martedì 31 gennaio 2012

Nei mondi invisibili, della gente dai lavori invisibili


Passo per Via dei Serragli, qui a Firenze, e vedo aperta la porta di una chiesa che di solito è chiusa. Anzi, è chiusa dal 1808, quando il governo napoleonico sigillò il convento.
Si tratta della chiesa di Santa Elisabetta delle Convertite, dove convertite sta a indicare le donne che rinunciavano alla prostituzione e si ritiravano a vivere nell’annesso monastero. Donne della cui storia, credo, non sapremo mai nulla.
Incuriosito, entro, e vedo che in mezzo alle statue barocche, è in corso una liturgia ortodossa e non cattolica.
Piazzate qua e là, tra gli oggetti cattolici, ci sono delle icone. Nello stile bizantino, su ogni icona è scritto il nome del santo che rappresenta, ma la scrittura non è quella greca, bensì la forma medievale di quella georgiana.
Una trentina di persone segue la liturgia, per la maggior parte donne. Non è un caso. Se andate a guardare le statistiche, vedrete che quella georgiana è un’emigrazione di donne: a Firenze, il 93,9% dei 141 georgiani sono di sesso femminile.
Le georgiane, in Italia, fanno per la maggior parte le badanti; vi consiglio di leggere le storie di tre di loro, raccolte qui.
La vita della badante è presto riassunta.

Abbandono i miei figli che stanno crescendo, per accompagnare alla morte i tuoi anziani. Vendo i miei affetti, per soddisfare i tuoi. E forse i miei figli potranno vivere così.
Tutti in piedi, nella chiesa.
Le donne stanno a sinistra, la testa coperta, i pochi uomini a destra. Nelle mani, qualcuno regge una sottile candela accesa, e appena finisce, ne accende un’altra.
Mi si avvicina una coppia, sussurrando, per salutarmi.
Lei traduce per lui.
Sono capitato in un giorno particolare: il 27 gennaio è la festa di Santa Nino, o Nina per dirla alla maniera greca.
Il re Mirian della Georgia, che poi era persiano; sua moglie Nana, greca. E Nino, una ragazza della Cappadocia, che li converte entrambi. Prima che Roma diventasse cristiana.
Su Nino, si raccontano due storie.
Secondo la prima, Nino era di famiglia nobile, per giunta sorella di San Giorgio.
L’altra dice che era una semplice schiava.
Anche se il primo racconto oggi ha prevalso, resta pur sempre la possibilità di fantasticare sul secondo, cui credono i cattolici.
“Questa è la croce di Santa Nina: prese due tralci di vite e le legò assieme con i suoi capelli, è la croce della Georgia”.
Lei indica il marito: “Lui è iconografo. Ha dipinto lui la grande icona di Gesù che vedi lì”.
E lì?
“Quello è Mtskhèteli”. Suona sorprendentemente leggero, a sentirlo dire. “Veniva da Mtskheta, che è città vecchia più di mille anni, e andò sul Monte di Aton”. “Athos?”
“Quella è Santa Sidonia, che aveva, come si dice, il vestito di Gesù sulla croce?” “La Sindone, che lo avvolge quando muore?” “No, quella in georgiano di si dice sudari, no proprio il vestito che Gesù porta attorno alla vita sulla croce. Santa Sidonia, una ragazza ebrea di Mtskheta, aveva tanta fede che prende il vestito in mano e muore subito e così è santa e dove è morta, cresce un cipresso”.
All’altare, c’è un sacerdote con la barba folta e i capelli lunghi legati in un codino.
“Quello sai che è vescovo Andrea, così giovane, ha ventisei anni ed è già vescovo, per diventare vescovo bisogna essere, come si dice, che si vive in un altro posto e non ci sposa?” “Monaco?”, “Sì, ecco monaco! E ora lui viaggia sempre, Firenze, Bologna, Livorno, e così fa tanto per il nostro spirito.”
“Vedi l’icona sull’altare? Sono i cento martiri…”
Il marito interviene, sussurrandole qualcosa in georgiano.
“Scusa, no, centomila martiri… Noi abbiamo avuto sempre problemi con i musulmani, i turchi, gli arabi, un giorno hanno preso la nostra capitale, c’era un ponte, hanno messo tante icone sul ponte, e hanno detto, chi attraversa il ponte calpestando le icone gli diamo la vita, chi non lo fa, noi lo uccidiamo, e avevano tanta fede, nessuno ha camminato sulle icone, e i musulmani hanno buttato tutti nel fiume”.
Settant’anni di comunismo, dicono ateo, per loro. E da noi, invece, ottant’anni di Concordato, di democristiani, di ore di religione, di papi-notizia. E alla fine?
“Ogni domenica, il vescovo Andrea dice la liturgia”.
“A che ora?”
“Comincia alle dieci e finisce verso le due. Forse per gli italiani è difficile capire, è tanto lungo, si sta in piedi per tanto tempo, ma quando finisce, mi sento molto leggera!”
Nei mondi invisibili, della gente dai lavori invisibili, nella chiesa invisibile, alla ricerca dell’Invisibile. Diceva Rustaveli,
di Miguel Martinez

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