martedì 25 ottobre 2011

La morte di Gheddafi segnala la sepoltura delle primavere arabe e un nuovo inizio di un intervento coloniale delle potenze occidentali in Africa





Sono molto legato alla Libia (e un po' lo ero anche a Gheddafi) perché ci sono nato, lì c'è stata la mia prima formazione politica e diventai comunista (clandestino, governava l'amministrazione militare britannica). 
E fu in Libia che entrai nell'Associazione per il Progresso della Libia di cui facevano parte compagni più anziani, come Cibelli, Prestipino, Caruso, Manzani, i fratelli Russo e altri ancora. Il combinato disposto dell'associazione per l'indipendenza della Libia e la clandestinità comunista, nel dicembre del 1951 determinarono l'arresto e l'espulsione dalla Libia mia e di un po' di altri compagni.


Questo passato provocò, nel 1998, l'invito da parte del governo libico a un soggiorno in Libia per me e mia moglie. Rivedere la Libia, Tripoli, la mia casa, la mia scuola, i bar fu per me straordinario, ma lavorando al manifesto chiesi, e ottenni abbastanza rapidamente, un'intervista a Muammar Gheddafi. Per l'intervista (il 5 dicembre 1998) dovetti fare un lungo viaggio a Sirte, l'ultimo caposaldo della resistenza dove Gheddafi è stato ucciso.
Altri tempi. L'incontro e l'intervista furono molto interessanti. Mi colpì innanzitutto la sua passione per Rousseau, dal quale derivava la sua posizione per la democrazia diretta e i comitati del popolo, che però (povero Rousseau) produsse un po' di confusione, una inconsistenza delle strutture statali e un Gheddafi (sono le sue parole) che era un po' come la regina d'Inghilterra, però comandava. Ed è mia impressione che questo comando nel corso del tempo si sia deteriorato. In quell'intervista Gheddafi sottolineò l'importanza di aprire buoni rapporti con l'Italia e con l'Unione europea, anche per contenere il potere degli Usa. Si parlò anche di un suo scritto «Il comunismo è veramente morto?», dove dubitava di questo decesso. 
In quell'occasione girai per Tripoli e mi parve di registrare una sorta di welfare petrolifero: non c'erano bidonville, non eri assalito dai mendicanti, anzi non c'erano. Apprendevi dell'esistenza di una efficace assistenza sanitaria e di un buon sistema scolastico, a giudicare almeno dal numero di laureati che incontravi. I buoni rapporti con la Libia di Gheddafi sono continuati e ho fatto anche la prefazione al volumetto «Fuga all'inferno», dove scrive che, in questo mondo, per trovare un po' di pace bisogna fuggire all'inferno. Invero non troppo ottimistico sullo stato delle cose esistenti.
Oggi siamo all'epilogo. Nella sua Sirte, Gheddafi è stato catturato e ucciso. Lasciarlo vivere, ancorché prigioniero, sarebbe stato evidentemente un problema. Che dire, ora, a caldo, di questo esito?
La prima considerazione è che ci sono voluti otto mesi di guerra e bombardamenti Nato a catena per abbattere il tiranno, che evidentemente aveva più di un sostegno nella popolazione libica. In secondo luogo, viene da ripetere che lo stile è l'uomo. Gheddafi, come tanti altri capi arabi, poteva fuggire in qualche paese africano e starsene tranquillo e benestante. Invece è rimasto e ha accettato di morire sul campo, di restare testimone della sua linea e della sua lotta. E qui mi viene da aggiungere, sorprendentemente d'accordo con Berlusconi, «sic transit gloria mundi». Gheddafi fino a otto mesi fa era accolto e onorato in tante capitali, ricordo soprattutto l'accoglienza di Sarkozy a Parigi e quella straordinaria a Roma, con la manifestazione di cavalleria e anche (visto in tv) il bacio di Berlusconi.
Pur considerando tutti i limiti e gli errori di Gheddafi, la sua caduta - sempre a mio parere - segnala la sepoltura delle primavere arabe e un nuovo inizio di un intervento coloniale delle potenze occidentali in Africa, e non credo si possano riporre molte speranze negli ex gheddafiani che dovrebbero costituire il nuovo governo della Libia.



di Valentino Parlato
Fonte: il manifesto

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