venerdì 4 giugno 2010

Mais trasgenico in Paraguay: quali sono i rischi del suo utilizzo?

Il Centro di Studi e Formazione per l'Ecosviluppo – ALTER VIDA, lancia un appello sulla situazione del mais trasgenico in Paraguay, a causa dei rischi che esso può generare per l'ambiente, l'agricoltura e la salute umana. Pertanto, attraverso questo documento vogliamo stimolare un'altra prospettiva tecnica, politica e socioambientale a proposito dell'uso di semenze di mais transgenico, il quale ci porterebbe solamente alla perdita delle semenze tradizionali, provocando effetti imprevedibili sull'equilibrio ecologico e sulla biodiversità.

I precedenti impieghi di mais transgenico in Paraguay risalgono al momento in cui le compagnie Monsanto e Dow AgroSciences richiesero il permesso per sperimentare in Paraguay campioni transgenici nelle coltivazioni di mais, a quanto rivelano i dati del Ministero dell'Agricoltura e dell'Allevamento (MAG).
Tali richieste servivano per condurre ricerche sui possibili effetti che avrebbero potuto avere sull'ambiente e sulla produzione i mais manipolati geneticamente.

Quanti morti ancora nella terra di mio padre?


Ho sempre cercato di mantenere la lucidità nel guardare e leggere la storia moderna del Medio Oriente. Ho sempre provato a mettermi dall’altra parte per comprendere il dolore di chi si trova aldilà del muro. Ho sempre trovato difficile comprendere l’odio e la rabbia, per mia fortuna, non mi è mai appartenuta. Sono giovane e non ho trascorso la mia vita in Palestina. Sono cresciuta in Italia circondata da valori cristiani e costituzionali. Mi è stato insegnato che si deve rispettare l’altro e che i diritti dell’uomo sono inviolabili. Credo in questi valori e cerco di portarli sempre con me, nei miei dispiaceri e nel mio sguardo verso Israele. Ricordo ancora il mio primo viaggio in Palestina. Era il 2004. Avevo 19 anni ed un grande zaino in spalla. Mi sembrava un sogno pensare di andare a visitare quella terra di cui mio padre mi aveva tanto parlato. Affrontai il primo interrogatorio della mia vita... ferma all’Allenby Bridge per otto ore. Non riuscivo a comprendere di cosa fossi accusata...

Aspettando “Rachel Corrie”, liberati tutti gli attivisti


Alle 20 di ieri sera Giuseppe Fallisi Marcello Faraggi, Angela Lano, Manolo Luppichini, Ismail Abdel-Rahim Qaraqe Awin e Manuel Zani, i 6 italiani fra i 682 attivisti e giornalisti sequestrati lunedì notte dalle forze armate d’Israele in acque internazionali a 130 chilometri dalle coste di Gaza insieme alle 6 navi della Freedom Flotilla, dopo la strage sulla Mavi Marmaris, non erano ancora potuti partire dall’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv per Istanbul, via Ankara, dove li attendeva il personale consolare italiano insieme agli inviati della Farnesina. Problemi della burocrazia militare, che su un paio si è attardata nelle operazioni d’identificazione nella giurisdizione aeroportuale quando tutto l’apparato “giuridico” del “trattenimento” degli equipaggi della Flotilla era crollato in un soffio dalla sera prima, con lo stesso gabinetto d’emergenza del governo d’Israele ad annunciare l’inversione di rotta dal tentativo d’imporre un’«ammissione di responsabilità» per «violazione illegale dei confini dello Stato» all’espulsione «immediata».

Lo Statuto dei lavoratori sotto assedio

Il recente tentativo di approvazione del disegno di legge sull’arbitrato per la risoluzione dei conflitti sul lavoro – come è noto, rinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica e al momento oggetto di rielaborazione - costituisce un passo ulteriore verso il definitivo superamento dello Statuto dei lavoratori e, dunque, nella direzione di un’ulteriore compressione dei diritti dei lavoratori. Obiettivo dichiarato del Ministro Sacconi è il passaggio dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, che renda più “leggera” la normativa sul lavoro[1].

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