sabato 21 gennaio 2012

Partire dalle coste africane e scomparire nel silenzio europeo



Provate a immedesimarvi in quelle madri e sorelle, in quei padri, fratelli, zii che da mesi non hanno più notizie del loro congiunto, partito un certo giorno da qualche porto tunisino verso le coste italiane. Provate a immaginare: è uno di quei giovani coraggiosi che hanno partecipato alla Rivoluzione del 14 gennaio, magari ha ancora sul corpo le tracce degli scontri con la polizia, le cicatrici di colpi sparati dai cecchini nei giorni della rivolta che ha rovesciato il regime. E’ partito dopo la fuga del dittatore perché per lui, come per gli altri insorti, la rivoluzione per il pane, la dignità e l’uguaglianza era anche per la libertà: anzitutto libertà di movimento e di circolazione, come per tutti i giovani. 

Si è imbarcato insieme ad altri su un vecchio peschereccio rabberciato perché non ne poteva più di disoccupazione, lavoretti precari e umilianti, vita miserabile in un certo quartiere popolare della Grande Tunisi. Oppure in una borgata dalle parti di Thala, Kasserine, Sidi Bouzid o Gafsa, ossia il cuore della Tunisia più povera, emarginata, combattiva, giusto quella in cui si è accesa la scintilla che ha poi incendiato la prateria. Forse non sopportava più d’essere un peso per la sua famiglia, lui che avrebbe dovuto mantenerla. Forse gli era divenuto intollerabile non poter dare un futuro a se stesso e al legame con la ragazza che amava.

La “germanizzazione” dell’euro-zona



Dietro il “nein” pronunciato dalla signora Merkel si nasconde il segno inequivocabile di una volontà di egemonia tedesca nell’area dell’euro e di un espansionismo finanziario che si avvale di armi più potenti, devastanti e penetranti dei panzer, quali lo “spread”.
Si conferma in tal modo l’ipotesi secondo cui sta prevalendo chiaramente un orientamento verso una crescente e progressiva “germanizzazione” dell’euro-zona, una tendenza funzionale esclusivamente agli interessi del capitale finanziario internazionale.
Ciò che in tempi passati non riuscì al cancelliere imperiale prussiano, Otto von Bismarck, né al Führer del Terzo Reich, Adolf Hitler, sta riuscendo oggi alla signora Angela Merkel.

L'esistenza dei poveri in qualche modo conviene alla Chiesa, giacché giustifica il suo benessere



Quando alla Chiesa si rimproverano lo spreco di denaro nel costruire sontuose chiese, lo sfarzo in certe celebrazioni religiose e via di seguito, si obietta ricordando il bellissimo episodio evangelico dell'unzione di Betania. Una donna versa un vaso di prezioso profumo sul capo di Gesù, suscitando l’indignazione degli apostoli: “A che tanto spreco

Luciano Canfora sulla grande illusione del capitalismo eterno





Una delle illusioni ricorrenti del pensiero umano, nelle sue manifestazioni meno avvedute, è di ritenere di vivere il punto d’arrivo della storia. Non è esatto che tale veduta sia stata caratteristica soltanto del pensiero antico, privo di mentalità storicistica. Certamente in alcuni storici e pensatori di età classica si coglie la persuasione di vivere nella “pienezza dei tempi”, al culmine cioè di uno sviluppo del quale non si immaginano ulteriori tappe. Ma assai più diffuso è, semmai, in quell'età, il convincimento che la storia umana non sia stata che una continua decadenza, un progressivo allontanarsi da una condizione originaria positiva. Con una diversificazione: mentre il pensiero utopistico di età classica auspica e prospetta come possibile un ritorno a quella originaria positività, le correnti “realistiche” (realpolitica, retorico-letteraria, moralistico-letteraria) escludono una tale eventualità e lasciano intendere che dal futuro c’è solo da aspettarsi un cambiamento in peggio.

È noto che il sovvertimento radicale di tale prospettiva è dovuto al pensiero storico di matrice cristiana, in particolare all’influenza di un gigante del pensiero tardo-antico quale Agostino, alla sua intuizione del tempo e alla sua visione della storia come progresso verso la “città di Dio”. Gli incunaboli dello storicismo moderno sono lì. Con il limite, ovviamente, di una visione insieme conclusiva eutopistica: conclusiva, in quanto fondata appunto sull’idea di un punto d’arrivo (la città di Dio); utopistica perché proiettante fuori della storia la conclusione della storia. È altresì chiaro che una laicizzazione della visione agostiniana – l’intuizione di un cammino positivo ma immanente – è alla base del moderno pensiero progressista.

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