sabato 20 novembre 2010

Come la mafia è entrata nella finanza (L'Unità, 3 Novembre 1979)

Prendendo spunto dalla violenta, e in gran parte immotivata, polemica scatenata contro Roberto Saviano e il programma di Rai-tre "Vieni via con me" sulla presenza della ndrangheta, e in genere delle mafie, a Milano e in Lombardia, sono andato a rispolverare un mio vecchio articolo  pubblicato su " L'Unità" del 3 novembre 1979 (31 anni fa!) che denuncia l'intreccio mafia-finanza milanese. 
L'articolo è stato inserito nel libro (del 1982) "Per la Sicilia- rendiconto parlamentare agli elettori" che si avvale della presentazione dell'on. Giorgio Napolitano.
   Rilevo anche che oggi le rimostranze contro Saviano provengono dalla Lega nord e dai giornali di Berlusconi, allora, verso di me, sono venute dai circoli dirigenti milanesi del mio partito, il PCI, i quali ritennero infondate, esagerate quelle considerazioni.
   Ovviamente, i dirigenti del Pci milanese non reagirono con l'intento di nascondere la triste realtà che si stava sviluppando, ma per difendere una certa immagine di Milano, capitale morale, capitale operaia e della cultura 'antifascista che allora il PCI, in gran parte, rappresentava. Forse, sottovalutarono certe tentazioni dell' l'altra Milano", quella degli affari facili e non sempre leciti.    
In realtà, ben presto, si sarebbero dovuti accorgere che le cose scritte in quell'articolo erano solo la punta di un iceberg. 



C'è un punto che, seppure già avvertito di più, non viene ancora fuori con la necessaria chiarezza e che potrebbe riassumersi in una domanda ricorrente: quali mutazioni sono avvenute, e in quale direzione, in questi ultimi anni, dentro la mafia?

Artigiani della democrazia

Antonio Di Pietro ha paventato recentemente il pericolo che il mese di  discussione per l’approvazione del patto di stabilità finanziaria sia troppo lungo per non indurre in tentazione qualche parlamentare e fargli cambiare idea circa la fiducia a Berlusconi, posticipata al voto sul Bilancio.
Certo sarebbe immorale e non lecito “tentare di costringere, convincere, magari pagando, senatori e deputati, a dare il voto ad un governo che non ha più la fiducia del parlamento, ma che tenta di comprarla come fosse una merce qualsiasi”.
Di Pietro parla di mercato delle vacche, io parlerei, metafora per metafora, soprattutto in tempi di vacche magre, piuttosto di mercato di porcelli, per maggiore attinenza con la legge elettorale in vigore.
Non che non si possa cambiare idea. Tra l’altro è un segno di intelligenza. A tutti, anche e soprattutto ai parlamentari, è concesso il diritto di scegliere con libertà; la disonestà, il mero tornaconto personale, che inducesse a comportamenti spudorati, altrimenti, farebbe torto al paragone bestiario, facendolo diventare offensivo per gli stessi animali, vacche o maiali che siano. Cosa che potrebbe accadere anche con altri sistemi elettorali diversi dal porcellum, confortati da migliori leggi di selezione della classe politica. Ma sicuramente con incidenza statistica inferiore.

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori