giovedì 27 gennaio 2011

“Benvenuti a Taranto”


"Per me si va ne la città dolente, 
per me si va ne l'etterno dolore, 
per me si va tra la perduta gente. …… Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’." 
(Dante, Inferno, III, 1-3)


“Benvenuti a Taranto”. Il cartello adagiato sul ponte di un cavalcavia saluta l'ingresso dei visitatori. Un brivido percorre la schiena: è qualcosa di peggiore di un presentimento, almeno per la nostra delegazione. Impossibile restare indifferenti a quella velatura che comincia ad alterare i colori del cielo e del sole man mano che ci si avvicina a Taranto, a quello strato di polvere fine che copre tutto (erba compresa), a quel tanfo acre e pungente che, una volta scesi dall'auto, sferza e irrita subito la gola. 
Arrivando da Bari, la “Fabbrica delle nuvole” non svela la propria imponenza: solo qualche filo di fumo bianco si eleva in lontananza; lo sguardo è colpito dal sistema di ponteggi e condutture che intersecano la strada, dai margini polverosi della via, dissestata e sconnessa. E' il lato degli impianti ENI, che ha ottenuto in Consiglio Comunale con voto unanime nel marzo del 2010 il permesso per la costruzione di un nuovo metanodotto, propedeutico al raddoppio della centrale termoelettrica. Più avanti uno scorcio, splendido: la parte “vecchia” della città, con le sue case caratteristiche, con la chiesa, il ponte, ecc...sembra un gioiello adagiato sul velluto del mare. “Taranto città di tumori e disoccupazione”, leggiamo scritto su un muro vicino al porto. L'odore è sempre acre e pungente, in qualche punto dolciastro, ma sempre molto forte. Eppure non sembrano esserci molte “nuvole”.
L' “altra città” ci viene presentata da un preparatissimo portavoce di una associazione tarantina di ammalati immunitari. La raggiungiamo da un versante diverso: un camino, l'E312, svetta su tutto il resto ed assume dimensioni enormi con l'approssimarsi alla struttura, altri camini attorno, fabbricati, strutture nuove ed alcune in funzione addirittura dal 1961, tubi, condutture e poi, inconfondibile, la cokeria. Il profilo grigio brunastro dell'ILVA si staglia sui colori sfumati e offuscati del tramonto mentre l'aria che si respira incendia subito la gola.
Alle spalle, il perimetro della Cementir che ha cominciato ad accogliere i rifiuti speciali dalla Campania, che arrivano su camion che perdono percolato. “Niente paura, è solo olio motore”. Proprio come il cartello di benvenuto in città, anche la spiegazione ufficiale di quel liquame che esce dal rimorchio del camion suona come una beffarda presa in giro.
Il Governatore pugliese Vendola, additato addirittura da taluni come “l'Obama bianco”, ha infatti autorizzato l'arrivo di 45.000 tonnellate di rifiuti speciali datati presso 3 discariche di Taranto. Secondo il protocollo d'intesa firmato il 3 dicembre scorso i rifiuti dovrebbero essere controllati a monte e a valle, ma nei documenti dei tavoli tecnici del 6 e 9 dicembre vi sono vari omissis. La realtà dei fatti è tale comunque per cui l'ARPA ha dichiarato di poter controllare i rifiuti in arrivo solo di giovedì e venerdì, mentre negli altri giorni le verifiche sono effettuate dalla Polizia Provinciale che è del tutto sprovvista di attrezzature tecniche e che si limita ad un superficiale controllo “visivo” dei materiali. Mentre i comitati ambientalisti si sono imposti e stanno ottenendo proprio in questi giorni l'arrivo di un contatore Geiger per il controllo della radioattività dei rifiuti, è facile verificare che l'arrivo dei camion dalla Campania si concentra quando l’Arpa non c’è.
L'auto scorre lentamente lungo il perimetro dell' “altra città”, “benevolmente” circondato in parte da alti alberi (come accade in varie città italiane che ad esempio ospitano insediamenti petrolchimici, come se qualche alberello potesse affievolire l'impatto vero di simili agglomerati). Durante il tragitto non ci si rende comunque conto delle reali dimensioni dell'ILVA1: l'estensione dell'area dello stabilimento è di 15 milioni di m2, ogni anno vengono acquistati 20 milioni di tonnellate di materie prime (fossili, minerali, calce) e lo stabilimento occupa 12.859 persone (di cui 11 454 operai, 1386 impiegati/quadri e 19 dirigenti).
1- Dati reperibili sul sito ufficiale di ILVA Taranto
“Oltre ai dipendenti dell'ILVA, nello stabilimento lavorano migliaia2 di dipendenti delle ditte appaltatrici. Il Gruppo Riva ha mantenuto il suo impegno con dipendenti e territorio nonostante la recente crisi economica internazionale.” Queste sono le dichiarazioni ufficiali che si possono leggere sul sito web dell'ILVA di Taranto. E in effetti qui i ragazzi non hanno molta scelta, al di là dell'università in altre città: Marina o ILVA.E per questo “futuro obbligato” esistono precise responsabilità politiche. Le stesse che hanno reso Taranto una città piena di inquinamento, di tumori, di morte.
2- 3000 secondo la stessa ILVA Taranto

La realtà della città è tale per cui manca la consapevolezza di una qualsivoglia alternativa. Così ci introduce alla realtà tarantina un giovane e capace redattore di TarantOggi, l'unico giornale che non viene invitato alle conferenze stampa del Gruppo Riva. “Tutti sanno che ci si ammala e si muore” ci dice, ma il ricatto occupazionale ha reso l'ILVA una realtà intoccabile, inavvicinabile, rispetto alla quale istituzioni, partiti, sindacati e media allineati si attengono al motto di Virgilio: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa3” (Virgilio)
3- Dante, Inferno, III (sono le famose parole di Virgilio rivolte a Dante)

L’ ILVA, è un colosso sostenuto da chi non ha avuto interesse a creare un'alternativa economica per la città. Per vari decenni, non c'è stato partito, gruppo politico o sindacato che abbia mai agito affinché Taranto potesse avere un futuro, imponendo ai propri abitanti una partita a scacchi con la morte. E in effetti, l'impressione generale che si ha da esterni è quella di vedere e incontrare persone provvisorie condannate a morte, per le quali è già stato emesso il verdetto. Manca solo la data.

Sulla situazione ambientale, basta pensare alla relazione di ARPA che nel giugno dell'anno scorso ha dovuto ammettere che le concentrazioni di benzo(a)pirene, cancerogeno di classe 1, sono di “entità superiore a 1 nanogrammo per metrocubo in corrispondenza del quartiere Tamburi di Taranto.”. Un'entità che quindi supera il limite di legge, la cui fonte viene indicata con precisione nella relazione: “Il bilancio emissivo delle principali sorgenti emissive degli IPA e del benzo(a)pirene presenti nell’area tarantina mostra che le emissioni in aria di IPA e BaP sono attribuibili in modo preponderante, per più di un ordine di grandezza, allo stabilimento siderurgico ILVA e, in particolare alla cokeria.” Inoltre “Va rilevato – si legge nel documento di ARPA - che le considerazioni sono tutte riferite all’anno 2009 nel quale la produzione dello stabilimento ILVA è stata limitata a circa il 50 per cento rispetto all’anno precedente, per la crisi intervenuta nell’ambito siderurgico”. Ma il numero delle altre sostanze inquinanti e tossiche, per quanto non sempre cancerogene, è egualmente da record, a cominciare dal mercurio.

Taranto è una città di 190.000 abitanti, con circa 14.500 nuovi casi di tumore annui (quattro volte più degli altri casi pugliesi), che provocano 1200 decessi l'anno, raddoppiati negli ultimi 30 anni. Nello stesso periodo di dodici mesi, il numero di ricoveri per neoplasie è stato pari a 9.178. E' difficilissimo incontrare qualcuno che non abbia un familiare o un parente colpito dal tumore, mentre la classe politica dice di non avere dati certi e mancano ancora le mappe epidemiologiche e il registro tumori. Paradossale poi è il fatto che non esistano dati certi sulla fonte di inquinamento, dal momento che il polo indiustriale vede affiancati più “ecomostri”: acciaieria, raffineria, cementificio e, un po' più distanti, due inceneritori, un vero inferno dantesco. Non è un caso che proprio in un raggio di 20 km dallo stabilimento industriale sia vietato il pascolo e siano stati abbattuti centinaia di capi allevati, con compensazioni talmente ridotte da non bastare minimamente a coprire il valore dell'animale abbattuto. Similmente, proprio nel giorno in cui viene confermata la contaminazione di alcuni molluschi sul fondo del Mar Piccolo, anch'esso altamente inquinato e interdetto alla pesca, apprendiamo invece che gli uffici sanitari avevano anche in passato smontato le tesi sull'inquinamento. Ovvero i dati sulla situazione reale erano già noti da tempo, ma chi doveva destare l'allarme in tempo utile... .ha di fatto protetto l' “altra città”.

Per capire le forze in gioco che impongono il destino ai cittadini di Taranto (e, vista la volatilità di micro e nanopolveri, in grado di coprire enormi distanze, giungendo a milioni di altre persone), basta riflettere per un attimo al referendum consultivo per il quale sono state raccolte in venti giorni le dodicimila firme necessarie a promuoverlo. CGIL, CISL, Confindustria e ovviamente ILVA cercano di fare in modo che il referendum non si svolga (il TAR è al lavoro proprio in questi giorni): la motivazione è sempre la stessa. Il ricatto peggiore per una popolazione senza alternative. Se la popolazione facesse vincere il referendum – sostengono all'unisono sui media locali – l'ILVA di Taranto chiuderebbe e non ci sarebbe più lavoro.

“Per assicurare una corretta attuazione del Sistema di Gestione Ambientale, lo stabilimento ha organizzato al proprio interno l’ente Ecologia, che identifica e valuta gli aspetti ambientali, nonché definisce e gestisce le diverse procedure del sistema, verificandone il rispetto attraverso la conduzione di verifiche ispettive interne. Tali verifiche periodiche sono un utile strumento per valutare l'efficienza e l’efficacia del sistema.”
Così ILVA Taranto spiega il proprio sistema di controllo e non nasconde la metodologia che porta all'”accertamento” degli inquinanti emessi: verifiche ispettive interne appunto, nonché – come previsto per legge – autodichiarazioni. Gli interventi realizzati dall'ILVA di Taranto devono indubbiamente essere risultati molto graditi ai rappresentanti intervenuti lo scorso 23 novembre in occasione della presentazione del Rapporto Ambiente e Sicurezza 2010, come il Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, la quale “ha voluto sottolineare gli sforzi compiuti dall'Ilva e dai suoi proprietari che dal giorno della privatizzazione dello stabilimento hanno assunto come impegno quello della progressiva ambientalizzazione, sottolineando come questa strada sia l'unica prospettiva seria, mostrando le sue perplessità in merito al referendum. Apprezzamenti da parte del sindaco di Taranto Ippazio Stefàno e del Presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido, i quali hanno chiesto all'azienda di proseguire sulla strada intrapresa del miglioramento continuo.4” Un auspicio sicuramente sincero quello di Florido, ex sindacalista CGIL, che ha una propria azienda che lavora dentro allo stabilimento ILVA.
L'ILVA avrà sicuramente apprezzato i “riconoscimenti nel rispetto del cronoprogramma da parte del Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, in merito all'attuazione della legge antidiossina e soddisfazione per le parole espresse da Fabio Riva5.” Persino “Repubblica” è scesa a Taranto per la legge antidiossina e per sancirne il rispetto da parte dell'ILVA. Ma Vendola & soci, hanno dimenticato di spiegare la totale inefficacia della sbandierata legge antidiossina.
4www.ilvataranto.com/news5- Idem

La legge antidiossina è del 2008 e prevede che dall'1 gennaio di quest'anno il limite di diossina immesso in aria sia di 0,4 nanogrammi/m3. Per la verifica del dato era previsto il campionamento in continuo, ma nel marzo 2009, Comune, Provincia e Regione cambiarono le carte in tavola e decisero nuove modalità di controllo con un Protocollo di Intesa che modificò l'articolo 3 della stessa legge antidiossina, facendo sparire il controllo in continuo e sostituendolo con un controllo trimestrale e un preavviso da parte di ARPA di almeno 8 giorni. Ovvero il controllore deve avvertire il controllato oltre una settimana prima. Non solo: per il famoso e famigerato camino E312, sembrano non essere ancora state reperite le Migliori Tecnologie Disponibili per poter effettuare il monitoraggio, dal momento che pur essendo regolarmente in funzione, ha il monitoraggio bloccato da quasi un anno. Eppure... “.l'ILVA rispetta la legge antidiossina”, e non solo perché lo scrive il quotidiano di De Benedetti (lo stesso imprenditore che ha società per l’energia operanti in Puglia sotto l’ala protettiva di Vendola), ma perché hanno cambiato la legge e i controlli l’azienda se li fa da sola! Esatto, non esistono dati scientifici terzi, imparziali, ma solo i dati forniti dall'ILVA di Taranto, che dice inoltre di aver fatto diversi investimenti e modifiche per la “sostenibilità ambientale”.

Emilio Riva, dominus dell'ILVA di Taranto, presidente del Gruppo Riva (23.000 dipendenti, 42 stabilimenti di produzione in 8 paesi, fatturato annuo di circa 11 miliardi di euro), è stato più volte inquisito. La giustizia lo ha condannato per il reato di inquinamento della Ilva Siderurgica prima a Genova e poi a Taranto. Inoltre “nel 2006 veniva riconosciuto colpevole di frode processuale e tentata violenza privata nei confronti di numerosi dipendenti di Taranto. Pene mai scontate grazie ai vari indulti e sconti.6” Nel caso specifico di Taranto, fu condannato insieme a Capogrosso per “getto pericoloso di cose” (così si inquadra il reato di inquinamento dell'aria, dato che in Italia il reato ambientale non è ancora perseguibile), ma grazie all'impegno dello stesso Riva, attraverso atti di intesa, per effettuare migliorie, interventi di risanamento e di tutela ambientale, furono “graziati”. Il Comune e la Provincia addirittura si tolsero dalla parte civile.
Fu l'unico giornale non allineato, TarantOggi, proprio nel 2010 ad avviare un countdown mediatico (conclusosi il 24 ottobre) per chiedere a Comune e Provincia di intervenire per l'ottenimento del dovuto risarcimento danni da parte di Riva relativo a quella condanna. Un loro legale allo scadere del termine ha avanzato la richiesta, ma ad oggi nessuno ha più avuto notizie in merito.
6www.managai.net/tag/telecom-italia/L' “altra città” continua a mostrare i muscoli, la propria potenza economica, produttiva, e non solo. L' “altra città” non solo ha privato Taranto di un futuro migliore, ma sta privando i Tarantini dello stesso futuro. Mentre i sindacati e i partiti, inclusi i più “sinistri”, fanno muro in difesa dell'ILVA “perché dà lavoro, si dimenticano di spiegare che gli ammalati, invalidi e i morti di tumore non possono più lavorare.

L' “altra città” ha imperato, con il benestare di tutti i protagonisti politici e delle loro associazioni di riferimento, impedendo che vi fossero altre possibilità occupazionali, impedendo che i prodotti ittici, dell'allevamento e agricoli potessero divenire, insieme al turismo e ai tesori culturali, le punte di diamante di un'economia territoriale basata sull'eccellenza e sulla qualità. L'”altra città” ha condannato alla malattia e alla morte per patologie tumorali migliaia di persone. Mentre c’è addirittura chi va in televisione e nei comizi a vantare grandi risultati a difesa dell’ambiente e della salute...
Su Taranto aleggiano invece, pesanti, le ombre mefitiche delle “nuvole”, enormi e opprimenti, che prendono forma dai camini dall'ILVA sulla città mentre nottetempo facciamo ritorno verso Bari.
di Monia Benini
Fonte: perilbenecomune.net
Comparso su Megachip

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