venerdì 18 febbraio 2011

Passaggio nel limbo di Lampedusa

Molti di loro prima di attraversare il Canale di Sicilia a bordo di una carretta del mare non avevano mai messo piede fuori dalla Tunisia. Arrivano da qualche piccolo villaggio nel centro o nel sud arretrato del Paese. Vengono da famiglie di agricoltori, sono senza lavoro da sempre. Altri invece erano guide turistiche, cuochi, camerieri. Ma poi il sistema è collassato e i tour operator hanno smesso di far atterrare gli occidentali nei villaggi vacanza del nord del Paese. «Il vostro è un Paese libero, da noi tutto è caos e prepotenza», ripetono. «La gente nei villaggi spara, la polizia non c'è. E gli uomini di Ben Alì ancora dettano legge». E poi «qui a Lampedusa si sta bene, voglio fermarmi qui», scoppiano a ridere. «Voglio scusarmi con tutti gli italiani. È stata la mancanza di lavoro e la paura a spingerci a partire dalle nostre coste. Ma mi fa male il cuore quando vedo i miei connazionali ridotti così. Molti di loro non sanno nemmeno leggere e scrivere e spero che si comportino in modo civile, qui in Italia», spiega Haziz, un trentenne molto bravo a comunicare davanti a cronisti e telecamere. È un ex professore di fisica, arrivato con altri cinquanta uomini e otto donne nella notte di venerdì. 
I duemila tunisini fermi questi giorni a Lampedusa in attesa di essere trasferiti nei centri per migranti della Sicilia e della Puglia, passeggiano per Corso Roma, altrimenti spettrale in questo periodo dell'anno di bassa stagione. Siedono sui tavoli dei caffè mischiati agli isolani, affollano i negozi, curiosano fra la merce, tornano al Centro di detenzione con le sporte della spesa gonfie di generi alimentari. Qualche soldo in tasca ce l'hanno e lo usano. C'è anche chi maneggia banconote importanti. E chi, invece, ha già prosciugato i risparmi e chiede con pudore qualche spicciolo ai passanti. «Ma l'Italia ci vuole tenere, o ci vuole rimpatriare?», domandano preoccupati. «È vero che Berlusconi è come Ben Alì?» scherzano i più espansivi. 
«Arrivano da una situazione dove la libertà va e viene, e cercano un futuro migliore in Occidente - racconta il parroco don Stefano Nastasi -. Ma farli parlare non è facile. Vengono da decenni di dittatura e di censure. Non sono più abituati ad esprimersi apertamente». Nemmeno gli ex pescatori ultranovantenni di Lampedusa, che passano le giornate seduti sulle panchine del circolo Moby Dick, ricordano scene paragonabili a quelle degli ultimi giorni, con le strade affollate di migranti e più tunisini che italiani in giro per l'isola. «Mai visti in così tanti prima di oggi, ma si stanno comportando bene - ripetono sotto la pelle indurita dal sole -. Non sono loro il vero problema di Lampedusa, ma la pesca che va male e la nafta che costa troppo». Per motivi di mantenimento dell'ordine pubblico, il sindaco ha bandito la vendita di alcolici e superalcolici. Ma finora nessuno è uscito fuori dalle righe. Gruppi di poliziotti presidiano le strade del centro col manganello ben in vista e la stragrande maggioranza dei tunisini risponde con modi riconoscenti a chiunque rivolga loro la parola.

Secondo Laura Boldrini, portavoce dell'Alto Commissariato per i rifugiati Onu (Unhcr): «Assistiamo a un fenomeno migratorio abbastanza singolare per Lampedusa. È come se ci trovassimo di fronte a un'intera generazione che ha perso la speranza. Molti non hanno più il lavoro, altri hanno paura. C'è chi parla di cecchini sulle strade. Ci sono anche persone che si dichiarano vicine all'establishment di Ben Alì e temono ripercussioni». 
Quella che si affolla in questi giorni a Lampedusa, è una comunità che sta affrontando soltanto la prima tappa di un viaggio ben più lungo, verso la Germania, la Francia, il Belgio, dove tutti hanno amici o parenti. Come Tharik Radaman, uno dei due imam sbarcato la scorsa settimana, che vuole raggiungere dei fratelli a Marsiglia. È molto considerato ed è uno dei punti di riferimento della comunità. A forza di piccoli comizi ha convinto i ragazzi a mantenere la calma e ad accettare i tempi di attesa estenuanti della turnazione per i rimpatri. Solo in 200 al giorno riescono ad abbandonare l'isola, che in questi giorni si sta trasformando in una sorta di limbo d'attesa. Tharik celebra le funzioni religiose sui piazzali dell'ex Cie, fra le palazzine dove negli ultimi decenni sono stati riconosciuti, accolti o espulsi decine di migliaia di uomini giunti dal sud di Lampedusa. 
Il Centro ha riaperto in fretta e furia dopo essere stato chiuso per ventitrè mesi, e ora funziona come un centro di prima accoglienza aperto, dove tutti hanno libertà di entrare e uscire indisturbati. La vita lì dentro è insostenibile. I posti letto sono 800, e i residenti attualmente quasi 2.000. Così è stato necessario trasformare uffici amministrativi e stanze del personale in camerate improvvisate. I giornalisti non possono visitare dormitori e cucine, ma Omar, un trentenne padre di tre figli che non riesce a contattare da una settimana perché ha il cellulare scarico, accetta di scattare con la mia macchina fotografica alcune foto di quegli angoli interdetti ai visitatori esterni. Torna con immagini che ritraggono materassi stesi ovunque, gente che dorme all'aperto, persone accampate in una cabina di legno, forse una guardiola della polizia. E sporcizia dappertutto. «Parliamo di 4000 arrivi in tre giorni. È un'emergenza senza precedenti - spiega il direttore del centro Federico Miragliotta -. Decidere di trasformare il Cie in un centro aperto è stata una soluzione geniale, che ha evitato il montare di rabbia e di tensioni. Ve le immaginate duemila persone detenute qui dentro, che non sanno esattamente quando verranno trasferite?». 
Il flusso migratorio è stato enorme. C'è chi ancora è traumatizzato dal viaggio in mare e dallo spaesamento. Ma il morale rimane alto, alimentato dal desiderio di continuare il proprio viaggio. «Questi giovani all'apparenza sembrano molto meno disperati dei tanti africani che abbiamo visto entrare nel centro - spiega Cono Galipò, amministratore delegato di Lampedusa Accoglienza -. A parte pochi malati di febbre, sono tutti in buona salute».

Confusi nell'onda dei migranti, sono circa 200 i minorenni non accompagnati intercettati da Save the Children e trasferiti nelle case di accoglienza in Sicilia e Puglia. Molti hanno meno di 14 anni, senza contare i giovani minorenni che dicono di essere accompagnati da fratelli o cugini più o meno presunti. Rintracciare la loro documentazione in Tunisia è per il momento impossibile. Non resta che affrontare tutti gli accertamenti del caso. 
Tareke Brhane è eritreo e fa il mediatore culturale a Lampedusa dal 2007. Lui nell'isola è sbarcato dopo quattro anni di viaggio lungo le rotte del deserto libico. «Negli anni ho visto arrivare a Lampedusa africani che avevano visto la morte in faccia. Questi ragazzi invece sono molto più tranquilli. La decisione di partire è scattata all'improvviso, e subito ce l'hanno fatta». Nel giro di pochissimo tempo, di villaggio in villaggio, è rimbalzata la notizia che al nord le spiagge erano piene di barconi in partenza e che i controlli sulla costa erano ormai saltati. Dirham alla mano, alcuni si sono uniti e hanno acquistato una piccola imbarcazione, altri si sono rivolti ad intermediari e organizzatori. C'è chi ha pagato l'equivalente di 600, 1000 o 1500 euro per partire all'improvviso. «È iniziata a girare la voce che c'era la possibilità di partire. Tutti che dicevano "dai dai, andiamo, che non c'è la polizia che controlla, e c'è chi organizza dei viaggi" - racconta Murad -. È come se ci fosse stata una grande adunata sulle coste del nord. Ed ora vogliamo continuare a salire, verso l'Europa, per raggiungere i nostri parenti, Insha'Allah». Se dio vuole, come sempre. 
I carabinieri accorsi nell'isola presidiano il centralissimo Corso Roma camminando in su e in giù, manganello ben in vista e gli stessi tunisini ringraziano e sorridono con occhi raggianti chiunque si rivolge a loro con gentilezza. Di giorno curiosano fra i negozi. Comprano generi alimentari, sigarette. Hanno in tasca un po' di soldi, che spendono pacificamente nei negozi anche se qualcuno in verità inizia a finirli e senza farsi troppo notare chiede spiccioli agli italiani, per farsi pagare il caffè. Hanno modi semplici. Hanno il volto di ragazzi fra i venti e i trent'anni, forti, quasi tutti uomini. L'Italia, ai loro occhi, è fatta di case bianche e basse e di paesaggi pietrosi. «Sembra di stare in Tunisia», ripetono.

Arrivano tutti dalla campagna tunisina, dal centro sud più arretrato, che ben poco ha a che fare con le sfavillanti città del nord, come Hammamet. Ed è la prima volta che mettono il naso fuori dalla loro Tunisia, se non dai loro piccoli villaggi agricoli. In tanti raccontano di essere ex cuochi, camerieri, albergatori, che sono rimasti inoperosi con il collasso del turismo seguito alle turbolente giornate della cacciata di Ben Alì. Altri parlano della paura delle violenze e del caos che scuote la Tunisia, le milizie dell'ex Rais seminano prepotenze e panico, e dove, in assenza di una polizia regolare, vige la legge del più forte e del più vendicativo.
C'è stata una manifestazione martedì per le vie del centro e in una trentina hanno sfilato esibendo uno striscione con su scritto 'Grazie Lampedusa'. «È un atto di riconoscimento dovuto per l'accoglienza che ci è stato dimostrata», hanno spiegato.

di Marco Benedettelli

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