domenica 30 ottobre 2011

Tolgono reddito alle popolazioni per sostenere le banche


Volatilità alle stelle. Le borse salgono o crollano a ritmi vorticosi, senza una direzione chiara. E nessun "sacrificio umano" - togliere reddito alle popolazioni per sostenere le banche - sembra davvero rovesciare la tendenza.
C'è molto di folle in questa crisi. Un esempio. Il giorno dopo in vertice informale e notturno (due stranezze in una sola volta, ben poco sottolineate) le borse mondiali hanno festeggiato il successo: ancora una volta stati importanti, tutta l'Europa, si impegnavano a coprire perdite private. Non totalmente (il "taglio di capelli" per chi ha titoli greci in cassaforte tocca ora il 50%), ma in misura molto rilevante.

Passano appena 24 ore e tutto torna nella depressione. L'Italia più di tutti, complice l'essere un paese "pesante" con un debito pubblico elevato e l'avere un premier fuori di testa, capace di attaccare l'euro il giorno dopo esser stato a denti stretti "salvato" dai colleghi europei.
Ma Berlusconi è ormai - quasi - il passato. Il problema che resta è la crisi e la sua impossibile gestione.
Due scuole di pensiero, in ambito "bprghese", si sono ormai imposte. Quella dei keynesiani, inascoltati, che indicano nell'impoverimento delle popolazioni una causa di aggravamento della crisi. E quella degli ascoltatissimi liberisti duri e puri, secondo cui, al contrario, la crisi non è ancora stata superata perché non si è agito con "sufficiente durezza" contro i redditi più bassi, le tutele del lavoro, le pensioni o la sanità.
Hanno torto entrambi, ma la radicalizazione delle ricette sta a indicare già da sola un aggravamento della "percezione della crisi" in chi per mestiere dovrebbe occuparsene. E quindi anche una percezione dell'irrisolvibilità della crisi con mezzi "ordinari". M intanto cambiano sia i rapporti tra i paesi che gli equilibri storici, come dimostra il richiesto, possibile, non gratuito intervento cinese.

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