mercoledì 5 gennaio 2011

L'Israeliano ha paura perchè è difficile che chi si sente in galera senza colpa non sviluppi il desiderio di ribellarsi a chi lo tiene chiuso dietro un muro che ha fatto costruire a lui stesso

Nella complicatissima situazione palestinese una cosa è molto chiara: un popolo è imprigionato da chi era giovane o bambino nel ghetto di Varsavia, dai suoi figli e dai suoi nipoti.
Ci sono altre cose chiare, come per esempio il fatto che i responsabili di alcune associazioni palestinesi e delle ONG sfruttano, per il proprio interesse, gli aiuti internazionali e la buona fede di volontari che, suggestionati dalle immagini e dai racconti degli abusi, delle distruzioni e dell’arroganza dei coloni, dell'esercito e del governo israeliano, vengono per dare una mano ai palestinesi, che dopo l’invasione armata e l’acquisizione dei loro villaggi, illegale e condannata dalle Nazioni Unite, vivono in campi fatiscenti.
Se qualcuno avesse detto a quelle persone che si affacciavano al filo spinato di ghetti e campi di concentramento - con gli occhi da cui era sparito il desiderio di liberta e restava, ma non sempre, il desiderio di non morire - che un giorno sarebbero stati loro e il loro figli e nipoti a mettere un altro popolo oltre un muro , chi crede che avrebbero potuto crederlo?

Ma gli israeliani non stanno sterminando i palestinesi, li stanno annullando giorno per giorno. La distruzione sistematica della loro dignità di uomini e perpetrata attraverso la costruzione di muri sempre piu alti e piu addentrati nel loro territorio; con cittadelle fortificate che i coloni, abusivamente e protetti dal governo e dal quinto esercito piu potente del mondo, alzano intorno a villaggi e città palestinesi nel territorio a loro destinato dalle convenzioni internazionali; con nuove regole e leggi appena i palestinesi trovano un buco per affermare qualche diritto ; con l’umiliazione quotidiana del passaggio dei check point. Oggi a Kalandia facevano ripassare due o tre volte donne e anziani con il bastone nel metal dectector, mentre li insultavano, gridando dai microfoni oltre il gabbiotto blindato. Qualche uomo rideva, e anche nella fila che aspettava qualcuno scherzava con il malcapitato, ma altri trattenevano a stento la rabbia e, fuori dal check point, un ragazzino, solo e con il volto coperto da una sciarpa, giocava a lanciare pietre contro la torretta vuota del muro e a scappare via.
L’anno scorso a gennaio arrivando alla porta di Damasco che introduce nel quartiere arabo della città vecchia, imparai la prima parola araba, ASHARA ASHARA gridavano I piccoli venditori di frutta e verdure, ASSHARA SKEKEL ASHARA SHEKEL.
Nella stessa Porta di Damasco, quest’anno, c’e soltanto il gracchiante ASHARA ASHARA sussurrato da un altoparlante automatico, e non l’allegria di quelle grida. Tutto sembra piu spento.
Con uno shekel, la moneta locale, circa 20 centesimi, nel SUK di Nablus si compra un ottimo dolcino al miele e a Betlemme un profumato caffè dal venditore che, vicino alle panchine della Manger Square, la piazza della mangiatoia, lo versa da una antica cafettiera riscaldata con carboni; e nel quartiere dove vivo tre buonissime banane. Ma altri prodotti sono piu cari che in Italia, e particolarmente la benzina che costa quasi 2 euro.
Tutti i prezzi sono poi piu cari nelle stradine della vecchia Gerusallemme, dove arabi con kefiah e ortodossi ebrei con I loro ricciolini, si sfiorano e convivono, senza guardarsi, in mezzo a turisti che comprano rosari e portano la croce sulle spalle ripresi dai loro amici.
Presso il muro del pianto non ci sono ancora bancarelle, ma di pianto se ne vede poco. Ci sono invece i sorrisi di ragazze e famiglie che si fotografano vicino ai ragazzini e ragazzine soldato equipaggiati con i piu moderni fucili mitragliatori.
In questi giorni, con gli amici del campo di lavoro a cui ho partecipato, abbiamo incontrato rappresentanti di Associazioni indipendenti, ONG e diverse personalita della Autorita Nazionale Palestinese che, a detta di qualcuno, sta diventando un semplice governo fantoccio nelle mani del governo israeliano, arrestando, per suo conto, i palestinesi resistenti. Secondo altri resta invece l’unica strada per la pace. Intanto l’AP e’ obiettivo, insieme al governo israeliano ed Hamas, delle associazioni per i dirtitti civili.
I palestinesi a cui chiediamo se collaborano con i gruppi israeliani progressisti che lavorano per i diriti umani, per il dialogo fra i due popoli e per dare uno stato ai palestinesi, rispondono che quelle associazioni non criticano realmente il loro governo e che non sara possibile collaborare fino a quando gli israeliani non riconosceranno ai palestinesi i loro stessi diritti.
Ieri sera, passeggiando per il quartiere ebraico della citta vechia con Ghassan, Najil, Amina, Bhassam, vedevo le loro face tese. Domandai stupidamente che cosa sentivano a stare in quel posto. Risposero che pensavano a quello che avevano i figli degli ebrei e a quello che avevano i propri figli.
Insieme a loro e ed altri amici italiani e tedeschi, era bello vedere le stradine pulite illuminate da romantici globi di luce fioca e poi un incubo vedere le telecamere ed i microfoni sistemati agli angoli delle strade per proteggere chi e qui da occupante e padrone e, naturalmente, ha paura.
Ha paura perchè è difficile che chi si sente in galera senza colpa non sviluppi il desiderio di ribellarsi a chi lo tiene chiuso dietro un muro che ha fatto costruire a lui stesso. Si, perchè il muro che ciconda i territori, e che è stato un grosso affare per chi lo ha costruito, lo hanno alzato gli stessi palestinesi, come gli operai palestinesi hanno costruito gli insediamenti dei coloni.
L’OLP di Arafat aveva provato a vietare ai palestinesi di lavorare per gli ebrei, ma cosa fa un uomo quando non ha alternative per dare da mangiare alla sua famiglia?
E cosi, come la mafia trova mano d’opera al sud e anche al nord, i coloni ed il governo israeliano hanno aspettato che quelle famiglie avessero fame.

di Domenico Russo

   

Articolo inviato a Nuovediscussioni-SudTerrae dall'autore Domenico Russo in cui racconta la sua esperienza in Palestina.

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