giovedì 12 gennaio 2012

Fiom sotto attacco


La porta sbattuta in faccia alla Fiom su Fincantieri segna un punto probabilmente di non ritorno. È particolarmente grave perché arriva dopo un'autentica sceneggiata da parte del ministro dello sviluppo, Corrado Passera.
Il quale prima ha accettato di convocare tutti i sindacati – l'accordo che butta fuori quasi metà degli 8.000 dipendenti era stato firmato solo dai «complici» di Cisl e Uil – come se avesse in qualche misura intenzione di riaprire la partita, poi – al tavolo ministeriale, nel tardo pomeriggio di ieri – ha chiuso ogni spiraglio esprimendo «apprezzamento» per l'accordo trovato dall'amministratore delegato Giuseppe Bono.
Proponiamo qui di seguito alcuni articoli che dettagliano la vicenda Fincantieri e la discussione interna a Fiom Cgil, apparsi su «il manifesto» di oggi. Qui ci permettiamo alcune considerazioni, diciamo così, di carattere «strategico» sul fare sindacato nella fase attuale.

 L'accordo separato su Fincantieri:

Seguiamo da tempo con attenzione e rispetto la battaglia della Fiom su diversi fronti – il conflitto con le controparti padronali e le «tensioni» con la segreteria confederale della Cgil, sia sotto la gestione Epifani che, a maggior ragione, sotto l'attuale direzione della Camusso. Riconosciamo infatti a questa categoria e a buona parte del suo gruppo dirigente una sana impostazione «di classe», di rappresentazione dei lavoratori in carne e ossa, di cui pretendono il parere tramite il voto referendario su ogni piattaforma e accordo. Non sempre ne condividiamo le singole scelte, ma questa è normale fisiologia della dialettica politica.
Queste considerazioni, dunque, vengono esposte nello spirito del «consiglio fraterno», come «contributo a una riflessione comune svolta in una condizione comune», non come «lezioncina» supponente e presuntuosa.

Con il governo Monti si è chiusa ufficialmente una lunga fase «concertativa», che già con l'ultimo governo Berlusconi aveva mostrato ampi segnali di sgretolamento (accordo separato sulla «riforma del modello contrattuale», accordo separato sui contratti dei metalmeccanici e del commercio, art. 8 della «manovra Sacconi» di agosto, ecc).
Il «modello Pomigliano» ha fatto da apripista per la ristrutturazione reazionaria delle relazioni industriali in questo paese e la resistenza della Fiom, la sua forza, ha dato speranza anche oltre il movimento dei lavoratori strettamente inteso.
Il contratto dell'auto e la lettera di Federmeccanica che disconosce alla Fiom lo status di «organizzazione firmataria di contratto nazionale» chiudono però un cerchio entro il quale la storica Federazione Impiegati e Operai Metallurgici diventa un sindacato che non ha più agibilità in fabbrica. Al pari di Usb o altre sigle di base.
Era perciò comprensibile e doveroso che la Fiom tentasse una sortita, puntando a un qualche accordo «buono» - ossia fuori dalle manette ai polsi fissate dal «modello Fiat» - con qualche grande gruppo industriale. È la giusta logica del giocare sulle contraddizioni in campo avverso, una tattica che va sempre esperita nel conflitto di classe.
La risposta di Passera, però, segnala che il governo non vuole affatto aprire lo spiraglio utile a mettere in discussione la ridefinizione delle relazioni industriali in atto. Anzi, manifesta un'intenzione che rafforza e legittima politicamente tale processo. Reazionario, ripetiamo.
Del resto, si può rimproverare a un governo di avallare un accordo «non validato dai diretti interessati», come ha giustamente fatto il segretario generale Maurizio Landini. Ma occorre prendere atto che tutto questo governo risulta «non validato da nessun voto popolare». Violazione contrattuale e violazione politica si tengono per mano. È lo scenario nuovo, fosco e duro, in cui siamo obbligati a muoverci.

Di più. Dal mondo dei partiti presenti in parlamento non si alza più nessuna voce critica sui temi del lavoro, del sindacato, delle relazioni industriali, dei diritti. Tutta una sessantennale capacità tattica e manovriera, di cui la Fiom rappresenta al meglio le virtù migliori, si ritrova improvvisamente priva del fondamentale «gioco di sponda» tra sindacato, movimenti, partiti, cultura. A provarci ancora, ci si ritrova ad arrampicarsi su una parete di vetro. E l'esito è scontato.

Infine. Dentro la Cgil non è ignoto l'odio viscerale che Susanna Camusso, e il suo recuperato «coordinatore della segreteria», Gaetano Sateriale, nutrono contro la Fiom e il suo gruppo dirigente fin dai tempi di Paolo Sabattini. Che li mise alla porta non perché fossero - come erano – socialisti di frequentazione craxiana, ma per una passionaccia disdicevole: svendere le vertenze loro affidate.
Nel Direttivo di oggi e domani probabilmente la segreteria confederale non riuscirà a trovare sufficiente consenso per «commissariare» la Fiom, avocando a sé la titolarità a firmare «tecnicamente» il contratto con Fiat. Ma è noto anche che ieri la Camusso ha convocato le migliori menti del giuslavorismo italiano per chiedere consigli su quali misure legislative chiedere per tutelare il lavoro nelle condizioni attuali e future. La risposta è stata univoca: «prima di tutte occorre abolire l'art. 8 della manovra d'agosto, che permette accordi in deroga ai contratti e alle leggi, altrimenti è impossibile approntare qualsiasi difesa». E si sa che la Camusso ha declinato l'invito, perché Cisl e Uil – insieme alla Fiat - hanno preteso a suo tempo proprio quell'articolo per aver certezza «giudiziaria» dell'intangibilità del «modello Pomigliano».
C'è un evidente lavorio per separare a forza «la classe» dalla sua «coscienza», ossia di privarla di una qualsiasi capacità di reazione organizzata. Il lavoro, insomma, «deve» essere reso merce liquida, disponibile quando serve e scaricabile quando è inutile. Questo è il programma europeo di «riforme» che il governo Monti è stato chiamato a realizzare.
L'«unità sindacale» dal 2012 in poi si fonda su queste basi «strategiche». Nessuno più della Fiom può rendersene conto. Il punto fermo dell'azione sindacale dei metalmeccanici, che fin qui è stato anche un punto di forza contro chi li accusava di «far politica» invece che sindacato - «non usciremo mai dalla Cgil» - rischia ora di ritorcersi loro contro. Basta guardare il caso di Delio Di Blasi, in Calabria (Strappo a Cosenza: «licenziato» Di Blasi, leader della minoranza, il manifesto del 10 gennaio).
Uno alla volta o tutti insieme, è la Cgil che li vuole buttare fuori.


di  Dante Barontini
Fonte: Contropiano.org

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