venerdì 25 marzo 2011

Libia, la guerra di liberazione che l'Italia non capisce

Sua moglie glielo aveva detto di parlargli. E anche i fratelli avevano insistito che lo bloccasse. Ma la verità è che Hasan non era mai stato così fiero di suo figlio Ahmed come quel giorno, quando gli disse che si univa al fronte per liberare il paese. E lo lasciò andare con la sua benedizione. Come padre, apprezzava quel coraggio e quella generosità. Partire a 24 anni come volontario, con una laurea in medicina e senza armi, per curare i feriti di guerra, in nome della libertà. Sono passati 13 giorni da quando se ne è andato. E oggi suo padre è la prima volta che viene a cercarlo al fronte. A cercarlo sì, perché nel frattempo Ahmed è finito nella lista dei dispersi. Dicono che sia stato fatto prigioniero a Ras Lanuf. Ma sono solo voci. La verità è là davanti. Tra il deserto e il mare, dove si leva alta nel cielo una colonna nera di fumo, alle porte di Ijdabiya, 160 km a sud di Benghazi. La strada davanti a noi è chiusa da una transenna. Entrano soltanto le macchine degli uomini armati. Siamo a Zuwaytina e la guerra è lì davanti, dopo la curva, saranno cinque chilometri. Dalla corsia opposta tornano dal fronte le auto dei rifornimenti e i civili in fuga da Ijdabiya. Una folla di curiosi sta a guardare. Mentre Hasan discreto, chiede in giro se qualcuno conosce suo figlio. Ma le notizie che arrivano fanno solo rabbrividire.

Nucleare, l'inganno del Governo

Il Governo ha finalmente capito che stava andando contro vento. Mentre il mondo intero si stava interrogando e preoccupando e modificando gli orientamenti precedenti sul nucleare, i Ministri italiani dichiaravano con ridicola arroganza che l’Italia avrebbe continuato nella realizzazione del programma previsto, come se il disastro in Giappone non ci fosse stato. Eppure la tragedia del Giappone ha dimostrato che il terremoto e il maremoto sono avvenimenti eccezionali ma a questi imponderabili eventi naturali si è aggiunto l’utilizzo improvvido di una tecnologia pericolosa in sé come quella nucleare, che non è possibile mantenere in sicurezza di fronte ad avvenimenti di questa portata.
Dalla Cina agli Stati Uniti, all’Europa oggi tutti si interrogano di fronte al precipitare della situazione in Giappone e i pesanti interrogativi sul nucleare sono emersi anche in settori che pure in precedenza erano decisamente schierati per il nucleare.

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