venerdì 20 maggio 2011

Le traversate del Mediterraneo: una vera e propria deportazione di massa degli africani dalla Libia

“Ci puntavano il kalashnikov addosso, non potevamo fare domande. Siamo saliti nel container senza neanche sapere dove ci stessero portando." Arrestati nei quartieri africani di Tripoli dai soldati di Gheddafi e costretti con la forza a imbarcarsi per Lampedusa. Il biglietto è gratuito, offre il regime. Altro che viaggi della speranza, le traversate del Mediterraneo assomigliano sempre di più a una vera e propria deportazione di massa degli africani dalla Libia. Organizzata in modo sistematico dalle forze armate della dittatura. Un sistema ormai rodato che è già riuscito a espellere in Italia 14.000 persone in tre mesi. L'idea è semplice: usare i corpi di uomini, donne e bambini come chiara ritorsione contro i bombardamenti in Libia. Con un dettaglio agghiacciante, che la dice lunga sui rapporti tra Italia e Libia. I camion usati nelle retate sono quelli che l'Italia regalò al Colonnello ai tempi dei respingimenti. Prima li usavano per deportare nel deserto gli africani respinti in mare. Oggi hanno soltanto invertito la direzione di marcia. E anziché deportarli nel Sahara, li deportano in Italia. 

Kingsley fa parte della comunità camerunese di Misratah. Ha vissuto l'assedio, è rimasto settimane bloccato in un quartiere teatro di duri scontri a fuoco tra militari e ribelli. Ogni notte sparavano, e quando non combattevano era pure peggio. Perché salivano i militari ubriachi a prendersi le donne. All'Italia, Kingsley non aveva mai pensato. Voleva mettersi in salvo con la sua famiglia. Ma aveva scelto l'Egitto come terra sicura. Ci aveva provato due volte. Ma era sempre stato respinto dai militari di Gheddafi. Gli stessi che la notte del 26 marzo hanno organizzato il rastrellamento degli africani di Misrata. 

"Siamo stati tra i primi a essere prelevati dalle nostre case. All'inizio nel camion eravamo pochi. Poi man mano saliva altra gente. Alla fine saremo stati almeno duecento. Rinchiusi al buio. Appiccicati in piedi uno all'altro. Faceva caldo, puzzava e i bambini piangevano.” 

Quella notte dalla città è partito un intero convoglio. Kingsley ha contato il numero dei mezzi durante una sosta nel deserto. Tre camion container, scortati da tre blindati dell'esercito e tre fuoristrada con l'antennone per le comunicazioni radio e le bandiere verdi di Gheddafi al vento. Almeno cinquecento persone, tutti prelevati con la forza dalle loro case. Lungo la strada il convoglio si è allungato. Due camion si sono aggiunti a Tripoli e un terzo a Sabrata. Cosicché una volta arrivati alla destinazione finale, Kingsley ha contato sei camion. Almeno 900 persone scaricate in fretta dai container e rinchiuse in un'area controllata dai militari.

“Siamo rimasti lì un mese e cinque giorni. Era una vecchia casa pericolante, fuori dalla città di Zuwara. E c'erano militari dappertutto. Avevano la fascetta verde al braccio, erano militari di Gheddafi. Sono sicuro. Dentro saremo stati un 1.500 e c'erano tantissimi bambini. Non ti dico lo sporco! Ogni giorno arrivavano nuovi camion e partivano altri. E là abbiamo capito che saremmo andati in Italia. Un giorno ci hanno portato al porto di Zuwara, di notte. Ma abbiamo dovuto aspettare l'alba per partire, perché c'erano gli aerei della Nato che sorvolavano la città. E i militari ci avevano ordinato di nasconderci. L'indomani ci hanno diviso: 320 su una barca e 280 sull'altra. Avevamo paura di morire in mare, ma non avevamo scelta, avevamo i fucili puntati addosso”

Quel giorno era il 27 aprile. Ventiquattro ore dopo, dal porto di Janzour a Tripoli, è salpata una terza nave con 350 passeggeri. In mezzo a loro c'erano Ruby, un ghanese di Tripoli, sua moglie e il bambino di 13 mesi. 

“Non volevamo venire in Europa. Ho il terrore del mare. Ci hanno mandato con la forza. Erano militari di Gheddafi, li riconosci dalla bandiera verde, sono sicuro. È stato molto pericoloso, erano armati, sono arrivati a casa e ci hanno costretto a salire in un camion. Dentro un container, come quelli delle navi cargo.”

Il porto di Janzour, si trova alla periferia ovest di Tripoli. E insieme al porto di Zuwara è uno dei principali scali utilizzati dal regime libico nell'operazione sbarchi. E come a Zuwarah, anche a Janzour esiste un campo dove gli africani da deportare in Italia vengono tenuti prigionieri e sorvegliati a vista dai militari. 

Lazhar ci ha passato due settimane e tre giorni. Lui è ivoriano e viveva a Misrata con la moglie e il bambino di tre anni. Dalla città sotto assedio i tre sono riusciti a scappare il 6 aprile, pagando un autista libico che li ha portati fino al centro storico di Tripoli, alla vecchia madina. Da lì, qualche giorno dopo, hanno preso un taxi per l'aeroporto, da dove gli avevano detto che partivano gli autobus diretti alla frontiera tunisina per evacuare gli sfollati. Il tassista però, senza dire loro niente, li ha portati direttamente a Janzour. 

“Il campo è contiguo al porto. Lo chiamano Sab'atash, ovvero il campo 17. Ho litigato con il tassista, volevo andare all'aeroporto, ma non c'è stato verso di farlo ragionare. Non avevo nessuna intenzione di venire in Europa. Perché per venire in Europa serve prima il visto sul passaporto, non puoi entrare così! Davvero non c'avevo mai pensato in vita mia. Tutto quello che avevo in mente era di lavorare bene e di mandare mio figlio a scuola perché studiasse. Ma alla fine abbiamo dovuto fare quello che dicevano i militari. Quindi siamo entrati nel campo, e dentro abbiamo trovato centinaia di persone portate lì da tutta la Libia.” 

La sua barca è partita il 27 aprile alle cinque del mattino, con un carico di 503 persone. Prima di partire, i militari al porto scherzando gli hanno detto che era stato Gheddafi a dare l'ordine, che tutti gli africani ora dovevano andare in Italia. E senza pagare. E infatti Lazhar, la moglie e il bambino non hanno pagato un centesimo. Come pure non hanno pagato niente la famiglia di Kingsley e quella di Ruby. Un ultimo gesto di magnanimità del colonnello. Per la morte in mare, offre il regime.


di Gabriele Del Grande

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