuridici all’italiana - che sono le società per azioni di proprietà interamente pubblica. Infatti, gli affidamenti diretti (“in house”) vengono ora ammessi solo in casi di “situazioni eccezionali”, per il cui riconoscimento serve il parere preventivo dell’Antitrust.

Il decreto Ronchi interviene dunque in un ambito delicatissimo e cruciale per l’interesse pubblico nazionale. Per questa ragione sarebbe stato opportuno che per valutare la congruità del provvedimento si fosse aperta una discussione libera da pregiudiziali e fondata su elementi oggettivi. La letteratura scientifica sugli effetti delle privatizzazioni dei servizi pubblici, del resto, è ormai ampia. Autorevoli studi internazionali mostrano che storicamente le privatizzazioni non hanno assicurato una crescita della quantità e della qualità dei servizi offerti ai cittadini. I medesimi studi inoltre evidenziano che a seguito delle privatizzazioni i meccanismi perequativi si riducono e che le tariffe il più delle volte aumentano, dal momento che i ricavi aziendali devono assicurare non solo la copertura dei costi ma anche un margine di profitto. Ed ancora, diverse analisi rivelano che i meccanismi di liberalizzazione e apertura dei mercati risultano facilmente aggirabili, e che il servizio pubblico locale spesso finisce per assumere i tipici caratteri delle attività protette, che consentono ai capitali privati di godere di profitti elevati nella sostanziale assenza di pressioni competitive esterne. Insomma, il vecchio convincimento secondo cui la privatizzazione dei servizi determinerebbe aumenti dell’efficienza e del benessere collettivo, in realtà non trova riscontro nei dati[1].

In molti paesi di queste evidenze si tiene conto. Fin da prima della crisi - e dopo di essa in misura ancor più accentuata - assistiamo a veri e propri cambi di paradigma, che soprattutto in materia di servizi locali determinano un ampliamento della sfera pubblica. Basterebbe ricordare ciò che è accaduto a Parigi, dove le società private Suez e Veolia, che hanno gestito l’acqua nell’ultimo quarto di secolo, hanno lucrato ampi profitti reinvestendoli nei settori più disparati. I parigini, stanchi di assistere a un continuo peggioramento del servizio e ad una progressiva crescita delle tariffe, hanno chiesto a gran voce la rimunicipalizzazione dell’acqua e il sindaco Bertrand Delanoë ha vinto la campagna elettorale proponendo di tornare alla gestione pubblica dell’acqua.

Il governo italiano si muove dunque in controtendenza rispetto a quanto accade nei paesi più progrediti. Tra l’altro, appare significativa anche la scelta di tempo. Obbligare i comuni a cedere quote di proprietà delle società che erogano servizi pubblici in una fase di generale ribasso dei listini azionari può dar luogo a una vera e propria svendita a vantaggio del profitto di pochi. È preoccupante in questo senso che le reazioni al decreto Ronchi di molti esponenti imprenditoriali siano state improntate al grande apprezzamento per il rinnovato impegno liberista del governo. Soprattutto in una fase difficile e profondamente iniqua come questa, sarebbe stato bene che la parte più viva e lungimirante del mondo imprenditoriale avesse valutato il provvedimento dell’esecutivo con maggior consapevolezza e spirito critico.

A tutto ciò si aggiunge che l’operazione del governo ha anche un carattere fortemente sperequato sul piano territoriale, e ciò evidentemente riflette la “partita” politica - tutta settentrionale - che si è svolta intorno ad essa. Attraverso alcune “soglie”, di competenza dell’Antitrust, il decreto è infatti strutturato in modo tale da far sì che “le briciole” vengono lasciate alle aziende di proprietà pubblica del Nord, per i cui interessi territoriali si è evidentemente battuta la Lega, mentre “la polpa” dei servizi pubblici locali dei principali centri urbani va in appannaggio alle grandi società per azioni e alle multinazionali. In particolare, il Mezzogiorno sembra destinato a cedere pressoché interamente la gestione dei servizi pubblici locali, a cominciare proprio dall’acqua, a grandi imprese esterne al territorio.

Di fronte a questa azione privatizzatrice per troppo tempo le forze del centrosinistra sono apparse inerti, con il Partito Democratico che è risultato manifestamente portatore di interessi al suo interno divergenti, diviso come è tra fautori e critici delle privatizzazioni dei servizi pubblici locali. Ora il Partito Democratico annuncia una proposta di legge di riordino del settore che, riprendendo in buona misura le tesi avanzate dal sito lavoce.info[2], sembra ruotare intorno alla creazione di una nuova authority, che dovrebbe controllare una gestione sostanzialmente affidata ai privati. Vengono quindi rispolverate tesi già avanzate in occasione di passate operazioni di privatizzazione. E va da sé che, anche in questo caso, assisteremmo alla creazione di un altro organismo inutile, del tutto impotente rispetto alle multinazionali dell’acqua, al punto che gli esiti rischierebbero di non essere diversi da quelli del decreto Ronchi. Al tempo stesso, altrettanto discutibili appaiono le altre proposte presenti nel centrosinistra italiano che continuano ad avanzare soluzione ibride, che spingono nella direzione del ricorso a società miste pubblico-private o a formule giuridiche di diritto privato. È vero infatti che negli ultimi anni il ricorso alle spa di proprietà interamente pubblica è stato considerato spesso una soluzione utile per limitare i danni della privatizzatrice legislazione vigente (e su questo punto si è sviluppato un dibattito all’interno stesso dei movimenti per l’acqua pubblica[3]), ma questa soluzione non rappresenta certo l’ideale a cui tendere nel momento in cui si tratta di ridisegnare la normativa sui servizi pubblici locali.

Per tutte queste ragioni, i referendum proposti dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, con l’ampissimo tessuto sociale che lo sostiene, vanno nella direzione giusta. L’approvazione dei tre quesiti referendari, infatti, segnerebbe una straordinaria vittoria politica delle forze critiche verso le privatizzazioni e ci riconsegnerebbe una gestione dell’acqua finalmente affidata a un soggetto interamente pubblico.

di Riccardo Realfonzo

Fonte: economiaepolitica

[1] Si rinvia ad esempio agli studi sulle privatizzazioni britanniche, le più studiate. Tra gli altri i contributi di Massimo Florio hanno dimostrato che gli effetti positivi delle privatizzazioni sono stati sempre modesti o nulli per i consumatori e comunque largamente superati dagli effetti individuali e sociali negativi. A riguardo si rinvia al volume di Florio, The Great divestiture. Evaluating the welfare impact of British privatizations (MIT Press) 2004 e al contributo dello stesso autore nel volume a cura mia e di P. Leon dal titolo L’economia della precarietà (manifestolibri, 2008). Si veda inoltre il contributo di Bruno Bosco, “Privatization, reproduction and crisis: the case of utilities”, in corso di pubblicazione in E. Brancaccio e G. Fontana, The Global Economic Crisis. New Perspectives on the Critique of Economic Theory and Policy (Routledge). [2] Il riferimento è ad esempio agli articoli di Carlo Scarpa del 18 novembre 2009 e di Antonio Massarutto del 10 dicembre 2009. [3] In questi anni alcuni comitati hanno sostenuto la possibilità, a legislazione vigente, di sottrarre il servizio idrico all’applicazione dell’articolo 23-bis e della normativa successiva (mediante una delibera del Comune che dichiara il servizio “privo di rilevanza economica”), e quindi l’attribuzione del servizio idrico a un’azienda speciale. Altri hanno ritenuto che a legislazione vigente non sia praticabile la soluzione dell’azienda speciale, e hanno quindi in tal senso auspicato un mutamento del quadro legislativo nazionale. A riguardo rinvio all’articolo di Carlo Iannello in questa rivista (http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lacqua-pubblica-sotto-il-vincolo-della-legge/).

La sottrazione dell'Acqua


In un breve racconto(1), lo scrittore latino-americano Manuel Scorza ha narrato come un giorno i poverissimi abitanti di un villaggio peruviano, trovando una moneta per terra nella piazza la lasciassero lì per giorni, tornando a scrutarla e ad interrogarsi sul suo significato. Nessuno la raccolse e osò appropriarsene; il Sindaco ordinò comunque al popolo di non toccare la moneta. Dopo qualche giorno, passò di lì un ricco dottore, la adocchiò, la raccolse, se la mise in tasca e se ne andò. E' la condizione in cui si trovano miliardi di persone che si vedono scippare beni da coloro che godono di una posizione di forza per poterlo fare, favorita dall'ineguaglianza sociale e dalle sue sponde politiche. John Locke il teorico dello Stato liberale, ne avrebbe gioito, ritenendo la disponibilità dei beni un segno della volontà divina. Del resto difendeva in un sol colpo proprietà, parlamentarismo e enclosures, le recinzioni dei campi aperti, che hanno portato alla distruzione degli usi civici e dei beni comuni, ma anche alla rivoluzione industriale, nei termini in cui il socialismo l'ha descritta e combattuta.
A quel tempo c'era ancora la possibilità di accedere a visioni diverse del mondo.

La sottrazione dei beni comuni

La sottrazione dei beni comuni alle cittadinanze e alle comunità è una pratica che ha ottenuto un impulso poderoso dagli anni Novanta. E' stato un processo inesorabile, parallelo all'infiacchimento delle democrazie e alla rinuncia al confronto paritario tra visioni diverse - e politiche - dei destini individuali, collettivi e del pianeta, a vantaggio del dominio di fatto di lobby finanziarie detentrici di potere reale a tutti i livelli della scala territoriale. Oggi ci occupiamo di acqua, non dobbiamo tuttavia rimuovere la riduzione a merce - sotto gli occhi di tutti e sotto i piedi di ciascuno - di altri beni comuni materiali e immateriali. La persona e la dignità, con la tratta degli organi, degli esseri umani e di bambini, sono scomparse dalla scena dei valori assoluti e inalienabili. La città e la comunità, sviluppatesi per interazione di scambi simbolici e merci, si sono ridotte a identificarsi con quest'ultime. Gli spazi pubblici sancivano la natura della città come bene collettivo. Sono stati chiusi o privatizzati. Il paesaggio e la bellezza erano beni comuni, e in luoghi dove si vedeva sorgere il sole si sarebbe dovuto continuare a veder sorgere il sole. Gli spazi demaniali sono stati via via alienati ai privati o messi sul mercato. La cultura era un bene comune, e avrebbe dovuto rimanerlo maneggiando con cura un settore che è intrinsecamente associato all'identità e alla reputazione collettive.(2) Non è più un bene comune l'istruzione; non è più pubblica, e quel che rimane della "cultura generale" o è asservita a merce o è livellata sui meccanismi di riproduzione sociale per cui il reddito di cui godiamo è, in proporzione, quello a disposizione dei nostri padri. L'emancipazione sociale, fondata sulle pari opportunità, non è più percepita come un diritto fondamentale, ma come ingenuo velleitarismo. Non è più bene comune la politica, da quando i partiti democratici hanno prosciugato il terreno dei valori e dei principi, istruendo classi dirigenti al compromesso cinico, inclini a costituirsi in lobby e hanno partecipato della dimensione più deplorevole della mercificazione del tutto. La privatizzazione dell'acqua cos'è in fondo se non il trasferimento al privato, deciso dalla politica, di quote consistenti di cittadini che si trasformano in clienti? Più si dissolve la percezione della dimensione comune dei beni fondanti una civiltà, più si rafforza lo status di sfruttati o di clienti, dipende da dove si vive.(3) Sfruttati che non hanno voce o clienti che non hanno mai ragione, dovendo trovare le proprie ragioni nella politica che però muore con la morte dei beni comuni e pubblici. E anche per la democrazia suonano a morto le campane.

L'acqua, la vita e la corruzione

Nel rapporto 2008 di Human Rights Watch, dedicato alla violazione dei diritti nell'economia globale, è scritto: "I diritti sociali ed economici, relativi ai bisogni fondamentali di tutti gli individui, inclusi cibo, acqua, incolumità personale, assistenza sanitaria, vestiario, istruzione e dimora, sono stati profondamente intaccati dagli interessi del business." (4) L'accesso all'acqua è uno dei settori in cui l'impatto è più devastante poiché incide a sua volta su tutti gli altri fattori vitali. Negli anni Novanta, una controllata di Enron (compagnia statunitense per l'energia), la Dabhol Power Corporation, dopo aver comprato terreni in India, vi ha gestito interi bacini idrici lasciando a secco interi villaggi. Le sollevazioni delle popolazioni locali sono state puntualmente represse e occultate dai media. In Nigeria, un'impresa petrolifera ha sistematicamente danneggiato raccolti e inquinato l'acqua potabile. La situazione è destinata ad aggravarsi in seguito al massiccio interesse delle multinazionali finanziarie per i terreni agricoli africani; li comprano a prezzi stracciati per riconvertirli alla produzione di biomasse funzionali al mercato delle energie alternative nei Paesi già ricchi. Der Spiegel lo ha definito "nuovo colonialismo".(5) Con una certa usualità di insinua anche il razzismo, come quello che colpisce la popolazione Mapuche in Patagonia. Sul loro territorio, che insiste sull'immensa riserva idrica dell'Acquìfero Guaranì, si sono radicati gli interessi di Endesa, la cui proprietaria è Enel, azionista di maggioranza di Hidroaysèn, impresa aggiudicataria dei diritti sull'acqua in quella zona. L'acqua è distribuita in modo diseguale, pur essendocene in abbondanza, come contesta il Consiglio di Difesa della Patagonia, che ha denunciato le violenze subite dalle donne Mapuche, in prima linea nella battaglia per l'accesso all'acqua.(6) In Honduras molte zone non se la passano meglio. E' inoltre di pochi giorni fa la notizia secondo la quale un immenso bacino idrico sotterraneo, più grande dell'Acquìfero, sarebbe stato individuato nell'Amazzonia brasiliana. C'è da star certi che gli interessi del business globale sono già all'opera. Non sono pochi i contesti in cui gli affari sull'acqua si sono incrociati negli ultimi dieci anni con la corruzione. Nel rapporto 2008, Transparency International la imputa alla debolezza delle governance sia pubbliche che private.(7) E lancia un appello agli stakeholder delle multinazionali dell'acqua perché la corruzione esaspera "i costi economici, politici, sociali, culturali e ambientali dei Paesi in cui l'accesso all'acqua non è un diritto, costringendo la popolazione ad atroci sofferenze". Dal rapporto 2007, l'Africa sub-Sahariana risulta la regione che ne soffre di più, ed è tra quelle la cui popolazione ha il minor accesso alle risorse idriche. La corruzione farà lievitare di circa 48 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni i costi delle iniziative internazionali a garanzia del diritto all'acqua. (8) Per le popolazioni più povere la corruzione si misura anche in termini di vita. Il rapporto 2009 dell'Unesco sull'acqua calcola che 1 miliardo e 200 milioni individui non vi abbiano accesso.(9) L'Unep aggiunge che "un bambino ogni due secondi" muore per malattie legate alla non potabilità dell'acqua che beve o alla sua totale mancanza. «Oltre metà dei letti d'ospedale nel mondo sono occupati da persone che hanno malattie derivanti da acque inquinate». E le previsioni da qui al 2025 sono funeste: più di tre miliardi di persone potrebbero ritrovarsi a vivere in paesi "water-stressed", in un momento in cui è più scarsa (l'80% del consumo d'acqua avviene nei settori industriali e agricoli).(10) Tra i Paesi "water-stressed" ci potrebbe essere anche l'Italia.(11) Le stime dell'Osce sono anche peggiori: entro il 2030 3,9 miliardi di individui vivranno in grave carenza di acqua e, quando gli abitanti del pianeta saranno nove miliardi, il problema riguarderà la metà della popolazione mondiale, quella della Cina e del sud asiatico in particolare. E' anche accaduto che fossero i governi a denunciare pratiche illegali condotte dai gestori internazionali dell'acqua, come in Argentina. Il presidente Kirchner ha accusato di "pillage" (saccheggio) la Suez, multinazionale francese che opera anche in Italia, a cui il governo aveva privatizzato l'acqua.(12) In Italia, il problema si chiama anche mafia e criminalità organizzata. Sono note le indagini che hanno coinvolto imprese gestori di comparti dell'approvvigionamento idrico sia al sud che al nord. (13)In Sicilia, durante l'era Cuffaro, si era anticipato di tre anni il decreto Ronchi: ai privati, oltre all'affidamento del servizio idrico per 30 anni, è stato accordato più di un miliardo di fondi europei per gli investimenti. Non se ne è visto alcuno.(14) Anche Amiacque, sponsor di questa iniziativa, dovrebbe stare più attenta quando elegge il proprio Presidente.(15)

Un colossale problema politico

Al 5° Forum mondiale dell'acqua, tenutosi a Istanbul dal 16 al 22 marzo 2009 (il prossimo sarà a Marsiglia), non sono riusciti a decidere - sulla base di una ragionevole teoria del Diritto e della Democrazia - cosa sia l'acqua. Si sono limitati a stabilire l'ovvio: è "un bisogno fondamentale". Ben diverso è decretare l'acqua quale bene comune sociale primario. I beni comuni sociali primari sono patrimonio dell'Umanità e una comproprietà universale, la loro garanzia risiede nell'indisponibilità. "La loro disposizione è vietata in assoluto", scrive Luigi Ferrajoli. Per i beni materiali, l'indisponibilità è dovuta ai caratteri di accessibilità, deteriorabilità e irriproducibilità. (16) Tuttavia, la determinazione di un bene comune sociale non è tanto una questione giuridica (non ancora almeno e purtroppo) quanto storico-culturale. La capacità di definire "comuni e inalienabili" alcuni beni vitali è cresciuta con la civiltà e con la consapevolezza che la loro tutela dovesse darsi sia per le generazioni viventi che per quelle future. Civiltà vorrebbe che si pongano limiti alle attività private su questi beni e si imponga il rispetto dei vincoli alla sfera pubblica. Sfera pubblica che tende a ridurli in beni patrimoniali, privatizzandoli, ossia a merci a cui associare un valore di mercato. Quando l'unico valore da associarvi dovrebbe essere quello vitale, e, per questo, coloro i quali si trovano a gestirli dovrebbero essere sottoposti a vincoli inderogabili e strettissimi anche sull'etica delle loro azioni. Bene comune è anche la qualità dell'acqua. Non sempre la disponibilità di tecnologie avanzate (nel millennio scorso si sarebbero chiamati "mezzi di produzione") per la gestione delle risorse idriche si associa al rispetto dei principi. E' di qualche mese fa, la notizia, riportata da Le Monde diplomatique, secondo la quale sussisterebbe il serio pericolo di inquinamento dell'acqua da nanoparticelle nelle metropoli europee. Ci auguriamo che si possa sottovalutare questo allarme, tuttavia, siamo sicuri che la privatizzazione dell'acqua non comporti anche una sottovalutazione tout court di problemi come questi - ove si presentino - dovuta a pure valutazioni di profitto? (17) Un altro esempio proviene sempre dalla Francia e vede il colosso Veolia (ex Vivendi e General de l'eaux) impegnato in megaprogetti per la costruzione di depuratori in Belgio, i quali, bloccatisi per qualche tempo, avrebbero provocato l'inquinamento della Garonna fino a Tolosa.(18) Per rimanere in Lombardia, il recente sabotaggio delle cisterne della Lombardia petroli a Villasanta che ha sversato nel Lambro quantità enormi di liquami oleosi, ha bloccato il depuratore di Monza, con buona pace dei cittadini. La scomparsa dal discorso pubblico e istituzionale dei beni fondamentali come valori può portare alla vendetta perpetrata su beni collettivi primari.
La struttura della imprese globalizzate e il vuoto di regole non infondono fiducia. Le holding dei gestori privati dell'acqua si dedicano anche ad altri brand; anzi, spesso hanno tratto enormi profitti in altri settori e sono nate con altri core business: immobiliare, infrastrutturale, sanitario, rifiuti, dedicandosi ad operazioni tipiche del capitalismo finanziario. L'attuale recessione economica ci insegna che sul lungo termine la speculazione in un settore può produrre crisi a cascata nello stesso e trascinare con sé tutti gli altri. Cosa accadrebbe se una bolla speculativa, simile a quella immobiliare all'origine dell'attuale crisi, scoppiasse portando sull'orlo della bancarotta le holding che hanno in concessione l'erogazione della nostra acqua? Chi ci tutela e a chi dovremo rivolgerci per le denunce civili del caso? Chi sono i proprietari, chi saranno i responsabili? E chi ha gestito la traduzione dal cittadino al cliente, ossia la Politica, di responsabilià non ne avrebbe proprio alcuna e mai? E come la mettiamo con i cartelli che le poche società del settore a volte costituiscono per mantenere i prezzi ad un certo livello? Il Garante della concorrenza ha recentemente multato le società Acea e Suez per aver messo in atto "un'intesa restrittiva della concorrenza nel mercato nazionale della gestione dei servizi idrici". Le lobby, appunto. Che anche se non nascono come tali, tendenzialmente sono portate a diventarlo. E anche nel caso siano "nazionali", ossia italiane, sono comunque private. Del resto dalle cattive gestioni non ci proteggono neppure e sempre le società di diritto pubblico. A2A sta scontando il dissolvimento della Zincar (mission nelle energie rinnovabili) sua controllata che ha prodotto un buco di bilancio di 14 milioni di euro. E' questione di governance, come ha scritto Transparency international.

Il livello cosmopolita

Un altro aspetto critico dell'acqua, intesa come bene comune, è il vuoto nel diritto pubblico internazionale. Un bene comune vitale e primario è universale, le sue garanzie non possono essere lasciate alle vicendevoli tendenze delle postdemocrazie o delle democrazie deboli. Occorre metter mano ad un diritto cosmopolitico e a istituzioni che rispondano solo all'imperativo di proteggere l'acqua quale bene vitale, primario e inalienabile. L'eventualità di un'Autorità civile è stata per esempio presa in considerazione nel febbraio scorso a Tolosa, dove Veolia ha in gestione l'acqua. "La nouvelle autorité gérera les régies municipales, coordonnera le patchwork des 25 communes et pourra contrôler les délégations au privé", si legge in Le monde.(19) E' ancora una eventualità locale, tuttavia questo livello potrà operare nella costituzione di un organismo globale. Lo spunto lo offrono, per esempio, le teorie elaborate dal Premio Nobel 2009 per l'Economia Elinor Ostrom e illustrate nel saggio "Governare i beni collettivi".(20) La Ostrom sostiene soluzioni alternative alla "privatizzazione", da una parte, e al forte ruolo di istituzioni pubbliche e regole esterne, dall'altra. Soluzioni che, secondo il Premio Nobel, sono fondate sulla possibilità di mantenere nel tempo regole e forme di autogoverno di uso selettivo delle risorse. Sviluppa anche una teoria circa le condizioni che devono valere affinché una gestione "comunitaria" dei beni comuni possa durare ed essere sostenibile. La comunità si fa garante della inalienabilità del bene e dei principi che regolano il suo status per la vita delle persone. Ostrom enfatizza l'importanza della comunità, della democrazia partecipativa, della società civile organizzata, delle regole condivise e agite in quanto giuste, non per opportunismo. Le sue indicazioni sembrano efficaci proprio a proposito dell'acqua. Il diritto internazionale, non sarebbe altro per Ostrom che un sistema di governance applicato a un bene comune, poiché per raggiungere un qualsiasi risultato degno, non vi è soluzione alternativa alla cooperazione tra i popoli della Terra. Le comunità a cui si riferisce Ostrom sono sia quelle locali, sia forme di sostegno mondiale che spesso le prime ottengono nelle azioni di rivendicazione dei diritti primari. Anche il rispetto e l'antirazzismo sono beni comuni non mercificabili, né scambiabili per ottenere un consenso politico alla buona. Ultimamente sono le forme di azione cosmopolita e internazionale ad aver dato la lezione migliore di come un bene primario come l'acqua debba essere salvaguardato insieme al rispetto degli individui, rivendicando anche il principio che a certi beni non dovrebbero essere associati valori finanziari.

Il livello nazionale ed europeo

L'art. 15 del decreto Ronchi, votato dal Parlamento il 19 novembre 2009, che obbliga alla messa a gara dei servizi idrici e la cessione a privati da parte dei Comuni della sovranità sul 40% delle quote di partecipazione delle nuove società - e che in virtù di una sentenza della Consulta dovranno gestire sia reti che erogazione - fa esplicito riferimento alle Direttive europee. Quasi che con quel decreto l'Italia si fosse "messa a norma". Ma la Direttiva chiede ai Paesi membri di indicare quali beni e servizi intendono privatizzare e quali no. Non impone la privatizzazione dell'acqua. Le Direttive (92/50/CEE e 93/38/CEE) chiedono che vi sia concorrenza per i servizi pubblici nazionali e locali, ma escludono da logiche di mercato il servizio idrico. Nella Direttiva europea Bolkestein, considerata un atto liberista per eccellenza, a proposito di acqua recita: "La Direttiva non compromette la libertà degli Stati membri di definire quali essi ritengano i servizi di interesse generale." In attesa che un organismo sovranazionale possa essere elaborato, è evidente come si renda necessaria anche in Italia un'Autorità civile di garanzia che operi sulla base di una Costituzione dei beni comuni e che sappia ribadire con autorevolezza a simili interpretazioni della legislazione europea, interpretazione che non dovrebbe essere prerogativa solo della stampa, quanto piuttosto di voci ufficiali.

di Irene Campari
Fonte:
ilprimoamore

Note

1 Manuel Scorza, Rullo di tamburi per Rancas, Feltrinelli 1980
2 Le pratiche del marketing hanno oltrepassato spesso il segno, e probabilmente nessuno si è letto nel frattempo, inclusi gli addetti ai lavori, il saggio di Marc Fumaroli, Lo stato culturale.
3 Zygmunt Bauman, Homo consumens, Erickson 2007. Benjamin R. Barber, Consumati, da cittadini a clienti, Einaudi 2010.
4 Hrw, On the margin of profit. Rights at risck in the global economy, february 2008, vol. 20, n. 3(G)
5 Horand Knaup e Juliane von Mittelstaedt, Gli investitori stranieri si accaparrano i terreni agricoli africani, Der Spiegel, 30 luglio 2009, traduzione italiana di Irene Campari in http://circolopasolini.splinder.com/post/21054260
/>6 Paolo Hutter, La battaglia dell'acqua sfida italiana in Patagonia, La Repubblica, 21 febbraio 2010.
"Agua ¿oro azul?"in http://agualicia.blogspot.com.
/>7 Janelle Plummer, Global Corruption Report 2008, 1. Introducing water and corruption
8 World Health Organisation (WHO) e United Nations Children's Fund (UNICEF), 'Water for Life: Making it
Happen', Ginevra, :2005), Wto press.
9 Unesco, Water in a changing world, UN 2009
10 United Nations Development Programme (UNDP), Human Development Report 2006. Beyond Scarcity: Power, Poverty and the Global Water Crisis (New York: Palgrave Macmillan, 2006).
11 Otto milioni di persone l'anno muoiono a causa della siccità, La Repubblica, 22 marzo 2010.
Alessandro Leto, I padroni dell'acqua, Il Secolo XIX, 30 aprile 2009
12 Aziza Akhmouch, De l'utilité politique de l'accusation de "pillage": le cas des multinationales en Argentine, l'exemple de Cordoba, Hérodote, 2009/3 (n° 134).
13 Roberto Galullo, Commento alla relazione del Prefetto Lombardia sulla presenta della mafia a Milano, 11 febbraio 2010. Il riferimento è alle infiltrazioni delle cosche gelesi nelle società che hanno in appalto la manutenzione dell'acquedotto milanese. http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2010/02/esclusivo1-la-relazione-del-prefetto-lombardi-su-milano-la-mafia-esiste-forse-che-s%C3%AC-forse-che-no.html. Per altri spunti a proposito, I. Campari-G.Giovannetti, A cento passi da Buccinasco, Il primo amore, n. 5, febbraio 2009, pp. 153-175. E' recente la vicenda legata all'ex Sindaco di Trezzano sul Naviglio, arrestato con l'accusa di corruzione e continguità con le cosche locali, e presidente di Amiacque, un'azienda pubblica.
14 www.giuseppelumia.it, 21 aprile 2010
15 L'attuale presidente ed ex Sindaco di Trezzano sul Naviglio è stato arrestato poche settimane fa con l'accusa di contiguità con esponenti delle cosche dell'ndrangheta.
16 Luigi Ferrajoli, Principia iuris, Vol. II, Teoria del Diritto.
17 «Eau et nanoparticules manufacturées» Rapporto Afssa (www.afssa.fr/Documents/EAUX-Ra-Nanoparticules.pdf), in Marc Laimé, Eau et nanotechnologies: nouveaux risques pour l'environnement et la santé, Le monde diplomatique, Carnet de l'eau, 25 settembre 2009.
18 Marc Laimé, Accueil du site, Carnets d'eau, Toulouse-Bruxelles: l'axe du mal de Veolia
Toulouse-Bruxelles: l'axe du mal de Veolia, Le monde diplomatique, Carnet de l'eau, 6 gennaio 2010
19 Distribution d'eau: la concurrence s'éveille, les prix baissent, Le monde, 13 febbraio 2010
20 Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi, Marsilio 2006; edizione originale, Governing the commons, Cambridge University Press, 1990.
21 www.acquabenecomune.org

ONIC (Colombia): fermate lo sfollamento forzato del Popolo Nukak-Makù


L'Autorità Nazionale del Governo Indigeno (ONIC) denuncia e sollecita un intervento urgente, data l'acutizzazione del rischio di estinzione fisica e culturale del popolo Nukak-Makù, per lo sfollamento forzato di 26 suoi membri dalla zona di Tomachapan nel municipio di San José del Guaviare.


La ONIC ha potuto constatare le precarie condizioni di vita in cui versano gli indigeni Nukak-Makù sfollati nel municipio di San José del Guaviare, i quali vedono principalmente infranti i loro diritti a una vita dignitosa, alla salute e al cibo. Preoccupano in particolare modo l'Autorità Nazionale le condizioni di salute e denutrizione dei bambini, delle bambine e degli anziani che si trovano in questa situazione.


A fronte di queste violazioni dei diritti umani, l'Autorità Nazionale del Governo Indigeno di Colombia (ONIC) sollecita l'intervento urgente del Governo Nazionale, Dipartimentale e municipale; degli organi di controllo dello stato (Difensore del Popolo e Procuratura Generale della Nazione); del Programma per i Diritti Umani della Vicepresidenza della Repubblica; del Dipartimento Etnie del Ministero dell'Interno e della Giustizia; degli Organisimi Internazionali per frenare l'estinzione fisica e culturale del Popolo Nukak-Makù e, soprattutto, affinché si prendano misure efficienti ed efficaci per il ristabilimento ed il rispetto dei diritti umani delle persone Nukak in stato di sfollamento forzato.

PRECEDENTI

I Nukak-Makú sono un popolo nomade che tradizionalmente abitava tra il fiume Guaviare e la parte alta del fiume lnírida nel Dipartimento del Guaviare. I Nukak-Makú sono stati dimezzati negli ultimi 20 anni dalla diffusione di malattie contratte per il contatto con i coloni. Malattie come le infezioni delle vie respiratorie, la malaria, il morbillo, la leishmaniosi e altre patologie parassitarie hanno portato all'estinzione di gran parte della popolazione Nukak. Il conflitto armato interno, la presenza di attori armati e di interessi economici e strategici nel territorio Nukak hanno contribuito ad accrescere il rischio di estinzione fisica e culturale che oggi incombe sui Nukak. Attualmente la popolazione si stima attorno i 450 o 600 abitanti.

Lo sfollamento forzato del popolo Nukak-Makù è stato una costante e ha portato con sé altri cambiamenti che danneggiano la loro integrità etnica, sociale e culturale. Alcuni membri di questo gruppo che ha sùbito lo sfollamento forzato sono stati collocati vicino alla sede del governo municipale di San José del Guaviare nel fondo Agua Bonito di proprietà del Comune e a Villa Leonor, nel Resguardo el Refugio.

FATTI RECENTI


1. In data 5 aprile 2010 la ONIC ha ricevuto la notizia dello sfollamento di 26 individui del popolo Nukak-Makù. Tra le 26 persone sfollate si contano 12 bambini e una donna incinta.

2. Gli sfollati si trovano collocati temporaneamente nel teatro la Esperanza del municipio di San José del Guaviare e provengono da una zona nota come Tomachipan nel dipartimento del Guaviare. I Nukak hanno informato che, per arrivare fino al municipio di San José hanno dovuto camminare tra i 10 e i 14 giorni, senza mangiare e senza bere acqua; altre famiglie Nukak sono tuttora in cammino, trovandosi anch'esse in stato di sfollamento forzato.

3. Relativamente alle ragioni dello sfollamento, si hanno due versioni: la prima sostiene che gli indigeni Nukak sono fuggiti dalle loro abitazioni perché la loro vita o la loro integrità era stata minacciata e perché attori armati li avevano informati che si sarebbero avuti scontri tra la forza pubblica e la guerrilla. La seconda versione riferisce, invece, che le famiglie si sarebbero spostate per problemi di salute, causati dalla mancanza di medicine per curare le loro malattie, nonostante la presenza di un medico nella zona.

4. L'Autorità Nazionale del Governo Indigeno (ONIC) considera le due versioni dello sfollamento degli indigeni ugualmente preoccupanti, in quanto la principale causa della riduzione della popolazione è legata alla vulnerabilità dei suoi membri in qualunque caso, al di là delle malattie. È noto, inoltre, alla opinione pubblica nazionale ed internazionale che i Nukak sfollati, collocati vicino alle sedi municipali, vivono ammucchiati, in un ambiente diverso dalla selva. Una condizione che ha favorito la proliferazione e la propagazione di malattie e altri problemi sociali.

5. L'Autorità Nazionale del Governo Indigeno (ONIC) ha anche potuto constatare le precarie condizioni di vita in cui si trovano le famiglie Nukak, sistemate nel fondo Agua Bonita. In quel posto varie persone, soprattutto bambini, soffrono di malaria. Le stesse ci hanno riferito di aver richiesto la disinfestazione dell'area alle autorità per evitare la diffusione della malattia, tuttavia non è stato mai dato ascolto a questa richiesta. Al momento della visita, varie famiglie Nukak-Makù si stavano trasferendo in una zona conosciuta come “caracol” [lumaca, n.d.r] per cercare del cibo tradizionale. In questa occasione le famiglie Nukak-Makù hanno fatto domanda di tende, biancheria, amache ed alimenti.

RICHIESTE

- Adottare urgentemente le misure necessarie affinché si garantiscano condizioni di vita dignitosa e protezione a tutti i membri del popolo Nukak-Makù, dato l'alto grado di vulnerabilità e rischio di estinzione fisica e culturale.

- Adottare azioni efficienti ed efficaci per garantire il ristabilimento e la tutela dei diritti umani delle persone Nukak-Makù che si trovano in stato di sfollamento forzato e sono collocate nel municipio di San José del Guaviare nel teatro “La Esperanza”. In particolare occorre garantire il diritto al cibo e un'attenzione differenziata agli sfollati.

- Facciamo, allo stesso modo, appello a tutti gli attori armati perché rispettino la vita, l'integrità fisica e la circolazione di tutti i membri del popolo Nukak-Makù, dato il loro alto grado di vulnerabilità e rischio di estinzione fisica e culturale.


Fonte originale: Onic

Traduzione: A SUD

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