venerdì 13 gennaio 2012

Le società arcaiche sono, appunto, arcaiche. E spesso colpiscono allo stomaco


Teresa abita a Bologna.
Nata nelle campagne appenniniche, ha sempre lavorato in fabbrica, e oggi fa la sarta. Da quasi quarant’anni, sta in affitto nella stessa casa, in un quartiere dove fino a qualche anno fa si conoscevano tutti. Teresa non ha mai avuto grandi identificazioni politiche, ma appartiene in qualche modo alla vasta e antica razza dei comunisti di quelle parti.
Adesso ha deciso di trasferirsi altrove. In parte perché il quartiere sta cambiando e si stanno perdendo tutti i vecchi legami; ma anche per un altro motivo, forse più immediato, ma di cui evitava di solito di parlare.

Ieri, finalmente, ha voluto raccontarmelo, “perché tu conosci queste storie e forse puoi capire“. Cambio qualche piccolo dettaglio nel racconto, per rendere irriconoscibili i protagonisti; oppure, al contrario, per rendere riconoscibili tutti  i protagonisti di storie analoghe, di cui ne ho sentite a decine.
Sullo stesso pianerottolo di Teresa, abita una famiglia di Rom dell’ex-Jugoslavia, da quando il padrone di casa ha deciso di affittare solo a stranieri, che non chiedono riparazioni e non insistono per i propri diritti.
Mettiamo da parte i luoghi comuni.
I vicini di Teresa non rubano, non fanno schiamazzi e lavorano; e la trattano con cortesia.
Il problema è un altro.
La famiglia è costituita da Samira, suo marito Ferid che lavora come facchino, una bambina di tre anni. E poi – tutti nella stessa casa – il fratello del marito, sua moglie, i loro tre figli e i genitori dei fratelli: anche il padre, Demir, lavora, in una fabbrica. Rispetto alla maggioranza, forse, dei Rom, stanno decisamente meglio.
Il problema è che Teresa ha fatto amicizia con Samira, nella misura in cui certe amicizie sono possibili; o meglio, Samira, piangendo, dice di considerarla come una madre.
A diciassette anni, Samira fu ceduta in sposa, per 18.000 sofferti euro, a un ragazzo di diciott’anni, con una precisa promessa: aveva, dicevano i genitori di lei, una Carta che avrebbe fatto avere a lei e al marito la cittadinanza italiana, al compimento della maggiore età.
I genitori di lui scoprirono troppo tardi che la famiglia di lei li aveva truffati: la Carta non esisteva. Samira fu così cacciata di casa, a suon di botte, già incinta, e dovette vivere per un periodo per strada con la bambina.
Finché non venne risposata a Ferid, e anche la bambina venne accolta nella nuova famiglia. Ma Samira, nonostante cinque aborti spontanei, non è ancora riuscita a partorire un maschio: Demir ha dato alla nuora un anno di tempo per farcela, o verrà buttata fuori anche da questa casa.
Intanto cucina per tutti e lava i panni di tutti a mano. La suocera può finalmente godere della grande promozione, che consiste nell’infliggere a una nuora tutto ciò che lei stessa, da giovane aveva dovuto subire.
Ferid, che di tanto in tanto picchia Samira, anche per le scale del palazzo – “noi ci picchiamo perché ci vogliamo bene” spiega Samira a Teresa – torna una sera a casa dal lavoro, e il padre, come da consuetudine, gli chiede di consegnargli tutto lo stipendio. Ferid dice di non averlo ancora riscosso, e così il padre lo riempie di botte.
Una notte, verso le due, Samira suona alla porta di Teresa, dicendo che la bambina ha la febbre e la vuole portare alla guardia medica. Demir dice di essere stanco, e non ha voglia di portarle lui. Teresa chiede al proprio marito di accompagnarle in macchina, e Samira torna in casa per ottenere il permesso. Dopo un po’, suona di nuovo da Teresa, e dice che i maschi, e ancora di più la suocera, le hanno vietato di andare in macchina con un uomo non della famiglia.
Nemmeno a dire che non siano seguiti: i servizi sociali, una volta, avevano messo Samira e la sua bambina in una casa protetta, solo che sono scappate, perché la bambina piangeva tutto il tempo, senza Ferid.
Adesso, gli assistenti sociali hanno promesso una casa a Samira e alla sua bambina; e Samira ha raccontato a Teresa che ci andranno tutti insieme, l’intera tragica banda. Inutile spiegarle che le case del comune si concedono a precise condizioni, tra cui severi limiti sul numero di persone che si possono ospitare.
Teresa, che mentre mi racconta la storia si difende continuamente – “non sono razzista” – cambia casa semplicemente per l’angoscia. Non ce la fa più a vedere Samira e la bambina. Non ha voluto nemmeno far sapere a Samira dove andrà a vivere, e si sente in colpa anche per questo.
di Miguel Martinez

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