mercoledì 1 febbraio 2012

La sfida della Mezzaluna turca


ANKARA. Sembrerebbe la solita notizia inventata apposta per screditare gli Stati Uniti d’America. Invece la notizia è vera, l’ha pubblicata qualche giorno fa il New York Times. Vi si legge che mille e cinquecento reclute della polizia di New York hanno dovuto assistere alla proiezione di “The third Jihad”, il documentario anti-Islam uscito nel 2008 di Erik Werth. Sono immagini che raccontano di musulmani che «provano a dominare il mondo, condividendo i loro obiettivi con al-Qaeda»; descrivono la conferenza del presidente Mahmud Ahmadinejad alla Columbia university, quando disse che «non esistono omosessuali in Iran»; riprendono le dichiarazioni dei componenti di "Islam Thinkers Society", il movimento integralista newyorkese, che chiede l'imposizione della legge islamica.
Dall’inchiesta del New York Times emerge che il documentario veniva proiettato durante le varie fasi delle visite di selezione, in particolare durante quelle mediche e psicologiche per saggiare l'orientamento politico dei futuri poliziotti.
«Tutti sappiamo del terrorismo, ma questa è la guerra di cui non siamo al corrente», spiega Zuhdi Jasse, medico americano di religione musulmana che dà al film la voce narrante. «Quando i gruppi musulmani parlano del dominio del mondo da parte dell'Islam si capisce che - continua - essi condividono alcuni dei loro obiettivi con al-Qaeda e ciò li rende pericolosi». Il documentario include le interviste con il capo della polizia Ray Kelly, con l'ex sindaco di New York Rudy Giuliani, e con Joe Lieberman, il senatore del Connecticut il quale continua a ripetere che Saddam Hussein stava accumulando armi di distruzione di massa (anche se nessuno ne ha mai rinvenuta una soltanto dopo l’ invasione dell'Iraq).
Perché ho riportato questo fatto di cronaca che in prima lettura sembrerebbe di poco importanza o meglio di puro folclore? Perché ho sotto gli occhi l’articolo di David Goldman pubblicato sull’ultimo numero di Middle East Quarterly (http://www.meforum.org/3134/turkey-economic-miracle) nel quale si parla di un imminente collasso del “miracolo economico” turco e lo si paragona a quello argentino del 2000 e messicano del 1994, entrambi avvenuti dopo periodi di espansione economica. Goldman prevede che «la velocità e la magnitudo della battuta d’arresto potrebbe facilmente erodere la capacità dell’AKP di  governare con il pragmatismo piuttosto che con l’ideologia islamista»; sicché è ipotizzabile anche in Turchia un’esplosione religiosa che - prevede ancora Goldman - impedirebbe ad Erdogan «di utilizzare gli incentivi economici per disinnescare il separatismo curdo, contenere l’opposizione interna e far conquistare alla Turchia un ruolo di primo piano in Medio Oriente». Insomma, ci sarebbero tutti i presupposti, lascia intendere Goldman, perché nella Regione si scateni un’altra guerra.
Quello che Goldman non dice è che il primo ministro Recep Tayyip Erdogan governa con un grande sostegno popolare raggiunto con il successo di un’economia che, viaggiando con ritmi cinesi, gli ha permesso di vincere tre elezioni di fila. E così, forte del consenso delle masse, egli ha potuto devitalizzare, e di molto, il potere della vecchia guardia dei militari filo atlantici e laici, modificando così l'assetto degli equilibri politici sul Bosforo. Si tenga a mente poi che pure la Turchia accusa i colpi della recessione, ma non appare affatto prossima al collasso, come lo è la Grecia. Naturalmente in questo scenario un rallentamento dell’economia turca c’è stato, ma non con la tragicità indicata da Goldman, poiché il tasso di crescita della Turchia previsto per il 2012 (tra il 3 e il 4 per cento) resta ancora abbastanza alto rispetto agli standard europei.
Non va poi dimenticato che la Turchia ha ottantacinque milioni di abitanti a schiacciante maggioranza islamica, che è il secondo paese Nato per potenza militare e che ha un forte orgoglio nazionale, memore della storia imperiale ottomana. Insomma ha un “curriculum” degno di una nazione che aspira a un ruolo di leader in un’area delicata com’è il Medio Oriente. E’ sempre il sostegno delle moltitudini degli elettori credenti che ha permesso ad Erdogan di spegnere, con una vera e propria epurazione di massa, i tentativi di riconquista del potere da parte dei militari.
L’ultimo arresto, avvenuto agli inizi di gennaio - il più clamoroso - è quello dell'ex-capo di Stato maggiore, il generale Ilker Basbug [nella foto a lato con il premier Erdoganndr], comandante in capo dall'agosto 2008 all'agosto 2010 del secondo - per uomini e armamenti - esercito della Nato, quello turco, appunto.
Egli è stato arrestato con l'accusa di essere «alla guida di un'organizzazione terroristica» l’Erkenekon che mira a «rovesciare il governo del premier  Recep Tayyip Erdogan».http://www.ilpost.it/2011/02/22/che-cose-ergenekon/. Il processo è in corso e continua a suscitare scalpore perché sebbene i militari - garanti della laicità del paese - abbiano sempre avuto un grande potere e per conservarlo abbiano organizzato  numerosi golpe, è la prima volta, in Turchia, che un ex-capo di Stato maggiore viene arrestato.
«Le indagini su Egenekon e sui complotti golpisti, avviate nel 2007, hanno portato all'arresto di centinaia di generali, ufficiali, accademici, avvocati, giornalisti soprattutto di sinistra e difensori della laicità. In questi cinque anni Erdogan ha incoraggiato il lavoro dei giudici e spesso se n’è servito per ridurre al silenzio i suoi oppositori», mi conferma un collega di un importante quotidiano di Ankara, che ho rivisto dopo tanto tempo e che mi prega di tacergli il nome perché, «nel Paese c’è più censura che libertà di stampa, il numero dei giornalisti arrestati è in un aumento costante». E’ preoccupato, parla scuotendo la testa. «Non credo alle previsioni di Goldman, ma - conclude - se l’euforia economia fosse costretta a ridimensionarsi, le carceri si riempiranno ancora di più. Tu mi chiedi se si stava meglio con il governo dei militari? Nel mio paese le carceri non sono state mai vuote».
Ankara non ha la spensierata frenesia di Istanbul. Essa ha un aspetto austero come le case che fanno da fondale in Ulucanlar caddesi, alla Yeni Cami, la “Moschea Nuova” che l’architetto ottomano Sinan costruì con grande sfarzo di marmi e di maioliche nel 1565 per ordine di Cenabi Ahmet Pascia. Nemmeno il sole che si riverbera sulla cupola e i muri di porfido rosso della “Moschea Nuova” riesce per un attimo ad allontanare i foschi scenari descritti dall’amico turco che mi sta seduto di fronte e stringe la tazzina del caffè. Egli mi riassume il rapporto dello scorso anno di Amnesty International che denuncia le torture e i maltrattamenti praticati nelle carceri turche. Mi ricorda che ai dipendenti pubblici è negato il diritto allo sciopero e che non è stata ancora riconosciuta l’obiezione di coscienza al servizio militare. Infine mi completa il quadro precisandomi che ultime leggi sull’antiterrorismo sono state varate apposta per limitare la libertà d’espressione (nel mirino in particolare giornalisti, avvocati di organizzazioni per i diritti umani, attivisti politici curdi). «L’unica nota positiva - conclude - è l’abolizione della pena di morte per tutti i reati».
Naturalmente, del rapporto di Amnesty qui poco se ne parla o quasi per niente, perché Erdogan è considerato dalla maggioranza che l’ha votato un vincente, che ha tutte le credenziali per essere accreditato come il leader (musulmano), l’unico in grado di rasserenare quel clima d’incertezza politica che s’è creato con “primavera araba” in tutto il Medio oriente e non soltanto in esso.
Infatti, è il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan che, nel settembre scorso, sbarca al Cairo, dove migliaia di persone l’attendono sventolando bandiere turche ed egiziane. Ecco «l'inviato di Allah, Erdogan», è uno degli slogan più scanditi in quei giorni nella capitale egiziana. «Erdogan nostro amico», «Benvenuto al leader della libertà» gridano centinaia di studenti dell'università di al Azhar, il più importante centro teologico sunnita, dove si reca per incontrare il gran imam Ahmed el Tayyeb e il grande mufti d’Egitto, Ali Gomaa.
Ed é sempre Recep Tayyip Erdogan che chiede a viva voce il riconoscimento dello Stato palestinese. «Non è un'opzione, è un dovere», dichiara il primo ministro turco nel suo intervento alla Lega Araba durante il quale afferma che il contenzioso palestinese non è una questione da classificare come «ordinaria amministrazione» perché riguarda «la dignità dell'essere umano». E così, il 20 di settembre il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen può presentarsi al Palazzo di Vetro, e richiedere il riconoscimento della Palestina come Stato indipendente, il 194° membro delle Nazioni Unite.
E’ ancora Recep Tayyip Erdogan che lancia un messaggio a Israele, tutt'altro che conciliante. Non ci sarà nessuna normalizzazione tra la Turchia e lo Stato ebraico di Israele, se quest'ultimo non rispetterà le condizioni poste da Ankara e cioè le scuse per l'attacco alla flottiglia umanitaria, l'indennizzo delle vittime e la revoca dell'embargo su Gaza, avverte il primo ministro turco, non escludendo il ricorso alla marina militare per forzare, se necessario, il blocco navale a Gaza.
Se si pensa che ancora in anni recenti la marina israeliana e quella turca compivano le manovre congiunte sotto l'egida della Nato, si può capire l’ansia di Tel Aviv quando si è saputo che nei radar della flotta turca, le navi e gli aerei israeliani non sono più segnalati come «amici», ma come «ostili».
E’ dopo questi fatti che la banca d’affari e di investimenti Goldman Sachs ha cominciato a consigliare ai suoi clienti di liberarsi in fretta di tutti i titoli della seconda più grande banca privata turca, la “Garanti Bakasi”. L’obiettivo s’è rivelato non facile da raggiungere perché la Turchia è al quinto posto, tra i grandi dell’economia mondiale. Pertanto, per rassicurare i suoi clienti più perplessi e incoraggiare quelli ancora indecisi, è ricorsa, come detto, all’autorevole David Goldman, il quale con l’ormai famoso articolo sul Middle East Quarterly ha predetto il crollo economico della Turchia nel 2012, convincendo tutti i dubbiosi. Almeno così sostengono al Goldman Sachs Group.
Stando così le cose, ci vuole poco a capire che le iniziative di Erdogan cominciano ad irritare anche gli Stati Uniti. Persino lo sventolio della bandiera del secondo (per potenza) esercito della Nato pare li infastidisca. Succede da quando qualcuno, alcune settimane fa, ha rinverdito la leggenda secondo la quale la bandiera nasce con quelle insegne perché «un riflesso della luna che occulta una stella, apparve nelle pozze di sangue dei cristiani sconfitti dopo la battaglia di Kosovo nel 1448». E’la battaglia durante la quale gli Ottomani sconfissero le forze cristiane e stabilirono l'Impero ottomano con l’adozione della bandiera turca nell'Europa orientale fino alla fine del XIX secolo.
Tuttavia dice bene Fabio Grassi che vive in Turchia da tredici anni, e insegna Storia nell’Università Tecnica di Yildiz di Istanbul, quando rassicura che «molti arabi guardano oggi alla Turchia come ad un paese con una matura cornice istituzionale e democratica, in cui c'è però più che in passato coesione e sintonia tra Stato e società civile, soprattutto riguardo alla presenza della religione nella sfera pubblica. Semplificando, nell’immediato è più alla Turchia di Erdogan che a quella di Atatürk che si guarda oggi nel mondo arabo». Malauguratamente non è questa la realtà che conta.
Oggi la realtà è che nella società globale o meglio dell’americanismo globale, come lo definisce il sociologo tedesco Ulrich Beck, si riconosce la validità di un solo modello, quello americano, “the American way of life”. Pertanto, ogni altra proposta - si predica - va considerata come un’eresia. Come appunto lo è l’ambizione di fare di un paese a maggioranza musulmana una grande potenza, il crocevia tra Est e Ovest. «Siccome l’America e soltanto essa ha - chiarifica Ulrich Beck - la capacità di fuoco per difendere con le armi la libertà di tutti,  essa pretende che il suo ruolo di potenza egemone venga accettato da tutti.». E dunque, «ogni persona razionale della Terra, a prescindere dal colore della sua pelle, dalla sua appartenenza religiosa, o dal luogo della sua nascita, deve convenire che è nel suo interesse sostenere l’americanismo mondiale o la pax americana che dir si voglia».
E dunque sono guai forti per chi l’americanismo globale lo combatte, oppure semplicemente non lo sostiene, ma anche per chi vi dimostra soltanto svogliatezza. Lo conferma Daniel Pipes, giornalista e figura mediatica di spicco del neo-conservatorismo americano, che ha dato inizio a una vera opera di demolizione dell’immagine di Erdogan e della sua Turchia.
Scrive tra l’altro sul suo blog (tradotto in tredici lingue compresi il cinese e l’indi): «Sulla scia di Gamal Abdel Nasser e di Saddam Hussein, il premier turco sfrutta la retorica antisionista per diventare la star politica araba. C'è da rabbrividire al pensiero di dove egli potrebbe andare a finire, elettrizzato com’è da tutta quest'adulazione». Pipes poi si dilunga in un elenco di accuse e di sospetti, e alla fine conclude che «insieme alle armi nucleari di Teheran, la Turchia oggi rappresenta la minaccia più grande nella Regione».http://it.danielpipes.org/10177/turchia-dissidente .
L’accusa è pesante e sicuramente Daniel Pipes non l’avrebbe lanciata senza l’approvazione del Goldman Sachs Group che tutto può. Se così non fosse George W. Bush non avrebbe nominato alla carica di segretario del Tesoro degli Stati Uniti l'amministratore delegato della Goldman Sachs, Henry Paulson. Cambiata l’amministrazione, è sempre un lobbista della Goldman Sachs, Mark Patterson, alla testa dello staff del segretario del Tesoro Timothy Geithner, nonostante il presidente Barack Obama, nella sua campagna presidenziale, avesse promesso che l'influenza dei lobbisti nella sua amministrazione sarebbe stata ridimensionata.
Stando così le cose l’America è ben distante da quell’ immagine di nazione soggiogata dal vuoto spirituale che cercano di appiccicarle i musulmani. Paradossalmente gli Stati Uniti, elevando la formula “capitalismo&democrazia” a propria e vera fede, rappresentano una delle società più religiose del mondo. Essi si mostrano ogni volta determinati nell’imporla, perché convinti del principio che non c’è alternativa alla modernità americana su scala globale. Pertanto nella visione statunitense non c’è spazio per le confessioni di credo e per gli interessi nazionali se essi non si fondono con gli interessi globali della pax americana. Così si spiega perché “the American way of life” sia diventata argomento di una catechizzazione diffusa che non trascura - s’è visto - nemmeno le aspiranti reclute della polizia di New York. Insomma gli Stati Uniti per sostenere la loro formula non badano a spese, ci provano sempre, anche con le guerre. Poi, malauguratamente, i lutti se li dimenticano in fretta.

di Vincenzo Maddaloni

Nessun commento:

Posta un commento

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori