venerdì 3 febbraio 2012

Le informazioni veicolate nella crisi libica


Intervista ad Amedeo Ricucci
La guerra civile libica ha senza dubbio avuto un’eco molto forte in tutti i principali mass media durante tutto il 2011. E l’epilogo è stato orrendo, con le immagini del corpo insanguinato di Gheddafi  che hanno fatto il giro del mondo.  Durante tutta la guerra civile si è anche dibattuto molto sul ruolo che in essa ha avuto l’informazione. Dai giornalisti che erano presenti a Tripoli, e quindi sotto lo stretto controllo del regime, sino a quelli che seguivano sempre le azioni dei ribelli. Su di loro pesano le accuse di aver divulgato false notizie, come quelle relative ai “bombardamenti”  ordinati da Gheddafi,  in alcuni casi ritenuti inesistenti. C’era allora a Tripoli  Amedeo Ricucci, corrispondente della Rai, che ha ricostruito quei drammatici giorni e ci ha dato la sua opinione sul futuro della Libia e dell’intero mondo arabo.
Ricucci, lei  era a Tripoli nei giorni della guerra civile libica come corrispondente della Rai. Dopo aver vissuto in prima persona quei giorni, secondo lei, la Libia del dopo Gheddafi sarà migliore rispetto a quella della “rivoluzione verde” del colonnello?           
Non è una domanda a cui si può rispondere con facilità. Di sicuro per poter fare un paragone tra la Libia di Gheddafi  e quella nuova bisognerà aspettare molto tempo. La Libia di oggi, quella successiva alla caduta di Gheddafi, è una Libia molto instabile.
Le novità positive, che pur ci sono state, sono state offuscate dal caos più totale, e dal fatto che non si capisce bene cosa stia succedendo. Per poter dare una risposta non bisogna dimenticare i meriti  oggettivi che Gheddafi ha avuto nonostante la campagna di demonizzazione scatenata  durante l’intervento militare della Nato. Si è voluto dare a tutti i costi di Gheddafi un’immagine abbastanza  stringata, quella di un tiranno che opprimeva il suo popolo.  Va invece detto, e lo dimostrano tutti i libri storici come quelli di Angelo Del Boca, che Gheddafi ha avuto diversi meriti. Uno è stato quello di aver dato piena indipendenza alla Libia rispetto a quella della monarchia di Re Idris, che era una monarchia al soldo delle potenze occidentali e delle compagnie petrolifere. Gheddafi ha dato una vera indipendenza al paese ed ha collocato la Libia in un posto importante della storia del Maghreb, con una visibilità che i libici si erano solo sognati sino ad allora. Questo non vuol dire che Gheddafi debba essere visto come un santo, assolutamente, ha avuto anche una serie di demeriti in quanto  egli stesso ha successivamente tradito la sua rivoluzione. Ora la Libia è in uno stato di instabilità totale, per cui è difficile capirne gli sviluppi. Quello che regna ora è solo il caos.
Lei era a Tripoli in quei giorni. I giornalisti presenti nella capitale erano davvero liberi di svolgere il proprio lavoro, oppure sentivano il fiato sul collo da parte del regime?
La guerra  in Libia scoppiata dopo la rivolta del 17 febbraio è stata una guerra dove la propaganda, sia del regime di Gheddafi sia da parte dei ribelli, ha avuto un enorme peso. Io sono stato solo da una parte, sono stato a Tripoli, ed ho avuto a che fare con la propaganda del regime. Non è stato affatto facile fare il lavoro giornalistico, che consiste nell’andare, vedere e raccontare. Queste semplici cose sono state ostacolate, in quanto la stampa era sotto il controllo della propaganda di regime. Ci facevano vedere gli effetti dei bombardamenti della Nato, senza dirci se vi erano e quante erano le vittime civili, perché quello libico è sempre stato un regime militare che ha sempre avuto un pessimo rapporto con la stampa internazionale. Noi eravamo visti come soggetti al soldo delle potenze occidentali, quindi come potenziali spie. Le informazioni che ci venivano date erano fornite senza alcuna prova, né ci era permesso circolare liberamente nella città di Tripoli. Le visite era sempre guidate, e molti colleghi hanno abbandonato Tripoli in quanto era praticamente impossibile svolgere il nostro lavoro. Non che dalla parte dei ribelli si stesse meglio. I colleghi che stavano a Bengasi, la città da dove è partita la rivolta, fin dall’inizio sono stati soggetti alla stessa propaganda, con un fattore negativo in più. Mentre noi che eravamo a  Tripoli abbiamo denunciato le ingerenze del regime, e denunciavamo di avere solo informazioni preconfezionate, quelli che stavano dall’altra parte, a Bengasi, hanno veicolato le informazioni che gli venivano date senza fare alcun atto di coscienza e denunciare la verità. Sono state date alcune notizie clamorose, come quelle di fosse comuni a Tripoli, tipo 50mila morti nei primi giorni di ribellione, che erano totalmente infondate, ma comunque sono state date. Comunque la stampa dei Paesi occidentali si è da subito schierata con la ribellione ed ha passato come notizie le veline dei ribelli . E non erano verità, erano bufale.
Le immagini della cattura e del linciaggio di Gheddafi, sottoposto ad un vera e propria “macellazione”, hanno fatto il giro del mondo. Ritiene che vi siano ancora molte circostanze da chiarire sulla sua morte?  
Quanto è successo lo scorso ottobre alle porte di Sirte lo sappiamo. Il convoglio su cui viaggiava Gheddafi, che era in fuga perché Sirte stava cadendo, è stato prima attaccato dagli aerei della Nato e successivamente è stata la Nato stessa a dare indicazioni ai ribelli su dove stavano i superstiti dell’attacco. Gheddafi è stato catturato, da lì sono partite le telecamere con una esibizione vergognosa  del trattamento e delle umiliazioni che ci sono state contro il colonnello. Si dice sempre che l’uccisione di un tiranno porti onore e non vergogna a chi la esegue. Può darsi anche che sia così, io ho trovato quelle immagini abbastanza orribili. I libici con quelle immagini hanno voluto dimostrare che l’uomo che li aveva governati con il pugno di ferro soprattutto negli ultimi venti anni  era un uomo come tutti gli altri, che si poteva prendere a pugni e a calci come un animale. Non è stato uno spettacolo bello, e restano una serie di ombre. Non è chiaro come e perché sia stato ucciso. Non escludo che ci sia stato lo zampino di qualcuno dall’alto che abbia decretato che Gheddafi vivo non conveniva a nessuno. Un Gheddafi vivo di fronte alla corte internazionale dell’Aia avrebbe potuto rivelare verità scomode a chiunque. Verità imbarazzanti per molte potenze occidentali con cui lui stesso aveva fatto affari. Per cui si è deciso di farlo tacere per sempre.
Tra i ribelli vi erano varie componenti. Alcuni hanno parlato anche di radicali islamici e componenti di Al-Qaeda. Che notizie ha in merito?   
Vi era di tutto e di più. Nella ribellione nata il 17 febbraio a Bengasi,  la scintilla è scoppiata per una manifestazione di protesta contro il massacro di Abu  Salim del 1996. Nel 1996 Gheddafi uccise circa 1.600 detenuti nella prigione di Abu Salim a Tripoli. Da allora è nato un braccio di ferro tra i familiari delle vittime ed il regime. I familiari hanno continuato a protestare perché volevano i corpi, e risarcimenti. La manifestazione delle vittime, e l’arresto di un avvocato importante che assisteva le vittime, ha scatenato la rivolta. In questa rivolta si sono inserite diverse componenti, sicuramente quella islamica, che peraltro era stata ‘facilitata’ dallo stesso Gheddafi. Nei mesi precedenti il colonnello su proposta di suo figlio Saif Al-Islam aveva liberato non pochi detenuti  che facevano parte del cosiddetto “Gruppo Combattente Islamico Libico”. Questi detenuti islamici erano della città di Derna. A Derna stessa si era parlato anche della creazione di un emirato islamico. A Derna ci sono molti mujahidin reduci dall’Iraq e dall’Afghanistan. Si tratta quindi di estramisti islamici radicati e ben strutturati. Peraltro Belhadj, colui che ha condotto la presa della roccaforte di Gheddafi a Bab al-Azizya, è un ex militante del gruppo combattente islamico. La componente islamica vi è stata. Infatti dopo la caduta di Gheddafi si è parlato molto dell’introduzione della sharia e di tutta una serie di limitazioni alla libertà delle donne. Altra componente è stata quella degli ex amici di Gheddafi che non sono rimasti contenti del tipo di spartizione del potere ordita da Gheddafi negli ultimi anni, e sono voluti salire sul carro dei ribelli. Accanto a queste due componenti ve ne sono da aggiungere delle altre, come la componente berbera, che è quella che ha composto l’ossatura della ribellione che ha contributo alla presa di Tripoli. A Misurata vi è stata invece la brigata “28 Maggio”. Parliamo sempre di milizie armate e non di persone che manifestavano a mani nude.  In tutto, le componenti che hanno costituito la ribellione sono 28, e sono quelle che si contendono il potere da cui verrà fuori la nuova Libia.       
Dopo la “primavera araba” del 2011, quale futuro avrà tutto il mondo arabo?         
Diciamo che un vero cambiamento vi è stato, ed è stato il crollo del muro della paura. Per  50 anni i popoli arabi sono vissuti nella paura e hanno delegato il proprio futuro a delle élite che sono nate dai processi post-colonizzazione e poi si sono trasformate in delle dittature di vario genere. In una prima fase hanno avuto tratti socialisti, sono divenute poi dittature personali e familiari. Il discorso vale sia per Ben Alì in Tunisia, che per Assad in Siria, per Saleh in Yemen e per altri dittatori arabi, come Saddam in Iraq. Questi regimi hanno governato con la paura. Nessuno aveva il coraggio di parlare contro il regime perché erano dittature poliziesche, che non si rendevano conto di quanto fosse oppressiva la situazione. Soprattutto i giovani si sono ribellati al fatto di piegare sempre la testa. Ora questo genere di governo è caduto, e dal 2011 in poi tutto il mondo arabo non sarà più lo stesso. Questo non vuol dire che vi sarà democrazia o vi saranno Stati liberali come li intendiamo noi. Il processo è lungo e lo dimostrano anche le resistenze al cambiamento, come sta accadendo in Egitto. A questi sviluppi vanno aggiunti gli sviluppi del radicalismo islamico, vedi i salafiti in Tunisia e i Fratelli Musulmani in Egitto, che in elezioni più o meno libere hanno ottenuto un grande consenso. I popoli arabi hanno comunque il diritto di scegliersi le rappresentanze che vogliono. Se stiamo lì a pensare che loro debbano applicare i modelli politici occidentali non arriveremo lontano. Sicuramente si sono incamminati verso un fase nuova del loro destino.

di Nicola Lofoco
Nicola Lofoco, laureato in Scienze politiche, è giornalista free lance dal 2000; si è occupato per diverso tempo di radio e tv; oltre ad aver collaborato con diverse testate online, è stato nella redazione de L’ Unità, La  Rinascita, e del Riformista dove si è occupato di politica estera.

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