domenica 27 maggio 2012

Messi volutamente in ginocchio



La luna di miele è decisamente finita. Dopo il generoso abbraccio delle prime settimane e dopo il raffreddamento del consenso con l’aumento delle tasse, per Mario Monti arrivano i fischi. L’altro giorno nelle zone terremotate dell’Emilia, ieri a Bergamo, dove lo attendevano alcuni leghisti ai quali si sono associati imprenditori e cittadini «stanchi di uno Stato che ci è avversario».
 Sono bastati pochi mesi dunque perché il nodo politico del governo Monti arrivasse al pettine italiano. Monti sta governando a prescindere dagli interessi veri dei cittadini. Monti sta governando da tecnico vicino alle lobbies, da professore agganciato ai meccanismi della grande finanza come dimostra l’assoluto distacco dal confronto.
Per Mario Monti tutto dev’essere addomesticato e addomesticabile, dalle crisi aziendali (imprenditori che s’ammazzano o che chiudono; operai lasciati a casa) alle crisi sociali (lavoratori con diritti dimezzati), dal dibattito politico alle interviste giornalistiche. Chi mette in discussione il suo operato non è degno di attenzione.

 Del resto non potrebbe essere altrimenti. I fischi di ieri rappresentano non soltanto la delusione per chi (non cercate da queste parti…) sperava nei miracoli del dopo Berlusconi, ma inglobano la rabbia montante verso il grande bluff economico-finanziario di cui Monti è attore protagonista. La cura proposta dal professore col titolo ironico di Salva Italia o Cresci Italia sta producendo risultati solo negativi, visto che né la ripresa economica né l’occupazione né la spesa pubblica invertono le loro tendenze negative. La solita cantilena del governo tecnico come scelta indispensabile per affrontare la crisi e riprenderci la credibilità in Europa e sui mercati non tira più, anzi ha gambe e fiato corti. Il carico fiscale e gli andamenti delle Borse dimostrano che Monti non è affatto la cura giusta.

 Gli unici soggetti che cadono in piedi sono le banche. E il perché è presto detto. Non è nemmeno un caso che i fischi si fanno sonori al Nord laddove cioé la crisi industriale è più forte. A Bergamo si assiste al paradosso di un presidente del Consiglio che, davanti ai cadetti della Guardia di Finanza, richiama al rigore fiscale dimenticando di essere a capo di ungoverno che ha decretato una norma che, tra gli altri, mette al riparo il suo ministro Passera dalle contestazioni di Agenzia delle Entrate allorquando il buon Corrado era ai vertici di Intesa SanPaolo. Passera può insomma entrare a far parte della squadra di illuminati, di contro gli imprenditori si ammazzano perché non sanno come farsi dare dallo Stato i soldi che gli spettano. «Risolveremo faremo», risponde il premier a chi gli sottopone la questione. Sempre meglio del silenzio protratto quando, intervistato a PiazzaPulita, Formigli gli faceva notare il disagio dei giovani disoccupati.

 Monti sta sul piedistallo, parla ex cathedra, perché quando scende brancola nel buio. Il buio di un mondo che non può capire, non avendo mai avuto il fastidio di doversi misurare con qualsivoglia tipo di consenso che non fosse convenzionale: per il professore della Bocconi solo incarichi, solo nomine. Dall’alto si guidano leTrilateral, elitarie sono le Bilderberg. Quindi, dall’alto si guidano i governi tecnici. Il Paese reale – quello dove si può perdere il posto di lavoro, quello dove i giovani si laureano per non avere un contratto, quello dove l’imprenditore deve pagare una segretaria o un commercialista per star dietro alla burocrazia italiana... – non si può telecomandare coi consigli dei tecnocrati, perché questo è il risultato.

 Il Paese è volutamente messo in ginocchio, è come se non interessasse la ripresa al di là delle etichette appiccicate ai decreti. Manca liquidità, il carico fiscale è mortale, le norme (italiane ed europee) sono spesso dei limiti allo sviluppo e al benessere; ebbene, questo governo è il meno indicato per affrontare le emergenze perché espressione delle banche. Il disagio del Paese necessiterebbe di proposte politiche, capaci di aggredire anche la sovrastruttura europea. Chi un tempo criticava l’euro era bollato come eretico, ora si scopre che aveva ragione. Rivedere i trattati comunitari è ora più che mai indispensabile. Ci vorrebbe una politica in grado di battere i pugni sui tavoli di Bruxelles, invece ci ritroviamo Monti… e ho detto tutto per dirla col grande Totò.

 Chi sperava che i limiti italiani potessero essere superati dall’unione europea, oggi deve ammettere l’errore madornale: il nemico dell’impresa e del lavoro ha casa a Bruxelles, dove il grano gira solo sui tavoli finanziari. I fischi del Nord a Mario Monti significano questo: con le tasse si stanno pagando le fiches di un gioco che con l’economia reale non ha nulla a che spartire.



di Gianluigi Paragone
Fonte: byoblu.com

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