domenica 12 giugno 2011

Il problema morale del fronte astensionista

Gustavo Zagrebelsky, eminente costituzionalista e presidente emerito della Corte Costituzionale, su la Repubblica del 27.5.2005 prese posizione sull’invito all’astensione delle gerarchie ecclesiastiche nel referendum sulla fecondazione assistita. Oggi, per fortuna, anche il Papa è contro il nucleare. Tuttavia, la campagna astensionistica di questi giorni di Berlusconi e di tanti uomini di governo, solleva un problema morale, di moralità politica e civile. Sono, dunque, attuali le considerazioni di allora di Zagrebelsky sugli appelli all’astensionismo, di cui pertanto pubblichiamo uno stralcio. (Intanto noi andiamo tutti a votare SI’ con nonni, zii, cugini e amici!)
C’è ancora, forse, qualche considerazione sull’appello all’astensione nel referendum del 12-13 giugno, destinato a proiettare ombre durature sul futuro della convivenza civile nel nostro Paese.
L’astensione referendaria è un’ovvia possibilità, così ovvia che su di essa si basa l’invalidità del referendum, prevista per l’ipotesi che la maggioranza degli elettori non abbia partecipato al voto. Lecita l’astensione, lecito ovviamente l’invito all’astensione. L’esortazione a disertare le urne rientra dunque perfettamente tra ciò che possibile per il diritto. Il punto è così chiaro che non si capisce la mobilitazione di tanti illustri giuristi, “scesi in campo” per difendere una causa che non aveva bisogno di difensori, perché vinta in partenza.
La vera questione riguarda non la liceità giuridica ma la moralità politica di una campagna referendaria in cui fautori del mantenimento della legge invitano non a votare no all’abrogazione, ma ad astenersi dall’andare a votare. Liceità giuridica e moralità politica sono cose del tutto diverse e non è insistendo sulla prima che si portano argomenti a favore della seconda. Ora, è evidente che siamo di fronte allo sfruttamento opportunistico di quella quota di astensioni fatalmente derivanti da disinteresse o indifferenza. I fautori del no vorrebbero annettersi gli indifferenti per far fallire il referendum e quindi salvare la legge, assegnando all’astensione dei “veri astensionisti” (gli indifferenti, per l’appunto) un significato che non ha. Ma soprattutto la posizione strumentale dei “falsi astensionisti” (gli interessati che si appoggiano sugli indifferenti) è avvertita come un atto di prepotenza, di imposizione, di slealtà.
È come se - si passi la parabola - in una gara di corsa, il regolamento consentisse a un concorrente di partire avanti agli altri. Non diremmo forse che la moralità sportiva, al di là del regolamento, dovrebbe indurre quel concorrente a rinunciare al vantaggio, affinché tutti competano ad armi pari e che, se non lo facesse, gli altri avrebbero ragione di dirsi vittime di un’ingiustizia? Il pari rispetto vale in tutti i referendum. Ma deve valere particolarmente in un referendum così importante come è questo […]. Non sappiamo se finirà che il quorum non sarà raggiunto e la legge resterà, o se accadrà il contrario. In ogni caso, mantenimento o eliminazione della legge dipenderanno da ragioni improprie ed estranee alla valutazione dei problemi e al libero e leale confronto ideale che ci si sarebbe potuti augurare.

di Gustavo Zagrebelsky

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