sabato 28 gennaio 2012

Coppie di fatto. Ma perché la Chiesa si arrampica sugli specchi con inconsistenti argomentazioni, e non dice la verità?


La giunta Pisapia a Milano decide di destinare i fondi anticrisi anche alle coppie di fatto, e Avvenire scrive: "Porre sullo stesso piano coppie che, sposandosi civilmente o religiosamente, assumono un preciso impegno pubblico e persone che, per scelta o per impossibilità, non rendono vincolanti i propri legami 'affettivi', significa violare la lettera e lo spirito della nostra Carta fondamentale... La peggiore ingiustizia, lo insegnava anche don Lorenzo Milani, è trattare in maniera uguale situazioni differenti". Facciamo un esempio pratico: i bambini di una coppia di fatto povera hanno bisogno di aiuto economico, e anche i bambini di una coppia sposata civilmente o religiosamente hanno bisogno di aiuto economico. Ora, è vero che la situazione delle due famiglie riguardo al matrimonio è diversa, ma è uguale riguardo alle condizioni economiche. Questo dimostra come si possa strumentalizzare con un po' di malizia l'insegnamento di don Milani.

Imprenditori fannulloni



A luglio del 2004, due anni dopo l'introduzione dell'euro, tutte le associazioni italiane d'impresa, dalle banche agli artigiani, dall'industria al commercio, alle cooperative, capirono gli effetti negativi della rigidità del cambio ed elaborarono proposte per un recupero della competitività. Chiesero al governo una riduzione della pressione fiscale e una stagione di investimenti per lo sviluppo. In quello stesso momento, le grandi e medie imprese industriali, pubbliche e private, cioè le 1.800 società censite dall'Ufficio studi di Mediobanca, frenarono sugli investimenti. Altro che rilancio.

Un'impresa si sviluppa se il flusso di cassa che esce per investimenti in impianti e in acquisizioni societarie è più alto dell'autofinanziamento, cioè delle risorse generate dalla gestione interna e non prelevate dai soci; in tal caso, la differenza di fabbisogno viene coperta da indebitamento e da nuovo apporto di capitale dei soci. Se viceversa il flusso in uscita è più basso, si forma un surplus di risorse ma c'è anche declino. Ebbene, negli ultimi sette anni i soci hanno prelevato quasi tutto dalla cassa delle loro società, non solo gli utili di esercizio come dividendi, ma anche parte delle riserve e l'autofinanziamento lasciato è stato bassissimo.

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