L’Italia è governata da un cavaliere, com’è noto. I cavalieri cavalcano: per farlo, hanno bisogno di cavalli. Quelli arabi sono senza dubbio i migliori. Ed ecco che, nel migliore stile alla Buffalo Bill ( anche William Frederick Cody era colonnello…), arriva a Roma il Premiato Circo Gheddafi, con le sue torme di nobili equini, il suo balletto di bellezze guerriere – un altro genere che dovrebbe interessare alquanto il nostro premier, com’è noto infaticabile amatore – e il suo corredo di tende beduine, di uniformi da domatore di leoni e di esotici kaftan.
Muammar Gheddafi era un giovane e interessante uomo politico un quarantennio fa, quando era uno snello ed elegante colonnello dell’armata libica che, ad appena ventisette anni divenne reis del suo paese, dopo aver rovesciato re Idris I e instaurato una repubblica ispirata ai principi del “socialismo arabo” di Gamal Abdel Nasser. Erano i tempi in cui il sogno della Repubblica araba unita, per quanto già naufragato, suscitava ancora entusiasmi e speranze. Da allora, il colonnello libico è passato di “rivoluzione” in “rivoluzione”: e le ha provate tutte.