Le casse della Banca centrale d'Egitto piangono miseria. La crisi che ha colpito il settore turistico sta mandando in rovina milioni di egiziani, costretti ad accettare a stipendi da fame. Dopo i manganelli e i lacromogeni occidentali, ora i giovani di Piazza Tahrir devono combattere anche la povertà.
Secondo l'Agenzia centrale per la mobilitazione pubblica e statistica, nel 2011 sono circa 337 mila gli egiziani che hanno perso il proprio lavoro, e il tasso di disoccupazione è salito all'11,9% dall'8,9 del terzo trimestre dello scorso anno fiscale.
Almeno 64 milioni di egiziani - su una popolazione di 85 milioni di persone - ricevono già delle sovvenzioni per acquistare riso, lenticchie, olio, zucchero e tè, poiché l'aumento prezzi dei generi alimentari è salito a un ritmo vertiginoso dall'inizio della rivoluzione.
"I turisti hanno smesso di venire, le fabbriche stanno chiudendo, e centinaia di migliaia di persone hanno già perso il lavoro", ha dichiarato Rashad Abdou, professore di economia all'Università del Cairo.
Secondo James Rawley, coordinatore delle Nazioni Unite per l'Egitto, il 20% degli egiziani vive al di sotto della soglia della soglia di povertà e un altro 20 per cento rischia di fare la stessa fine nel breve periodo.
Ahmed Khorshid, consigliere del ministero dell'Agricoltura, sottolinea come il deterioramento delle condizioni economiche sia più drammatico nel sud del paese, per via del malgoverno dell'amministrazione Mubarak che non ha mai investito sul suo sviluppo, generando una povertà "incredibile" e alti tassi di malnutrizione.
E il popolo si ribella. Il 5 novembre, gli abitanti del villaggio di Al Badrasheen (a sud di Giza) hanno fermato un treno merci che trasportava due tonnellate di frumento, dando il via a quella che viene già ribattezzata come la "rivoluzione degli affamati".
"Basta andare lì e vedrete voi stessi come le persone non sono in grado di soddisfare la più fondamentale delle loro esigenze, la fame", ha concluso Korshid.
Fonte: Osservatorio Iraq

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