sabato 26 marzo 2011

I dodici Lavoratori ex Eutelia non devono essere lasciati soli

Non ha fine l’odissea dei lavoratori ex Eutelia. Da anni sono in lotta per difendere il proprio posto di lavoro. Per mesi senza retribuzione, percepiscono oggi 890 euro di cassa integrazione. Per tanto tempo hanno tentato di aprirsi una prospettiva attraverso forme di lotta classiche ed innovative. Le hanno provate veramente tutte. Una delle ultime azioni di lotta, nel novembre del 2009, fu il presidio della loro sede Agile Eutelia di Roma, in via Bona.
Quel presidio serviva a tutelare l’attività produttiva che i proprietari, a più riprese, hanno tentato di dismettere. Una forma concreta di attaccamento al lavoro, un interesse che i “datori” di lavoro non hanno mai condiviso. Troppo presi dalle disinvolte speculazioni finanziarie in cui sono stati implicati e per questo condannati. Eppure per il giudice delle indagini preliminari Roberta Palmisano, accogliendo le richieste del pm Fabio Santoni, sono più colpevoli i lavoratori di chi li ha letteralmente umiliati.

I fatti. All’alba del 10 novembre 2009 i dipendenti che presidiavano la sede dell’azienda sono stati bruscamente svegliati dall’irruzione di diciassette “vigilantes” alla cui testa c’era uno dei proprietari, Samuele Landi (quello immortalato da una foto reperibile su internet con il pugnale in bocca). Travestiti da poliziotti hanno minacciato i lavoratori brandendo spranghe e intimando loro di sgomberare i locali. Una classica operazione che sembra uscita da una delle pagine più nere del ventennio fascista.
Questo originale prodotto del capitalismo nostrano, avendo subito una condanna per bancarotta fraudolenta, vive oggi, in splendida latitanza, a Dubai e da quel dorato esilio ha trovato modo, dando voce al suo nobile animo e all’incontenibile anelito di giustizia, di denunciare i lavoratori per quel presidio. Morale della favola: 12 lavoratori sono stati condannati a tre mesi di reclusione convertiti in pena pecuniaria di 7.600 euro a testa. Gli aggressori del raid notturno pagheranno invece 100 euro in meno dei loro aggrediti. I dipendenti sono rei di aver “invaso arbitrariamente, al fine di occuparlo, l’immobile di proprietà della società Eutelia”.
L’Italia è costellata, in una fase drammatica di crisi economica e sociale, di occupazioni. Sono forme pacifiche di protesta. Tentativi, a volte, comprensibilmente disperati, di attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica, dei media. La necessità di rompere il muro di silenzio e di invisibilità che la moltiplicazione di questi conflitti produce. Una invisibilità che provoca solitudini e angosce, individuali e collettive. Si deciderà allora di condannare tutti i lavoratori in lotta? Il conflitto sociale è solo un problema di ordine pubblico?
Questa sentenza costituisce un pericoloso precedente. Un precedente che tenta di inibire future azioni di lotta. Ha quasi un carattere intimidatorio. Infatti questa sentenza risente di un clima, di un’azione legislativa del governo tese a svalorizzare il lavoro. E a cristallizzare rapporti di forza sociali che segnano una totale subalternità del lavoro alle imprese. Fa specie che ciò accada anche in presenza di imprenditori screditati, senza scrupoli e universalmente riconosciuti colpevoli di reati quali la bancarotta fraudolenta e speculazioni di vario genere. Fa specie che a farne le spese siano proprio quei dipendenti che in questi anni hanno provato a valorizzare, con passione e capacità, le risorse tecnologicamente innovative dell’impresa in cui lavoravano.
Lavoratori altamente specializzati costretti a percepire una misera cassa integrazione. Se fossero obbligati a pagare la multa di 7.600 euro se ne andrebbe in fumo un anno di quell’esiguo reddito. Oltre il danno, la beffa, l’umiliazione. Tra quei lavoratori c’è chi non dorme più per l’ansia e l’angoscia di una sentenza ingiusta. Tra quei lavoratori c’è chi addirittura ha detto di preferire il carcere alla sottrazione dell’unica fonte di sostegno. Ora si ricorre in appello. È evidente che in questa vicenda quei 12 lavoratori non devono essere lasciati soli. Sulle loro spalle c’è un peso che riguarda tutti noi.
Fonte: gli ALTRI

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