venerdì 9 luglio 2010

Colombia: «Governo, aziende e narcotraffico alleati contro i diritti umani»

COLOMBIA Parla Augustin Jimenez della Coalizione contro la tortura: abusi sistematici, il paese sacrificato sullo scacchiere geopolitico

«Governo, aziende e narcotraffico alleati contro i diritti umani»
Il salone principale della «Nuova Casona», sede del centro di attenzione psicosociale alle vittime della tortura, è dedicato a Leonidas, un leader sindacale ucciso dai paramilitari a Bogotà l'anno scorso. L'inaugurazione del centro, qualche giorno fa, ha rappresentato un'occasione per fare il punto sulla lotta contro la tortura che «in questo paese è una pratica politica quotidiana», come ci ricorda Augustin Jimenez, portavoce della Coalizione Colombiana contro la tortura.

Che significa usare la tortura come strumento politico?
Anzitutto negare che esiste. In questi ultimi anni, a livello internazionale il governo Uribe ha cercato di far passare l'idea che il paese fosse in uno stato di normalità democratica, che non vi fosse alcun uso sistematico della tortura che, in generale, le convenzioni internazionali venissero rispettate. La tortura esiste e viene praticata sistematicamente, a tutti i livelli. Per questo il governo ha rifiutato di ratificare la Convenzione Onu sulla tortura, che gli avrebbe imposto di presentare un rapporto alternativo, redatto dalla nostra rete di organizzazioni.

Il Dragone turbocapitalista e il Grande Timoniere

Il Dragone turbocapitalista deve fare i conti con le forti diseguaglianze sociali e così il fantasma di Mao Zedong salta fuori dallo sgabuzzino.
Un articolo del quotidiano in lingua inglese China Daily del primo luglio riconosce l'esistenza del problema:
la prosperità economica "ha creato anche problemi sociali di diseguaglianza e crescenti differenze di reddito, inducendo sempre più persone a rimpiangere i 'bei vecchi tempi' del presidente Mao."

Il compito di trovare il giusto mezzo tra Mao "grande leader" e "capo autoritario" è dunque lasciato allo storico Xiao Yanzhong, che ripercorre sia gli errori del Grande Timoniere - il Grande balzo in avanti (1958-60), la Rivoluzione culturale (1966-76) - sia i successi: la costituzione della Repubblica Popolare (1949), la nomina di successori che garantissero riforme a lui postume e l'idea di una "rivoluzione permanente" che attraverso la mobilitazione delle masse impedisse al potere - rappresentato da funzionari di partito e intellettuali - di sclerotizzarsi.

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