sabato 5 novembre 2011

America Latina: LA DEMOCRAZIA AI TEMPI DELLA CRISI SISTEMICA


Dal colpo di Stato in Honduras, già più di due anni fa, si sono moltiplicati i segnali del fatto che le élites mondiali tendono ad affrontare la crisi sistemica in forma autoritaria, passando sopra alle forme democratiche che loro stesse prescrissero a suo tempo come modo per risolvere i conflitti sociali e politici. Anche se i colpi di Stato sono per ora un’eccezione, le pratiche autoritarie vanno naturalizzandosi ed estendendosi in un modo che può diventare un accerchiamento poliziesco-militare per le forze antisistema.

Giorni fa l’ufficialista Diario del Pueblo ha riportato l’intervento del presidente della Everbright Bank, Tang Shuangning, al Foro Economico Europa-Asia, che si è svolto a settembre a Xian (Cina nord occidentale), in cui questi elencava “le dieci contraddizioni della crisi del debito in Occidente” (Diario del Pueblo, 27 settembre).
Secondo il banchiere cinese la principale contraddizione è “tra l’assistenza sociale estremamente alta e il sistema politico”. Sostiene che la concorrenza elettorale ha portato i politici a formulare promesse sul miglioramento del sistema di assistenza pubblica che hanno creato una “cultura dell’assistenza sociale”. La conclusione del banchiere cinese non ci è nuova: “Se l’Occidente non risolve la ‘democratizzazione estrema’ a livello di sistema politico e l‘eccesivo assistenzialismo a livello culturale”, non potrà risolvere nessuna delle sue gravi contraddizioni e tutto il sistema politico-sociale sarà in pericolo.

In un articolo intitolato “Post esemplificazione o post ideologia?”, il giornale ufficialista cinese si è posto alla fine di agosto la stessa domanda del giornale statunitense Time: “Può la democrazia risolvere i problemi economici dell’Occidente?” (Diario del Pueblo, 31 agosto). E la risposta è stata la stessa: un profondo scetticismo perché “la politica elettorale ha ristretto lo spazio d’azione di chi è al potere”. Malgrado possa sembrare strano, questa confluenza di opinioni tra le élites della superpotenza in decadenza e quelle della principale potenza emergente non deve stupire. In effetti, né gli Stadi Uniti né la Cina possono prosperare o sostenersi nel mondo attuale senza competere per le risorse naturali, cosa che presuppone quasi inesorabilmente mettere in primo piano l’accumulazione attraverso lo spodestamento, o la guerra, o qualunque altra speculazione. Tanto la democrazia come la sovranità nazionale sono intralci per l’accumulazione, per questo devono essere neutralizzate.

In America Latina la crescente pressione dei settori popolari, indigeni e afrodiscendenti, contadini e poveri urbani, sta diventando qualcosa di intollerabile per le élites. Non era Manuel Zelaya lo scoglio in Honduras, ma il movimento sociale che avrebbe potuto trascinarlo con sé, quello che si cercò di neutralizzare con il golpe del 28 giugno 2009, come è stato dimostrato con il tempo. La principale tendenza autoritaria nel nostro continente è la criminalizzazione della protesta. Il governo di Sebastián Piñera si appresta ad approvare leggi che prevedono il carcere perfino per gli studenti che occupino pacificamente i loro luoghi di studio. In Colombia, in Guatemala e in Messico la violenza sistematica contro “los de abajo” viene praticata senza interrompere il funzionamento delle “democrazie”. In Ecuador ci sono 189 indigeni accusati dalla giustizia di sabotaggio e terrorismo per aver bloccato delle strade.
Nella storia dei movimenti antisistema la partecipazione al gioco della democrazia elettorale è stata sempre una tattica sussidiaria, subordinata alla questione centrale, che è l’organizzazione delle forze per preparare le battaglie decisive. I dibattiti che hanno coinvolto le varie correnti rivoluzionarie si sono sempre accentrati sui modi per raggiungere gli obiettivi. Nel nostro continente si è instaurata la convinzione che le contese elettorali sono il midollo dell’azione politica e che attraverso queste si possano cambiare le relazioni di potere nella società. Ci sono letture che decontestualizzano a tal punto i processi storici fino a dare ad intendere che fu l’ascesa al governo di questo o quell’altro dirigente ciò che permise l’inizio di un processo di cambiamenti. Omettono di dire che quelle persone vinsero le elezioni perché i diritti furono sconfitti previamente nelle strade, e che i movimenti avevano già modificato le relazioni di forza con tale incisività che la vittoria elettorale fu appena una sospensione, sempre parziale, del ciclo di lotte.

Richiama l’attenzione il fatto che coloro che postulano la descolonizzazione ricaschino in un’ottica eurocentrica. Quando Boaventura de Sousa dice che “la democrazia politica presuppone l’esistenza dello Stato”, e ripete quello che considera un principio dell’azione politica, “miglior Stato sempre; meno Stato, mai” (Visâo, 22 settembre), riflette sulla base dell’esperienza europea che non è, di sicuro, quello che viviamo in questo continente dove convivono diverse democrazie: comunitarie, delle periferie in resistenza, contadine, delle donne dei mercati, delle fabbriche, fino a formare un arcobaleno di modi di decidere al di fuori delle istituzioni rappresentative.

Il marxista indiano Ranahit Guha polemizza con il marxista britannico Eric Hobsbawm perché non è d’accordo che le ribellioni contadine siano “prepolitiche” o spontanee; lo considera uno sguardo d’elite e, ovviamente, eurocentrico. “Una rivolta era preceduta da una consultazione tra contadini”, che poteva essere un’assemblea di anziani, una riunione di vicini o di masse fino a raggiungere un accordo (“Las voces de la historia”, Crítica, p. 104). Ora che le élites stanno per distruggere quello che più ci interessa delle democrazie – i diritti di riunione, manifestazione ed espressione – diventa più che mai necessario rafforzare ed espandere “la politica del popolo”, che è un “ambito autonomo”, secondo Guha.

Non propongo di scartare il processo elettorale. Dico di potenziare queste democrazie altre, faccia a faccia, che sono e saranno l’ambito dove “los de abajo” prendono le loro decisioni strategiche.

di RAÚL ZIBECHI
Traduzione di Gaia Capogna 
Articolo inviato a Nuovediscussioni-SudTerrae da ALDO ZANCHETTA - MININOTIZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO - www.kanankil.it/aldozanchetta@gmail.com

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