domenica 16 gennaio 2011

Un 25 Aprile per i Palestinesi

Il paesaggio fra Ramallah e Jenin e’ arido, poca terra e molte pietre. La strada e in
buone condizioni, attraversa le valli fra le colline con continue curve, e un piacere
guidare qui. Il minibus e nuovo e l’autista moderno, ha il cellulare da orecchio e
schiva le magre greggi di caprette, con fastidio e nonchalance.

Su qualche collina si vedono le case di piccoli villaggi . Rari ulivi, qualche pino
e un po’ di cespugli coprono il terreno che, con muretti di pietra, tanti anni fa, e’ stato sistemto a scaloni per piantare gli alberi; ora e’ in gran parte abbandonato, o
almeno lo sembra. Quando si apre un piccolo spazio di terreno lavorato, si vedono
contadini che arano con muli o asini minuscoli orti fra qualche palmetto.

Un posto di blocco dell’esercito israeliano ci fa tornare indietro, dobbiamo cercare un altra strada. Inutile chiedere perche, l’esercito israeliano entra nei territori, nei villaggi, nelle case come e quando vuole, fa quello che vuole e nessuno puo opporsi, questa e’ l’Occupazione.
Riprendiamo la strada per Jenin, dove c’e il campo rifugiati piu grande della Cisgiordania con una popolazione di 13.000 persone.
Nel 2002, in seguito alla seconda intifada l’esercito ne uccise 497, meta donne e bambini, e ne lascio senza casa 17.000 impedendo l’arrivo degli aiuti umanitari, mentre cercavano di nascondere I corpi. Dopo l’ultima stazione di controllo, la strada si stringe ed appaiono le buche, qui non devono piu passare coloni, ma solo palestinesi. Accanto alle piccolo case i panni stesi ad asciugare sono moltissimi. I terreni sono lavorati, i contadini si sentono piu sicuri. Vicino agli insedimenti invece e’ facile che i coloni distruggano impunemente il raccolto e anche le piantaggioni. Con questi sistemi, e la protezione dell’esercito e del governo, nel 1987 Israele era riuscito a togliere ai Palestinesi il 50% della Cisgiordania e il 30% della striscia di Gaza, con un totale di 72.000 coloni e contro tutte le risoluzioni dell’ONU.
Da questa situazione, che negava ogni diritto ai Palestinesi era originata la prima Intifada quando l’8 dicembre ’87 un veicolo militare israeliano investi un camion ed uccise quattro palestinesi, i cui funerali furono un moto di popolo contro cui l’esercito israliano sparo. Carri armati contro pietre. 


Nel campo di rifugiati di Jenin, troviamo un cartello delle NU, c’e un grosso trattore e cinque macchine in un recinto; appesi ai container ufficio ci sono cartelli con ordini di servizio strappati dal vento, il sole li ha resi illegibili; dentro le machine gli ordini di servizio si leggono: sono fermi al 2009.
A custodire il deposito c’e un uomo molto anziano, solo; nella baracca dietro di lui si scorge un vecchio materasso per terra ed un fornellino, l’uomo e’ il custode e passa la vita qui. Chiede alle ragazze di fotografarsi con loro e gli tocca le tette mentre fanno la foto.

Pat chiama un numero che troviamo su una porta, vorremmo parlare con qualcuno che ci spieghi cos’e’ quel deposito abbandonato. Chi risponde ci dice di aspettare che mandera’ qualcuno. Dopo un’ ora non arriva nessuno.
Piu avanti nel campo, c’e un edificio con giardino, abbandonati entrambi; su un
cartello si riesce a leggere Health Center, ma l’edificio e’ sbarrato ed il giardino invaso dalle erbacce; i vetri sono rotti dalle pietre e intorno e’ tutto spazzatura. E fra la spazzatura passa qualche SUV e qualche maccchina di lusso, una anche con i vetri
oscurati. E’ strano vederle in un campo rifugiati, i soldi sono arrivati, dove sono
finiti invece bisogna cercare di capirlo.

All’Alternative Information Centre di Gerusalemme, che stando a Lonely Planet da’ informazioni sul conflitto, entrando avevamo visto un giovane con le gambe allungate sulla scrivania, stile yankee; si e’ alzato per venirci incontro, ma quando gli abbiamo chiesto se potevamo parlare con lui ha detto di essere molto occupato. Ci ha invitati a Beir Sahour per una riunione sulle donne palestinesi alle sette. Alle otto, quando la riunione inizio, c’erano tre tedesche, due americane e due inglesi, insieme a quattro ragazzi. Di donne palestinesi neanche l’ombra.
A Ramallah il giardino di una fondazione islamica e’ pulito e curato, fa bene
entrarci. Qualche volta intorno alla citta si vede una donna che con i figli isola con le pietre un pezzetto di terreno vicino alla sua casa per farne un orto. I terreni fra le case sono sempre cosparsi di sacchi di plastica; quelli vuoti, quando c’e il vento, si alzano in volo; da lontano potresti scambiarli per uccelli colorati. Di uccelli veri non se ne vedono, saranno volati oltre il muro. I loro compagni sfortunati sono in qualche negozio dentro le gabbie; anche a qualche palestinese piace vedere gli uccelli dietro le sbarre.

La spazzatura non viene buttata nei cassonetti, che sono enormi, in ferro pesante e neri all’interno, ma tutto intorno. Sono spesso svuotati dandogli fuoco. Qualche volta la spazzatura viene portata un po’ lontano dalle case e bruciata, c’ e sempre puzzo di plastica in giro. Probabilmente la diossina e’ un altro sistema che il Comune di Gerusalemme usa per ridurre la popolazione palestinese. Allora la spazzatura e’ meglio lasciarla nei terreni, prima o poi ci si costruisce sopra.
Oggi sul 18 da Ramallah a Gerusalemme, al mio fianco c’erano due giovani madri
con i bambini piccolo. Quando sono con bambini piccoli, i gentori non devono scendere al check point di Kalandia. I due ragazzi soldato, saliti per il controllo, erano entrambi armati di grossi fucili mitragliatori, in genere e’ armato solo uno; uno dei due aveva lo sguardo truce, l’altro sorrideva. Avanzano nello stretto corridoio del piccolo autobus, dove un urto potrebbe far partire i colpi. Le madri avevano dato ai bambini la tessera da mostrare, come fosse un gioco; ai bambini pero non sembravano un gioco quelle armi, erano spaventati, quei militari visti tante volte resteranno nella loro memoria insieme al volto triste e impaurito delle madri.

Nei check point non si vedono sorrisi; per le strade di Ramallah i invece non mancano; basta guardarli e chiedere una informazione perche sorridano. Non conosco altri popoli cosi dolci, proprio come popolo. Lo dovevano sapere bene britannici e sionisti che con loro non avrebbero avuto la vita troppo difficile.
Le strade sono affollate da donne completamente velate o ragazze in minigonna; giovani eleganti con valigiette 24 ore e uomini con carretti tirati da asini; donne che entrano in laboratori di cosmetica e altre che mostrano segni di una profonda miseria; carrettini dei venditori di mais, lupini e fave bollite in mezzo alla polvere della strada e qualche negozio di lusso.
A volta si dimentica di essere circondati da un muro, ma Hibraim mi dice che ognuno se lo porta dentro quell muro, lo ricorda appena si sveglia.
Hibraim ha studiato in Italia, ma non ha terminato l’universita per tornare nella sua terra e lottare. E’ un commerciante, ma non di quelli che ti vedono solo come un portatore di dollari e quando gli chiedi della occupazione, ti fanno capire che a loro non importa e sono solo preoccupati del fatto che Israele impone tasse altissime sulle importazioni. L’Occupazione passa anche per questo: soldati e merci; nei negozi arabi si vendono biscotti kosher.
Una amica, che sta viaggiando in America latina, ha conosciuto ragazzi soldato israeliani che, terminato il servizio cercano evasione nel viaggio: “ e’ come un rituale, dopo l’esercito, l’ avventura” dice; e racconta che parlando con qualcuno di loro del governo israeleiano e di quello che fa agli arabi, cercavano di giustificarlo. Ma almeno a quelli piaceva discutere e stare con gli stranieri. La maggior parte di quei ragazzi, invece, restano sempre fra di loro, difficilmente fanno amicizia con non israeliani, non cercano di imparare altre lingue ed hanno i posti dove sanno che potranno incontrare altri israeliani.
In verita non hanno buona reputazione nel mondo dei giovani viaggiatori perche si lamentano della Occupazione, ma sempre giustificano le violenze del loro governo introducendo nel discorso Hamas.

Intanto Hamas sta cambiando politica, con tentativi di avvicinamento a
Fatah (la fazione, all’interno della dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), del presidente Mahmoud Abbas, ndr) e quindi all’incontro col Governo Israeliano.

Secondo un documento pubblicato da WIKILEAKS e datato 2 giugno 2009, Israele
consultò la leadership della ANP e quella egiziana, prima di condurre, a fine 2008, l'operazione Piombo Fuso contro la Striscia di Gaza.
Il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak disse ad una delegazione di membri del
Congresso Usa, in visita nel suo paese di aver "consultato l'Egitto e Fatah prima dell'operazione Piombo Fuso, chiedendo loro se volessero prendere il controllo di Gaza dopo la sconfitta di Hamas". Nessun commento a questa rivelazione è arrivato dalle autorità dello Stato
ebraico, ne’ da quelle del Cairo, mentre Saeb Erekat, capo negoziatore palestinese e
braccio destro di Abbas, ha seccamente smentito dicendo che il presidente dell'Anp
non sarebbe mai entrato a Gaza su un carro armato israeliano.

Hamas ha commentato pacatamente che aveva più volte detto che Fatah era coinvolta in quella strage, ma questo per loro appartiene al passato e sperano che Fatah apprezzi le loro nuove posizioni e voglia la riconciliazione. A Gaza, naturalmente, sta crescendo un nuovo movimento estremista che accusa Hamas di diventare strumento del governo israeliano. Le stesse cose per cui Hamas criticava Fatah.
Fra I Palestinesi c’e’ chi dice che l’ANP fa il gioco del governo israeliano ed altri che dicono che il suo gioco lo fa chi critica l’ANP. Insomma fanno tutti il gioco del Governo e dell’Esercito di Occupazione.
Ci sarà il giorno della liberazione anche per i Palestinesi, un 25 Aprile come e’ toccato all’Italia, al Vietnahm  e al Portogallo, tutti si sono liberati il 25 Aprile.
Speriamo che in Palestina abbia un seguito migliore.

di Domenico Russo
Articolo inviato a Nuovediscussioni-SudTerrae dall'autore Domenico Russo in cui racconta la sua esperienza in Palestina.

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